Il Maledetto United di David Peace

Cloughie sigarettaPiano, fate piano che magari si sveglia. Non che sarebbe un problema, non ci vedrebbe, ma noi non vedremmo lui e sarebbe un gran peccato. Quindi piano, non fate rumore. Ok, ecco, così. Ora sedetevi. Vedete quelle sfere, le vedete? Sono gli occhi di Brian Clough, quel grandissimo, geniale, mediaticamente inarrivabile Brian Clough. Sono gli occhi di una leggenda. E voi li potete vedere da dentro, mentre dorme, ubriaco dopo l’ennesimo bicchiere di scotch, con le meningi ancora pulsanti per la rabbia che gli hanno dato quei fottutissimi scansafatiche dei suoi giocatori. Il Maledetto United non è nient’altro che questo: un viaggio nella testa di uno dei più grandi e leggendari personaggi della storia del calcio, un viaggio che David Peace narra con una penna che sembra posseduta, posseduta dall’egocentrismo e dall’isteria di un uomo che rimarrà per sempre.

Questo libro va gustato in silenzio perché regala già troppi suoni di suo, i suoni che oggi sono dei campi di periferia, quelli che sentivi in un campo di allenamento trenta, quaranta, cinquant’anni fa, quando il calcio era ancora una palla che rotolava ed attorno ad essa ventidue uomini a darsi battaglia per tirargli un cazzo di calcio, un cazzo di calcio che la mandi dritta in rete. E’ un libro duro, come una scivolata avversaria dritta sulla caviglia, come una gomitata nel costato mentre fai a spintoni su di un calcio d’angolo. E’ un libro duro perché duro era il calcio inglese di quegli anni e perché Clough era un uomo duro, uno di quelli che anche in panchina voleva sangue e fango per sentirsi vivo. E per lui la vita era il calcio.

Brian Clough Leeds UnitedPeace fa parlare Clough in prima persona e ci permette così di guardare i suoi ricordi ed i suoi pensieri, proprio come se fossimo entrati nella sua testa durante la fase REM ed avessimo potuto esplorarla. Ma non è una biografia, no, è un romanzo scritto meravigliosamente, un romanzo che sa di erba in bocca dopo l’ultimo contrasto, un romanzo che regala attimi di scintillante follia narrativa. Racconta, istante dopo istante, i quarantaquattro giorni più lunghi della vita del manager inglese, i quarantaquattro giorni che più ha odiato e più ha ripudiato, i quarantaquattro giorni in cui ha provato a trasformare il suo odio in passione, il suo incubo nel suo sogno. I quarantaquattro giorni al Leeds United, lo sporco, sporco, maledettamente sporco Leeds. E questo è il presente, ma non c’è presente senza passato e così Peace inserisce continui flashback, continui flash di luce accecante dei giorni in cui Clough è divenuto Cloughie, dei giorni in cui la sua stella ha cominciato a brillare da allenatore partendo dalla depressione e dall’alcolismo per l’infortunio che pose fine alla sua carriera da goleador. Ed il contrasto che si crea è poetico: l’oggi e lo ieri, l’inquietudine e la pace, la passione contro il malessere, la capacità di rialzarsi e quella di autodistruggersi. Non è calcio, o meglio, non è solo calcio.

Clough fu chiamato dal Leeds per sostituire Don Revie, il mitico Don, plasmatore del mito United, l’uomo che rese il Leeds una squadra di dannati farabutti pronti a tutto per vincere. O almeno questo è quello che pensava Clough e che continuò a pensare per ogni dannato giorno di quei quarantaquattro passati a Leeds. Clough era un ripiego, perché Revie se ne andò per la Nazionale dei Tre Leoni, ma Brian un ripiego non lo poteva essere, non lo doveva essere. Ecco che inizia la sua guerra, una guerra sporca ed infame perché combattuta contro nemici immaginari, Don Chisciotte contro mulini a vento. I suoi veri nemici erano i suoi preconcetti, il suo odio che pensava di poter trasformare in amore. Si accorse troppo tardi che l’odio non può diventare amore, mai. E così quella squadra che doveva essere la sua consacrazione, il suo capolavoro, divenne la sua sconfitta più scottante, la sua caduta più fragorosa, il fallimento di un allenatore e di un uomo che pensava di essere, oramai, infallibile ed intoccabile.

Brian Clough NottinghamIl romanzo non narra volutamente gli storici e leggendari anni al Nottingham del tecnico inglese e volutamente lascia sullo sfondo, sfuocati, i giorni di gloria al Derby. Questo è un romanzo decadente, è un romanzo sulle sconfitte, sulle notti insonni, sulle sbronze, sulla solitudine, sui fantasmi interiori. Questo è un romanzo sulla sconfitta di uno dei manager più vincenti della storia, la sua caduta più fragorosa. Lo stile è tagliente e quasi violento, è nervoso ed isterico, proprio come il personaggio pare essere in quei dannati quarantaquattro giorni. Questo libro non è l’esplosione di gioia di uno stadio dopo il gol o i coriandoli al cielo mentre una coppa viene mostrata dal capitano agli occhi di una folla entusiasta. Questo libro è il campo infangato che mostra i segni di migliaia di tacchettate, sono gli spalti in cui risuona ancora la eco dei fischi e degli insulti, è lo stadio vuoto dopo l’ennesima sconfitta, quella che mette la parola fine a tutto. Almeno per ora.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

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