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«Ciao, sono Alessandro Diamanti, per gli amici Alino, e sono il novello Marco Polo del calcio italiano»

Diamanti foto sito GuangzhouPotrebbe presentarsi così il nostro Alino allo spogliatoio del Guangzhou Evergrade, la più antica formazione calcistica cinese, allenata dall’altrettanto nostro Marcello Lippi. Come il ben più noto connazionale del XIII secolo, Marco Polo, anche l’oramai ex trequartista del Bologna ha deciso di intraprendere il cammino che porta dallo Stivale alla remota Cina. Marco Polo naturalmente lo fece per ben altri motivi, ma il fondamento dei due viaggi è sempre lo stesso: i soldi. Diamanti infatti verrà ricoperto di milioni (tre netti all’anno per tre anni) a Canton e non gli si può dare torto se ha dunque deciso di abbandonare i bassifondi della Serie A per approdare nel Paese degli involtini primavera e dell’economia socialista su vasta, vastissima scala.

La squadra allenata da Lippi, vincitrice praticamente di tutto nella stagione passata, era alla ricerca di un nuovo talento dopo l’addio dell’argentino Dario Conca, che dopo tre anni di calcio modesto e tantissimi soldi, ha deciso di ritentare la fortuna in un campionato più competitivo come quello brasiliano, nelle fila del Fluminense. Alino Diamanti ha l’identikit perfetto per ricoprire il ruolo della stella calcistica dell’Occidente in Cina: è entrato nei trent’anni, giocava in una squadra modesta, è simpatico ed ha molto, molto talento. La sua pettinatura arruffata, l’atteggiamento da bischero navigato, il suo carisma e soprattutto quel sinistro sopraffino lo aiuteranno a divenire, senza tanti problemi, la nuova star del calcio asiatico. Eppure molti si sono chiesti il perché Diamanti, nell’anno dei Mondiali, abbia deciso di andare in pensione anticipata. Certo, i soldi contano tanto, soprattutto per un giocatore arrivato troppo tardi nel calcio di alto livello visto il talento di cui è dotato, ma anche la possibilità di giocarsi il suo primo (ed ultimo) Mondiale conterà qualcosa, no?

BolSamp ansaA questa domanda però io risponderei con un’altra domanda: quanto gli avrebbe fatto bene, ad Alino, continuare a giocare altri tre mesi in un Bologna allo sfascio, tra dirigenza in confusione, squadra in crisi e tifoseria in perenne contestazione? Poco, la responsabilità dell’essere l’uomo simbolo avrebbe pesato portando le sue doti tecniche a nascondersi nei caotici meandri della situazione felsinea attuale. Il vero dilemma, in tutto ciò, è come mai nessuna società italiana abbia deciso di scommettere su questo talento che aveva tutte le carte in regola per giocarsi la sua grande occasione. Taarabt è forse meglio di Alino? Ed Alvarez? E Ljajic e Callejon lo sono? Di questi quattro nomi fatti, due sono costati praticamente quanto Diamanti è costato al Guangzhou, uno di più ed uno è in prestito, ma con un diritto di riscatto fissato intorno ai 6, 7 milioni di euro. Credo che Alino abbia considerato anche questo, cioè la mancanza di coraggio dei club italiani nel puntare su di lui, sulle sue qualità tecniche e carismatiche che il ragazzo ha mostrato ovunque abbia giocato. Se a trent’anni ritieni di aver tutte le qualità per giocare ad alto livello e ti ritrovi ancora in un club che lotta (malamente tra l’altro) per restare nella massima serie, appena ti arriva un’offerta del genere non fatichi molto ad accettarla. Orgoglio dunque, forse anche un po’ di sana arroganza, ma a ciò vanno aggiunti altri due fattori, ovvero che Diamanti è sposato con una ragazza di Taiwan ed ha imparato a conoscere ed apprezzare la cultura orientale e che l’allenatore che troverà in Cina e che l’ha fortemente voluto è Marcello Lippi, un tecnico che anche dalle lontane lande orientali ha un peso specifico non indifferente in Italia dopo il 2006, e sarà Lippi stesso il primo a sponsorizzare, agli occhi di Prandelli, il suo nuovo pupillo.

Inoltre perché Prandelli non dovrebbe portarsi in Brasile Diamanti? Le alternative effettive al trequartista di Prato, attualmente a disposizione del ct azzurro, sono solamente tre: Cerci, El Shaarawy e Berardi. Il primo al Mondiale ci andrà comunque e quest’anno sta dimostrando come si possa adattare alla grande anche nel ruolo di seconda punta al fianco di un centravanti puro; il secondo è perso in qualche anfratto del Milan Lab; il terzo, invece, potrebbe sicuramente essere la novità ma è molto giovane ed incostante ed in una competizione in cui è necessario essere al top in poche partite, l’incostanza è una brutta bestia con cui avere a che fare. Per questo Alino può stare tranquillo, perché tre mesi di prepensionamento in Cina non possono cancellare due anni e mezzo nell’oramai rodato gruppo azzurro creato da Prandelli proprio in vista del Brasile.

Se però mi permetti Alino, giusto per ricordare a tutti che andare a giocare in Cina non significa morire calcisticamente, ti darei un consiglio: apriti un blog o un sito o scrivi un libro in cui puoi narrare, come in un diario moderno, le tue esperienze quotidiane in una terra che ancora, per tanti italiani, ha il sapore dell’esotico e dell’inarrivabile. Narra le curiosità della vita quotidiana, le stranezze del calcio sulla via della seta e se ti mancherà il caciucco (che poi con tre milioni l’anno non ti ci vuole niente a trovare un modo di gustartelo anche a Canton), narra il tuo impegno quotidiano o la tua vita da star d’oltre Urali (magari fallo dopo i Mondiali questi, prima limitati all’impegno. Sai, per il codice etico….). Insomma Alino, diventa realmente il Marco Polo del talento calcistico italiano, ambasciatore dei numeri dieci vecchia scuola e dei mancini illuminati dal Signore e racconta a tutti la tua avventura, in prima persona o attraverso un novello Rustichello da Pisa. E poi ci rivedremo in Brasile, ne sono certo.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

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