A woman walks into the head office for the World Anti-Doping Agency (WADA) in Montreal, November 9, 2015. An international anti-doping commission recommended on Monday that Russia's Athletics Federation be banned from international competition over widespread doping offences - a move that could see the powerhouse Russian team excluded from next year's Rio Olympics. Russian sports minister said there was no evidence for the accusations against the Federation. REUTERS/Christinne Muschi

Campioni senza valore: così Sandro Donati, probabilmente il più noto combattente della legione anti-doping italiana, intitolò uno dei suoi libri di denuncia di questa pratica. Dopo anni dall’uscita del suo scritto, ancora una volta, siamo costretti a confermarlo. Nessun valore agli atleti che fanno ricorso a sostanze dopanti, che alterano il proprio fisico e le proprie prestazioni. Ma cosa porta un uomo o una donna a spingersi oltre la barriera del lecito per approdare nell’enorme mondo del doping?

donatiNella prima metà degli anni ’80 il nostro Paese ha visto uno smisurato sviluppo nel campo delle metodiche e delle sostanze dopanti, basti guardare le fortemente dubbie medaglie conquistate nelle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 da personalità dell’atletica leggera come Alessandro Andrei, Gabriella Dorio, Giovanni Evangelisti o Sara Simeoni; ma nella stessa occasione ci furono anche alcuni che fallirono, ed ebbero diverse complicazioni a livello di salute che li costrinsero al precoce, ma obbligatorio, ritiro dall’attività agonistica. Tutti questi atleti facevano inconsciamente parte di qualcosa di molto più grande di loro, gli anni Ottanta segnarono la nascita di un vero e proprio doping di Stato (come ci ha raccontato lo stesso Donati). Se non eri disposto a sottoporti alle “pratiche conconiane” eri fuori dalla squadra. Non posso dire con certezza che fu una delle più comuni cause di cedimento, ma sicuramente in quegli anni molti atleti si sentirono quasi in dovere di lasciarsi manipolare da dottori che avevano espliciti rapporti con la propria federazione. Anche gli anni successivi ci hanno dato qualche indizio sui motivi che possono spingere un uomo ad assumere sostanze o subire pratiche dopanti: ecco che arriva Alex Schwazer. Il marciatore sosteneva semplicemente di voler andare più forte, voleva dimostrare di poter vincere ancora. Forse voleva semplicemente restare al passo con i tempi degli altri atleti della sua specialità, presumibilmente quelle stesse persone che abusavano di qualche sostanza e che riuscivano ad ottenere tempi più bassi dei suoi. Le motivazioni di Schwazer, probabilmente, rappresentano solo una piccola parte del perché uno arriva a tanto, rappresentano solo un cedimento personale.

alexVent’anni fa si sarebbe potuto ammansire il mostro del doping, si sarebbe potuto avere uno sport più pulito, ora forse è troppo tardi, perché costituisce un business troppo grande. Naturalmente non si parla solo di atletica leggera, si parla anche di ciclismo, non si possono non citare Moser e il suo record su pista o il dramma Pantani, si parla di sci di fondo, la famosa staffetta 4×10 chilometri dei Campionati mondiali di Falun del 1993, di Manuela Di Centa, e si potrebbe continuare ad elencare altri casi di doping azzurro. Ormai viviamo in un mondo in cui i divi dello sport devono battere i record mondiali, devono sempre stupire ed appassionare.

wadaE dietro a questo mondo? Ce n’è uno ancora più grosso e pericoloso: il mondo della pubblicità e degli sponsor, che pretendono audience sempre più alte, ma per ottenere questo devono riscontrare risultati da capogiro, che facciano restare gli spettatori incollati allo schermo, che stupiscano ed incantino. Tutto questo sarebbe praticamente impossibile senza l’aiuto di qualcuno e qualcosa. E quindi il cerchio alla fine si chiude. Probabilmente è l’intero sistema ad essere fallito, l’intero mondo dello sport e di ciò che ad esso è legato. Dietro a questo mondo, negli ultimi anni, si agitano interessi economici e di potere spropositati. La vittoria è spesso l’unico risultato accettato dagli sponsor, a volte anche dagli stessi dirigenti, e viene interiorizzato come valore assoluto anche da allenatori e atleti. Lo sport, con i suoi arcaici valori di leale competizione, deve tornare a costituire un esempio positivo ed un modello per le giovani generazioni. Per la vittoria e il riconoscimento economico, sociale e a volte persino politico che ne consegue, si trascura completamente il valore della persona in quanto tale. La solidarietà, la salute, la collaborazione, l’intelligenza, il lavoro duro e motivato, l’abilità e la competenza passano in secondo ordine: conta soltanto il risultato e non importa con quali mezzi lo si raggiunga. Occorre, a mio avviso, che tutti coloro che si occupano di sport (dirigenti, tecnici, allenatori, atleti) sappiano trasmettere ai più giovani la ricchezza di valori che lo sport rappresenta, sappiano illustrarne in maniera convincente la sua immensa bellezza. E come diceva Alex Zanardi: “Ci si può drogare di cose buone, e una di queste è sicuramente lo sport”.

Un commento a “Il circolo vizioso del doping

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