barcelona laporta unicef spy story

mes que un club“Mes que un Club”. Più di un club, più di una squadra di calcio. Il Futbol Club Barcelona ha adottato questo slogan ormai parecchi anni fa, prima dell’arrivo di Messi e dello spopolare del tiqui taca, prima del triplete e delle tre Champions League in sei anni. Perché il Barça, questa è l’idea, è più di un club. È una famiglia, un’istituzione, un modo di vivere, un credo. Il Barcellona è il simbolo di un popolo, di una regione, di una visione del mondo. Un po’ come il Papa per i cattolici, il Barça per i catalani è guida e simbolo della propria identità. Non hanno l’indipendenza dalla corona castigliana, ma hanno il Barça, che è un po’ come essere indipendenti.

E che un club sia più di un club non è una novità, perché di esempi ce ne sono parecchi in giro per l’Europa e per il mondo, basta affacciarsi in Scozia e scoprire cosa significano Celtic e Rangers per cattolici e protestanti, oppure rimanere in Spagna e toccare con mano l’esperienza etnico-calcistica dell’Athletic Bilbao. Ma da qualche anno a questa parte, da quando cioè il Barcellona inteso strettamente come squadra di calcio è diventata la compagine più forte del mondo, dalle parti del Camp Nou la situazione è cominciata a sfuggire di mano.

Andiamo con ordine. Che un club si curi dei propri allievi, soprattutto dei più promettenti, è cosa piuttosto normale. Il fatto che Messi da piccolo necessitasse di cure mediche e che la società blaugrana si sia fatta carico di coprire l’onere medico è quindi cosa bella, ma non eccezionale. Poiché lo farebbe qualunque altro settore giovanile di una grande squadra. Eppure, proprio nella storia di Messi venuta alla luce qualche anno fa, è cominciata ad affiorare una certa retorica. Che bravi, che buoni, ad essersi presi cura del piccolo Leo. Ma si sa, al giorno d’oggi le belle storie, quando finiscono sotto la luce dei riflettori, sono spesso oggetto di retorica buonista, e questo può succedere.

xavi messi iniestaIl fatto, però, è che nel caso del Barcellona la retorica buonista ha cominciato a espandersi a macchia d’olio. La scelta di cedere lo spazio sulla maglia al logo dell’Unicef anziché ad uno sponsor, dicendo di no a parecchi milioni. La malattia di Abidal e la sua guarigione, con quella coppa sollevata a Wembley. Poi la malattia di Vilanova, con il tecnico che mantiene il posto e guida la squadra a distanza da oltreoceano. Sono tutte bellissime storie, su questo non ci piove!, ma sempre cosparse, in un certo modo di raccontarle in cui la stampa non è esente da colpe, di una retorica buonista da film hollywoodiano. Tradotto: quelli del Barcellona non sono solo i più bravi a giocare, sono anche i più buoni nella vita.

E quindi ecco che allo stadio viene introdotto il divieto di fumo, non perché esista una legge in merito ma perché lo stadio dove il tabacco è bandito è più bello e più sano. Ma è anche importante non essere mai sopra le righe fuori dal campo e in conferenza stampa, ed evitare le polemiche considerate rozze e volgari. Altro che Mourinho amante del rumore dei nemici, al Camp Nou hanno sorrisi per tutti. È come se ogni tanto ci si dimenticasse che, innanzitutto, il Barcellona dovrebbe essere una squadra di calcio. E nel calcio, prima di ogni altra cosa, importa vincere. E questo vale anche per i giocatori del Barça, che quando vanno in campo infatti dimenticano comprensibilmente ogni impeto simbolico extracalcistico e giocano come fanno tutti, dal punto di vista dell’atteggiamento agonistico. Il calcio è fatto di sudore, cuore, astuzie, vale per i Gattuso ma anche per i Piqué, e quindi non c’è da stupirsi se i giocatori blaugrana siano tra i primi a provare a trarre in inganno l’arbitro simulando e lasciandosi cadere a terra ad ogni piè sospinto. Ci sono alcune scenate, come quelle di Busquets con l’Inter o di Mascherano con il Real, che fanno decisamente ridere. Non c’è da scandalizzarsi, se si butta Inzaghi ci sta che si butti anche Messi. Il problema è che questo atteggiamento un po’ mourinhano che i catalani hanno in campo va a cozzare clamorosamente con l’immagine che la società prova a dare di se stessa fuori dal campo. È come se ci fosse un’ipocrisia nel voler far credere al mondo di essere belli e immacolati, sgomitando però al limite della legalità quando si scende in campo.

Con questo non si vuole dire che allora Puyol e compagni in partita dovrebbero comportarsi in modo irreprensibile, anzi. Il Fair Play tanto caro a Blatter non lo si pretende dalle altre squadre e non c’è quindi motivo di esigerlo dal Barcellona. Forse allora però sarebbe il caso di stare un po’ più attenti nel volersi dipingere a tutti i costi come “Mes que un club”. È una bella idea quella di non essere solo una squadra di calcio, ma attenzione alla pretesa di diventare un esempio di vita. Così com’è bello anche che Vilanova non venga congedato perché malato, ma non si esageri nel farne un’icona: quanti continuano a lavorare nonostante siano in lotta con la malattia? Vilanova non è il primo né sarà l’ultimo.

MALAGA VS. FC BARCELONAInsomma, il rischio che si corre è quello di “commercializzare” le proprie buone azioni, che sono tali ma che si trasformano spesso in slogan retorici. Quando alcuni anni fa Moratti permise a Burdisso di volare in Argentina a tempo indeterminato per stare vicino alla figlia malata nessuno pubblicizzò, giustamente, l’accaduto, perché era qualcosa che travalicava lo sport e che riguardava il rapporto umano del presidente dell’Inter con un proprio giocatore. Il calcio non c’entrava, e quindi non c’era da proclamare alcuno slogan. In fondo anche l’FC Barcelona rimane una  squadra di calcio, ed è pericolosa la tentazione di voler dimostrare sempre di essere più bravi e più buoni degli altri non solo da un punto di vista tecnico. Perché poi, inevitabilmente, si sfocia in un buonismo dilagante per poter affermare a tutti i costi di essere “Mes que un club”.

E, conseguentemente, la notizia che il Barcellona negli anni passati della gestione Laporta avrebbe fatto pedinare Piqué, alcuni importanti dirigenti della società e persino due politici catalani, adesso scandalizza il mondo. Lo spionaggio, che in questo caso consisteva in pedinamenti, controllo di cellulare e gps dell’auto, è una pratica non nuova nel mondo del calcio, e in Italia vide protagonisti l’Inter e Moratti, che sono tuttora sotto processo. Il problema, in questo caso, è che il Barcellona è la fabbrica dei sogni, e l’immagine di società immacolata che si è lentamente costruita rischia di crollare improvvisamente. Ciò che scandalizza è infatti che la squadra perfetta in realtà sia una squadra come le altre da un punto di vista etico-morale, quando invece si era cercato di far credere il contrario, ovvero di essere non solo i più forti ma anche i più buoni.

laporta spy storyAllora proprio il caso Piqué dovrebbe insegnare che nel calcio l’importante non è che i giocatori siano dei bravi ragazzi, ciò che importa è che giochino bene, segnino e regalino emozioni. Se a Barcellona hanno sbagliato con la spy story, pagheranno, ma non è il caso di farne un dramma: come affermato dallo stesso giocatore è «acqua passata». Una squadra di calcio deve pensare a giocare a pallone, non a essere un modello di vita, anche perché il pericolo, come in questo caso, è di cadere in contraddizione, perché di sbagliare, prima o poi, può succedere a tutti.

Caro Rosell, lasciate perdere le velleità buoniste extracalcistiche, limitatevi a dare spettacolo sul rettangolo da gioco. Ché tanto i bambini di tutto il mondo fanno il tifo per il Barça non perché è una squadra di bravi ragazzi, ma perché gioca meglio di tutti.

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Leggo Tex Willer e fumo Camel Light.

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