messimale

Ho trovato molto interessanti e pienamente giustificati gli spunti di Damiani nel suo articolo di ieri. Anzittutto lo ringrazio per aver proposto un pezzo di livello, che in molto dovrebbe essere paradigmatico per questo sito.

 

Mi è venuto a mente, leggendo, un film sportivo piuttosto famoso anche tra profani, The miracle, che racconta, in maniera piuttosto fedele, l’impresa di una selezione di universitari americani contro l’imbattibile squadra sovietica. Mi perdoni se parlo di hockey su ghiaccio, ma per sostenere il paragone che voglio riproporre mi è funzionale e al contempo inevitabile.

 

Infatti non è la prima volta che mi trovo a riscontrare qualcosa di “sovietico” nel sistema iberico di derivazione catalana, vale a dire il gioco che a partire da Barcellona ha improntato anche la nazionale spagnola particolarmente quella dell’ultimo mondiale e, per chi ha avuto occasione di seguire qualche prestazione, tutto il sistema delle giovanili iberiche (sarà interessante valutare se e come il ritorno ai vertici del Real Madrid potrà rompere e cambiare questo equilibrio basato sul dominio dell’Autonomia: torneremo alla Spagna talentuosissima ma disunita com’era regola?).

 

Di sovietico v’è molto in questo stile di gioco in particolare nell’aspetto difensivo che ne è il vero punto di forza e fondamento: non sto contraddicendo. Si dice bene quando si parla di fragilità nel neutralizzare veloci controffensive: ragionando a ritroso occorre dire che per sfruttare questa debolezza occorre avere uomini veloci e attaccanti costanti a concludere (forse non a caso l’unica rete milanista l’ha marcata Nocerino; sicuramente il parco attaccanti del Milan si è rivelato insufficente, poiché per battere il Barcellona non bastano tanti attaccanti mediamente buoni; piuttosto uno solo ma efficace, e da questo punto di vista avrebbe forse fatto meglio Inzaghi di Robinho).

 

Il problema è arrivarci in condizione di concludere: in questo i catalani hanno un gioco difensivo  massimamente efficace, nel dominio atletico asfissiante che praticano sulle fonti abituali del gioco avversario (che risulta per forza snaturato). Lo stesso eccezionale palleggio ha un ruolo difensivo non indifferente, riducendo al minimo le possibilità avversarie e mettendo tutti i reparti avversari in posizione subordinata e frustrandone l’animo. Si potrebbe parlare di catenaccio attivo.

 

Perciò continuando a risalire il vero punto debole del Barcellona di Guardiola è paradossalmente il settore offensivo. Ha qualcosa di sovietico proprio perché come il gioco sovietico ricorda un esercito di potenza che muova tutte le proprie linee, unite e armoniche, quasi un sol corpo. Con molta sicurezza si stabilisce in terreno avversario e da lì si adopera con pazienza ad erodere le accerchiate difese avversarie, con offensive manovrate e solide. Eppure se queste non danno i frutti previsti a tavolino, un gruppo di guerriglieri afgani mal vestiti, ma ben preparati e motivati fino al sacrificio può cortocircuitare questa macchina.

 

Paradossalmente Guardiola sulle due gare è stato tradito dal reparto offensivo principalmente. Come ben notato ciò che manca è la flessibilità: per questo soprattutto avevo pensato al Miracle on Ice del 1980, per il non saper perdere, o meglio nel non sapere che fare in una situazione di svantaggio alle strette del cronometro. Un sistema di gioco a tal punto assimilato alla vittoria da non possedere alcuna cretività o misura d’emergenza.

 

Da questo punto di vista il Barcellona possiede un altra impronta “sovietica”, ricorda in un certo senso un enorme apparato ideologico incapace di reinvantarsi e Guardiola ne è il burocrate capo: Guardiola pare inizialmente aver creato un gioco su misura per i suoi uomini, poi averlo teorizzato e influenzato l’ambiente a suon di vittorie. Ora forse si è però arrivati all’ultima fase, ci si è forse spinti troppo in là: dai volti della perfetta orchestra dei solisti catalani si è passati ad un complesso di virtuosi burocrati.

 

Voglio concludere con due annotazioni: si fa in fretta a dire “fine del ciclo”; così come la Russia hockeystica ha ripreso a vincere dopo l’Ottanta, anche questo Barcellona, tale e quale, sembra tutto tranne che finito. Certo è probabile, e i segni ci sono proprio in queste ore, che un ciclo personale  sia in via di conclusione, quello di Guardiola; e forse la squadra ha bisogno di freschezza, ma una compagine composta da questi stessi giocatori non potrà esprimere un gioco troppo diverso da questo: la freschezza che si potrà avere sarà quella di un viso nuovo che restauri una macchina un po’ ingessata. L’unica altra prospettiva è quella di una rivoluzione, la quale richiederebbe un ritorno massiccio sul mercato e sulle impostazioni di tutto un enorme retroterra.

A Guardiola invece farebbe bene accettare la sfida di un altro stadio. Al momento infatti la sua fama e quella di Valdes si assomigliano: incognite non verificate. Questo è innegabile.

 

Mi incuriosisce invece come questa concezione di gioco abbia potuto sorgere; se cioè sia possibile trovare dei riscontri o dei legami con questi anni di storia Iberica (tanto più che già è stato notato quanto questo stile trovi notevoli similitudini ad esempio negli stili di Contador e di Nadal). Sicuramente FC Barcellona è molto più che una squadra: il suo successo ha origine nella sua solida struttura societaria (con somma pace dei petrolieri) e la sua struttura societaria è un movimento che coinvolge livelli molto diversi da quelli prettamente sportivi. Il Nou camp ha stranamente a che fare con l’Escorial. Incuriosisce molto che proprio gli anni di un governo di notevole riferimento internazionale, non troppo estraneo al progressismo catalano e un po’ “sovietico”, apparso impegnato più ad imporre un pensiero dominante  che a proporre efficaci riforme politico-economiche, abbiano visto il successo di questa ideologia sportiva e sociale, dove l’ultimo degli spazzini debba lavorare in sintonia coi progetti della prima squadra.

0 Commenti a “Il Barcellona e l’imbattibile squadrone sovietico

Rispondi