prandelli codice etico (1)

Essere un modello non è cosa da poco. No, non sto parlando di quelli che sfilano sulle passerelle o che ritroviamo, una pagina sì e l’altra pure, sui quotidiani mentre a petto nudo si sdraiano su scogli appuntiti soltanto per mostrare l’ultimo paio di mutande griffate. No, sto parlando del modello inteso come riferimento ritenuto valido come esempio o prototipo e degno quindi d’imitazione. Ecco in questo caso non basta avere avuto fortuna con madre natura, c’è bisogno di un lavoro interiore quotidiano, un pizzico di buona sorte e tanta caratura morale. Diventare un modello dà una responsabilità che non tutti sono in grado di sostenere, soprattutto se lo si diventa casualmente, come spesso accade.

Italia-Uruguay amichevoleI calciatori di fortuna ne hanno certamente avuta tanta. Anche in questo caso, un pizzico di aiuto dall’alto c’è, perché mica tutti nascono con la predisposizione genetica del fuoriclasse, mica tutti possono vantare qualità fisiche e tecniche fuori dalla norma. Poi però c’è tanto lavoro dietro, perché quelle doti innate, senza sudore, fatica ed ambizione portano soltanto alle lodi al campetto dell’oratorio. Bisogna affinare e smussare, bisogna levigare e scolpire. Se alla fine, intorno ai vent’anni, puoi vantarti di essere un calciatore a tutti gli effetti allora complimenti, molto probabilmente ce l’hai fatta, sei riuscito con anni di piccoli o grandi sacrifici a concretizzare quelle innate doti che, per qualche oscuro motivo, hanno deciso di colpire te e non il tuo vicino di culla. Se diventi calciatore a certi livelli, diventerai anche benestante (non dico ricco, se no Vendola s’infuria), invidiato e famoso. È a questo punto che c’è il forte rischio che tu possa diventare un modello per qualcuno.

Essendo il calcio una parte decisamente integrante della nostra società, è chiaro che il passaggio da calciatore a soggetto ultraterreno, e dunque modello, è molto rapido. Normali esperienze di vita passata diventano mistici segni del destino, diventano stigmate di ciò che tu ora sei: un semi Dio. La santificazione è il passaggio immediatamente successivo, quello attraverso cui la persona viene osannata ad ogni parola e ad ogni gesto. In realtà il calcio, come ogni campo sociale, è rappresentato sia da persone degne di lode che da persone meno integre moralmente. Prandelli è certamente un uomo per bene, una persona che merita stima per il lavoro che ha svolto e continua a svolgere giornalmente ma che, come dicevamo, è entrato nel tourbillon mediatico in cui o non sei nessuno o sei un santo. Lui, in particolare da quando è divenuto allenatore dell’Italia, ha chiaramente subito il processo di santificazione che a pochi ct azzurri del passato è stato concesso. Con una squadra da rifondare per oggettivi limiti raggiunti d’età e risultati in discesa vertiginosa da quella gloriosa estate del 2006, col lavoro attento dell’ottimo allenatore quale è, è riuscito a costruire sulle macerie una buona struttura. Sguardo rivolto al domani, apertura all’etnicità oramai culturalmente dilagante nella società e buone idee tattiche. Ma soprattutto, il suo successo mediatico, è il codice etico.

images (1)Il codice etico azzurro è semplicissimo: se un calciatore della Nazionale, o in odore di Nazionale, si distingue per atteggiamenti antisportivi, violenti, aggressivi o talvolta anche solo inadeguati, la maglia azzurra se la sogna, o quantomeno non la vestirà per un po’ di tempo. I calciatori diventano modelli morali. Loro lo vogliono, ne sono consapevoli? Poco importa, lo diventano e basta. Perché? Chiaro, perché la violenza che contraddistingue buona fetta del pubblico italiano si nutre di violenza ed atteggiamenti scorretti che accadono sul campo da gioco. Secondo alcuni almeno. Dare messaggi è certamente importante, provare a trasmettere un sentimento comune più sportivo e meno agonistico lo è altrettanto, ma parliamoci chiaro, per debellare la violenza serve ben altro, servono leggi e serve certezza del diritto, servono sanzioni sicure, certe e chiare. Le squadre, ad alti livelli dove i soldi contano almeno tanto quanto la moralità, se non di più, devono provare a vincere perché se non vinci difficilmente conteranno i messaggi che porti avanti, anzi, non importeranno a nessuno. Stramaccioni poteva anche essere ambasciatore Unicef, ma mi gioco il conto in banca (non un grande affare per chi mi sfiderebbe, ma tant’è) che Moratti l’avrebbe cacciato comunque alla fine di questa stagione.

images (2)Finora sono state tre le vittime illustri del codice etico di Prandelli: De Rossi, Balotelli e Osvaldo. Il primo, per ben due volte ha subito l’ostracismo azzurro, saltando così le partite con Slovenia, Ucraina, Repubblica d’Irlanda ed Estonia. Il secondo invece soltanto una volta a seguito di un brutto intervento in Europa League contro la Dinamo Kiev, quando ancora vestiva la maglia del City e che lo portò a saltare le partite dell’Italia contro Slovenia ed Ucraina. La verità è che, in altre situazioni, lo stesso Balotelli è stato graziato da Prandelli, perché nonostante alcuni suoi atteggiamenti non proprio etici (squalifica in Premier a causa di un colpo alla testa dato a Parker), l’assenza di Pepito Rossi e Cassano rendevano la sua presenza fondamentale. Eccoci quindi giunti al punto: il codice etico, bellissima mossa mediEtica, vale sino al momento in cui Prandelli ritiene di potersi privare di certi elementi a favore di un’immagine più pulita e più corretta della Nazionale. Una semplice valutazione costi-benefici: vale più il beneficio morale che traggo dall’esclusione del singolo calciatore-modello, o il beneficio tecnico che posso ottenere dal chiudere un occhio? Il sacrificio ultimo di Osvaldo è stato il chiaro esempio di tutto ciò. La sua esclusione, tatticamente e tecnicamente, non comporta in vista della Confederations Cup un sacrificio eccessivo per Prandelli e per lo sviluppo del suo progetto. Il ritorno invece di applausi e sorrisi verso la Nazionale comporta un ottimo corrispettivo per questa scelta. Personalmente non difendo Osvaldo, giocatore che mai e poi mai vorrei nella mia squadra fossi un allenatore, visto che le sue qualità calcistiche non bilanciano appieno la sua esuberanza (e tracotanza) caratteriale, ma la semplice domanda che mi pongo è: se al posto di Osvaldo ci fosse stato Balotelli, El Shaarawy o Buffon, appena prima di un appuntamento importante in vista dei prossimi Mondiali, sarebbe stata presa la stessa scelta? Facciamo attenzione perché il codice etico può trasformarsi, in un nonnulla, in un codice patetico.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

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