San Antonio Spurs v Los Angeles Lakers


Nel vorticoso turbinio dei playoff NBA non si ha quasi il tempo di respirare tra una partita e l’altra. Chi perde non ha tempo per riposare, chi vince non ha tempo per festeggiare, chi guarda non ha tempo per fissare le giocate, le gioie, le paure. Chi perde sparisce in un battito di ciglia, chi vince avanza e vede sempre più vicino quel trofeo dorato, quell’anello bramato, che immobili aspettano alla fine della corsa. Ma non tutte le sconfitte sono uguali, non tutte le vittorie sono uguali, perché la storia sono pochi a farla e tanti a ricordarla. C’è chi la storia l’ha già fatta, chi spera di continuare a farla, chi lotta per poterla fare, chi di certo la farà.

Per un decennio e più la storia l’hanno fatta loro: giallo viola e nero argento. 9 titoli (5 L.A. 4 S.A.), 10 finali, tante battaglie, tutto in 12 anni. L’anno scorso la loro uscita prematura ci aveva fatto pensare alla fine di un’era, quest’estate la loro mancata rifondazione ci aveva riempito di domande, quest’anno la loro corsa verso i playoff ci ha mostrato che i conti senza di loro non si possono ancora fare. Oggi una prosegue, l’altra si ferma. Non si può non dedicare spazio alle due squadre che la storia, negli ultimi anni e non solo, l’hanno fatta e non si rassegnano a smettere di farla.

 

Non tutte le sconfitte sono uguali… È successo di nuovo. Per il secondo anno consecutivo la Los Angeles giallo viola lascia i playoff al secondo turno. Certo non ci sorprende come l’anno scorso, dove molti (tra cui il sottoscritto) la davamo per favorita o quasi, perchè Durant&co quest’anno avevano i favori del pronostico, ma l’uscita della compagine di coach Brown, a differenza di quella degli acerbi cugini, non è di quelle che lasciano indifferenti.

Partiamo da lontano. La squadra doveva essere rivoluzionata, ma non è stato così. Certo gli addii (in ordine di importanza) di coach Jackson, Fischer e Odom sono di quelli pesanti, ma pesanti davvero. Tuttavia l’asse Bryant-Gasol-Bynum (che sembrava doversi scindere), più la variabile impazzita World Peace, è rimasta intatta e la mancanza di un supporting cast adeguato entrante dalla panchina l’ha resa ancora più decisiva. Sempre loro, invecchiati di un anno, sempre lui, il 24, che sembra non invecchiare mai. Già lui, in fondo l’alfa e l’omega dei lacustri. E proprio lui, nelle dichiarazioni scocciate di fine gara 4, ci ha ridetto quello che il campo in questi anni ci ha mostrato e che gara 5, più del resto della serie, contro OKC ci ha rimesso davanti: non può vincere da solo. 42 punti e 0 assist, questo lo score di Kobe nell’ultimo atto della serie con i Thunder, fin troppo eloquente. Insomma l’hanno abbandonato un’altra volta, Gasol su tutti, insieme Bynum che sboccia ma non fiorisce mai e non bastano difesa e intensità di Metta per sostenere il miglior realizzatore della storia dei Lakers. Il figlio di Jelly Bean non si è più sentito in grado di fidarsi dei suoi e ha cercato di portare lui, da solo, la squadra sulle spalle, ma alle Conference Finals ci vanno i Thunder. Ha sbagliato? Ha esagerato? Forse sì, ma i suoi anelli parlano per lui. Questi giallo viola correranno ancora per un titolo? Il 24 ne è certo. Saranno ancora la stessa squadra? Questo si vedrà… Una cosa è fuori discussione: non basta, da solo, lo sconfinato talento di Bryant per arrivare fino in fondo.

 

Non tutte le vittorie sono uguali… 8-0 nelle prime due serie di playoff: solo altre 11 volte una squadra è

arrivata immacolata alle finali di conference e 6 di queste 11 hanno vinto il titolo. 18 vittorie consecutive: entra nella top ten delle più lunghe strisce positive nella storia del gioco, 6 dei team autori di queste serie vincenti hanno poi portato a casa il Larry O’Brien Trophy. Sì questi sono oggi i San Antonio Spurs, quelli che lo scorso anno perdevano, da testa di serie, contro Memphis al primo turno. E guarda un po’ chi c’è in campo: Timmy Duncan (36) Manu Ginobili (35) Tony Parker (30), ancora loro! E chi li allena? Greg agente segreto Popovich, sempre lui! E in più Bonner e perfino il figliol prodigo Steph Jackson. Ancora loro, ancora lì, a correre per il titolo. Il segreto? Nessun segreto, dicono loro. Io direi qualche innesto intelligente (ottimi Leonard, Green, Neal e Diaw), una fonte dell’eterna giovinezza (e un minutaggio adeguato) per i big three di casa, ma soprattutto una rivoluzione culturale firmata Pop. Gli Spurs corrono, attaccano ad alta velocità, girano la palla come nessuno, segnano come pochissimi (miglior attacco della lega al momento) e subiscono più canestri di quello cui ci avevano abituati, ma la sostanza non cambia: un’orchestra perfetta, dove ognuno sa cosa e quando deve suonare. Insomma un elogio alla coralità che non disdegna, anzi valorizza, i solisti. Dove possono arrivare? E chi lo sa?! Godiamoci la serie contro i fratellini minori allenati da Brooks, perché in NBA, come ci insegna l’anno passato, del doman non v’è certezza…

Big Things Are Coming…

 

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