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Riparte la stagione sciistica, e non poteva dunque mancare la rubrica del nostro Luigi Bottecchia. Quest’anno andremo alla scoperta delle leggendarie piste che scandiscono la Coppa del Mondo, dei loro segreti, e dei grandi campioni che ne hanno fatto il tempio delle loro imprese.

saslongNel 1968 vennero assegnati i Mondiali di sci del ‘70 alla Val Gardena. Era la prima volta che accadeva per la piccola comunità valligiana e la notizia fu accolta con un entusiasmo pazzesco. Anche la banda venne chiamata a suonare per festeggiare. Il vero, grande problema venne però a galla il giorno dopo: non era presente nel comprensorio sciistico una pista dove far gareggiare gli uomini. Le regole FIS erano anche allora molto rigide e richiedevano un dislivello minimo, per le gare di discesa maschile, di 800 mt. La allora pista 3 che portava a Ciampinoi, aveva un dislivello di soli 750 mt. Era arrivato il momento di creare una pista nuova, era arrivato il momento di dare vita a quella che sarebbe diventata una delle piste più belle, impegnative e mitiche di tutto il circo bianco. Una pista il cui nome era, ed è ancora oggi, un omaggio alla montagna dalla quale scende: la Saslong.

saslong33446 metri. È  la distanza che gli atleti hanno percorso anche settimana scorsa sulla mitica pista della Val Gardena. 3446 metri di pura follia, di adrenalina oltre i 200 pg/ml, di divertimento e, allo stesso tempo, fatica. Un tracciato rapido, spettacolare, con una quantità di salti non normale (sono ben 17!). Una gara in cui ad una prima parte molto pendente, dove si trova il punto più ripido (56,9%), segue una sezione di puro scorrimento che porta ai Muri di Sochers che accompagnano, con una dirompente delicatezza, ad una delle sezioni più belle di tutto il panorama sciistico mondiale: le Gobbe di Cammello. Queste sono una serie di tre dossi in cui si può saltare come veramente in pochi posti. È un punto chiave, non solo per la difficoltà, ma perché porta ad un tratto molto tecnico, quello dei Prati di Ciaslat, che se sbagliato può costare secondi pesantissimi. Una pista frenetica, pazza, folle. Una pista italiana che solo un folle italiano poteva domare più degli altri. Quel folle, scherzi del destino, nacque proprio durante la costruzione della Saslong. Siamo a Pieve di Cadore, un paesino della valle cadorina, quando, nel 1969 nasce Kristian Ghedina. Una vita all’insegna della velocità, e no, non solo quella sugli sci. Moto, macchine, e chi più ne ha più ne metta; Ghedina è questo: prendere o lasciare. Il mondo dello sci ha deciso di prendere il ragazzotto cortinese e lo ha fatto diventare un raro esemplare. Forte, fortissimo ma non con quell’esibizionismo tipico di Tomba. Due personalità diverse, due risultati molto simili.

ghedinaÈ il 20 dicembre 1996 quando Ghedina lascia per la prima volta un piccolo segno nella mitica Saslong. Un terzo posto che è solo il preambolo per un domani più luminoso. Ed è proprio il giorno dopo che Kristian scatena tutta la sua ragionevole follia, mettendosi alle spalle la precisione francese di Alphand e la fisicità di Strobl. Sono passati 15 anni da quando, nella Torino-Milano, si schiantava in macchina rimanendo in coma per ben 9 giorni. Quindici anni di fatiche, vittorie ma anche sconfitte, quindici anni però che gli hanno dato sicurezza, determinazione. Doti che lo hanno portato, a fine gara, a presentarsi dai cronisti dicendo “Ora voglio vincere i Mondiali o le Olimpiadi, la pista di Sestriere già mi piace” . lo dice accarezzandosi la barba incolta “fatta crescere perché noi discesisti siamo tutti matti.”. È il primo squillo, ma non l’ultimo, anzi. Nel 1998 arriva la seconda vittoria, e l’anno successivo la tripletta d’oro. Le condizioni sono estreme, un freddo polare e un pettorale, il 29, non proprio basso. Eppure Ghedina si prende il lusso di stracciare tutti gli avversari. Perde l’equilibrio della gamba destra sulle gobbe del Ciaslat ma riesce a non perdere né la velocità né la concentrazione, e sbaraglia tutta la concorrenza. Un secondo e trentacinque centesimi: distacco abissale specialmente per anni nei quali la forza diventa sempre più determinante della tecnica; anni nei quali il doping inizia ad aleggiare anche nello sci, un mondo nei quali i controlli, a detta dello stesso Kristian, “fanno ridere”. Eppure Ghedina ha vinto pulito, dopato dal “suo doping” il buon vecchio “salame e mortadella”.

ghedina caprioloPassano due anni e Ghedina viene quasi dimenticato; molti lo danno per finito ma lui, proprio sulla Saslong dimostra una volta di più che, per quel folle ragazzo, la pensione è ancora lontana. È la vittoria numero 12 in discesa così come 12 era il numero del suo pettorale. Eppure non ha mai accennato a questa ricorrenza, né al fatto che fosse il più vincente sulla pista valligiana. Non lo ha fatto perché, seppur folle, è sempre stato un ragazzo con ben chiaro in testa quello che gli interessava, e proprio a fine gara lo ha ripetuto a chi gli faceva notare questo particolare gioco di numeri. Dice infatti “amo la tranquillità. Non mi piace mettermi in mostra a tutti i costi. Mi piace la montagna, mi piacciono i suoi riti così lontani da quelli cittadini.” Continua dichiarando apertamente il suo amore per la Saslong: “Ho corso su questa pista almeno cento volte, tra gare di Coppa del Mondo e prove. E’ la pista che conosco meglio: qui corro più motivato, con la mia gente attorno.” È l’amore per una pista folle, un pista che ha deciso, nel 2004, di regalare l’ultimo atto di follia ad un atleta così. Durante la discesa infatti un capriolo attraversa la pista proprio mentre Ghedina sta correndo. Quasi come a dire all’uomo della spaccata di Kitzbuhel che quella pista era anche sua. E in effetti è stato, ed è tutt’ora, proprio così.

Studia Sustainable Energy, nel tempo libero prova a scrivere e fare foto per raccontare la vita di tutti i giorni www.gigibotte.com

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