German forward Mario Gomez (hidden) is c

«La Germania è troppo potente per stare in Europa, ed è troppo debole per conquistare l’Europa». Con queste parole lo storico tedesco Ernst Nolte descriveva lo sviluppo della storia della propria nazione, senza poter immaginare gli sviluppi calcistici di quest’affermazione. Molti potrebbero obiettare che per ben tre volte ha conquistato l’Europeo e quindi questa frase è sbagliata a livello concreto, e avrebbero sicuramente ragione; se, però, ci spostiamo a vedere la natura della nazionale tedesca, sviluppatasi nella sua storia, allora le parole le calzano a pennello.

 

Sicuramente, la squadra teutonica è sempre stata vista come un corpo estraneo nel panorama del continente, sempre lontana, quasi inarrivabile, dalle altre nazioni, poiché ha una caratteristica peculiare e unica: la costanza. Solo così è possibile spiegare il motivo per cui essa detiene due record molto particolari: maggior numero di presenze nei primi quattro posti (dodici al Mondiale e sette all’Europeo) e maggior numero di finali giocate (sette al Mondiale e sei all’Europeo), guadagnandosi così il diritto di essere sempre una delle favorite alle diverse manifestazioni. Gioco organizzato, prestanza fisica, disciplina tattica e un fortissimo fervore patriottico, sono gli ingredienti che permettono alla squadra di avere tali risultati, tant’è che spesso i giocatori sono paragonati a veri e propri soldati che devono rendere grande la nazione, potendo scegliere solo tra gloriosa vittoria o rovinosa sconfitta.

 

Questa potenziale squadra perfetta ha una sola debolezza: se stessa. Infatti, die Nationalelf ha sempre avuto una mancanza psicologica data, paradossalmente, dalla troppa sicurezza nei propri mezzi; giunti al momento decisivo, i calciatori erano inspiegabilmente colpiti da un’involuzione a livello tecnico-tattico, ad ampio beneficio di avversari che raramente erano più forti. Esemplificativo di questa debolezza, che è totalmente interna, è il fatto che non abbiano mai battuto l’Italia in una competizione ufficiale, squadra che non gli è mai stata superiore ma al massimo di pari livello. Con una debolezza così, come ha fatto a vincere i suoi trofei? Grazie alla presenza di figure fenomenali che si sono caricati il destino della squadra sulle spalle, una su tutte Franz “Kaiser” Beckenbauer (presente in tre dei sei trofei vinti).

 

Con la vittoria del suo girone, a pieni punti e contro ottimi avversari, anche in questo Europeo la Germania dimostra di avere le stesse caratteristiche di sempre e per questo chi vorrà aggiudicarsi il trofeo dovrà inevitabilmente passare sul cadavere di questa formazione. C’è però una novità che, forse, potrebbe rivelarsi importante: la giovane età della squadra. L’ossatura della nazionale, infatti, oggi è composta di giocatori giovani, talentuosi e già svezzati, supportati dall’esperienza di alcuni “anziani”, ribaltando così la tradizione. Importante è poi l’elemento multietnico, dovuto ai numerosi figli d’immigrati, soprattutto appartenenti alla tradizione mediterranea, che potrebbe colmare il gap di malizia che la squadra ha sempre sofferto contro nazionali più “latine”. Che questa sia la cura del tallone d’Achille germanico?

 

Matteo Arosio

Un altro modo di raccontare lo sport.

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