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Westfalenstadion di Dortmund, 4 luglio 2006. È il 120esimo minuto di Italia-Germania. Gli azzurri sono appena passati in vantaggio, i tedeschi provano l’ultimo disperato assalto ma vanno a sbattere contro Capitan Cannavaro. L’Italia riparte in contropiede, con Totti che serve Gilardino, smarcatosi sulla sinistra. Il numero 11 azzurro controlla di destro e punta l’area, tra lui e Lehmann c’è solo Metzelder. Gilardino si libera del difensore creandosi lo spazio per il tiro: ha il pallone sul suo piede e la possibilità di mettere il proprio sigillo sulla semifinale dei Mondiali, dopo che il palo gli aveva strozzato in gola l’urlo del gol a inizio supplementari. Qualsiasi attaccante in una simile situazione concluderebbe verso la porta. Ma il Gila fa qualcosa che va contro la natura stessa del centravanti: la passa al compagno. Un interno destro per Del Piero senza neanche guardarlo. Il capitano della Juve firma il 2 a 0 e manda l’Italia in finale.

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Italy Soccer Serie AAncora oggi tutti abbiamo stampato nella mente il gol di Del Piero. Ne parliamo come una delle più grandi emozioni calcistiche mai vissute sulla nostra pelle. E ne racconteremo ogni dettaglio ai nostri nipoti. «Il gol di Del Piero alla Germania». Quel gol avrebbe dovuto essere di Gilardino. Ma ha deciso di cederlo a un compagno al quale nella carriera mancava il grande sigillo con la nazionale. Il passaggio a Del Piero è un capolavoro dimenticato: un interno destro no look che nessuno si ricorda più. È il destino di Alberto Gilardino: lasciare i riflettori agli altri ed essere dimenticato.

Anche quando vide la luce il 5 luglio del 1982 a Biella i riflettori non erano puntati su di lui. Tutta Italia era infatti incollata al televisore per ammirare Paolo Rossi che faceva piangere il Brasile al Sarrià di Barcellona, e i primi vagiti di Alberto furono coperti dal frastuono dei caroselli. Il suo destino fu comunque scritto: uno che nasce mentre Pablito infila tre volte Valdir Peres non può che avercela nel sangue l’arte di goleare. Ed esattamente 32 anni più tardi quel neonato avrà segnato 174 reti in Serie A, tredicesimo marcatore di sempre nella massima serie. Ma in molti sembrano essersene dimenticati.

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Gilardino sboccia una primavera, sulle note dei violini di Vivaldi: è il 2004, e in quel di Parma fa stragi in area di rigore. Ha tecnica, senso della posizione, sa difender palla e far salire la squadra, sa giocare con la squadra, vede la porta, segna di testa, di destro, di sinistro, da fuori area, di rapina nell’area piccola, di rigore, segna gol belli e gol brutti. All’ultima giornata trafigge quattro volte quattro Morgan De Sanctis in meno di mezz’ora. La prima rete è un capolavoro: spalle alla porta, nel cuore dell’area, riesce a liberarsi del difensore con un movimento del corpo e infila di destro. A seguire va in rete prima di testa, poi con un destro al volo in corsa, e infine scavalca il portiere di sinistro. Quattro gol che sono un compendio del suo repertorio. In campionato sono 24, e l’Italia scopre ammirata di avere in casa un nuovo bomber. Quell’anno ci sono gli Europei in Portogallo, ma Trapattoni se lo dimentica a casa. E allora lui pensa a trascinare l’under 21 alla conquista del titolo europeo di categoria, capocannoniere del torneo con 4 gol. Pochi se lo ricordano. E ancora meno si ricordano che quella stessa estate l’Italia del calcio conquista una storica medaglia olimpica ad Atene, con il bronzo che arriva grazie a una capocciata del Gila.

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CALCIO: AMARCORD PARMA DA CRESPO A CANNAVARO, FESTA PER I 100 ANNI /  SPECIALEAlberto Gilardino è l’anti Inzaghi. Mentre Pippo corre verso la porta Gila va incontro ai compagni; se a Pippo scotta il pallone tra i piedi, Gila è un maestro nel difendere il pallone spalle alla porta; per Pippo il gol è tutto, per Gila vale come una sponda; Pippo segna solo di rapina, Gila segna in tutti i modi. È un bomber moderno, Gilardino, ma anche un uomo all’antica. Con quegli occhi sempre tristi e quell’esultanza che lo rappresenta meglio di mille parole. Perché il violino è uno strumento discreto come l’uomo mai sopra le righe, ma sa anche guidare l’orchestra come il bomber che trascina la squadra. Il calcio moderno però ci dice che la discrezione non fa per un bomber. E soprattutto, nel calcio moderno ci si dimentica facilmente di chi il centravanti lo considera un mestiere come un altro e non si sente un dio in terra. Se lo dimentica spesso in panchina Ancelotti anche se Gila segna 1 gol ogni 3 partite, se ne dimentica Donadoni che non lo porta a Euro 2008. Ma in fondo di Gila se ne dimenticano un po’ tutti. E lo accusano di non essere decisivo. Uno che firma lo spareggio salvezza del Parma, che firma l’ultimo trofeo di una selezione giovanile azzurra, uno che zittisce Anfield a tempo scaduto, dicono non sia decisivo.

Ma Gila non si scompone, occhi tristi e difesa della palla, va per la sua strada, che è quella che porta al gol. E diventa l’unico giocatore della storia con Enrico Chiesa ad andare in doppia cifra con 5 squadre diverse. Dove lo metti, segna. E poi Gila sa che chi di calcio capisce davvero, uno come lui non se lo dimentica. È il caso di Marcello Lippi, che se lo porta due volte ai Mondiali. È il caso di Cesare Prandelli, che se lo gode a Parma e Firenze. Così nel frastuono domenicale della Serie A, tra creste, balotellate, prescrizioni e scudetti sul campo si sente sempre il suono discreto di un violino. Quello di un giocatore che nei primi 26 anni di vita risulta essere il più prolifico attaccante italiano dal dopoguerra ad oggi.

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gazzetta_sport_75059-715x1024Gilardino sa fare gol, e non smette mai di farlo. Quando c’è bisogno di lui, risponde sempre presente. Come in nazionale, quando lo scorso settembre nella partita decisiva per andare al Mondiale contro la Bulgaria la risolve lui. Ma in pochi se lo ricordano. Prandelli comunque ringrazia e si gode quel centravanti un po’ timido che non tradisce mai. Ma a tradire sarà proprio il CT azzurro che quando fa le convocazioni per il Brasile si dimentica del Gila. Come un padre che prende l’aereo lasciando a terra il figlio. Dimenticato anche da Prandelli. E gli occhi tristi del Gila si gonfiano di lacrime.
Dall’altra parte del mondo, però, c’è ancora qualcuno che di Alberto Gilardino non si è dimenticato. Qualcuno che più di tutti conosce il valore di quell’interno destro no look a Dortmund. Marcello Lippi, che del Gila non si scorda mai e lo chiama a sé in Cina. A 32 anni, integro fisicamente, hai ancora tanto da dire e da segnare in Serie A. D’accordo, 10 milioni all’anno sono tanto, tantissimo, ma non bastano quelli per farti abbandonare tutto e andare in Cina. Verrai dimenticato da tutti. Già, ma in fondo per il Gila non è una novità, perché è tutta la vita che viene dimenticato. E allora, quando il tuo destino è fare gol, non importa se segni nel cortile di casa o in Champions League, importa solamente gonfiare la rete. E vanno benissimo anche le reti cinesi. Anzi, vanno ancora meglio, se a bordocampo c’è chi non ti ha mai dimenticato.

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Alberto Gilardino lascia la Serie A e tutti se lo scorderanno molto velocemente. In fondo il mondo è pieno di attaccanti, e oggi si dimentica tutto rapidamente. Così Gilardino diventerà un nome lontano fra tanti o tuttalpiù una vecchia figurina appiccicata su qualche album impolverato. Almeno fino al giorno in cui, fra trent’anni, riguardando il gol di Del Piero alla Germania, ci sarà nostro nipote che ci chiederà chi sia quel numero 11 che invece di tirare la passa al compagno. E allora riaffioreranno alla memoria i gol di quel bomber che avevamo dimenticato. E il suono di quel violino che per 174 volte ha abbellito le nostre domeniche.

L’assist del “Gila” per il gol di Del Piero alla Germania:

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