rubin

carterÈ curioso come proprio in un periodo in cui impazza la diatriba e la polemica riguardo alla ormai famigerata “discriminazione territoriale”, si stia spegnendo, con una calma che poco ha a che vedere con il suo stesso soprannome d’arte, Rubin “Hurricane” Carter. La vita sportiva e, ahimè, giudiziaria dell’ex pugile del New Jersey ha tanto, tantissimo da dirci rispetto a un problema, quello della discriminazione nello sport, che proprio non si riesce a capire come affrontare, addirittura nemmeno come considerare. E allora, ecco Rubin Carter: originario di Paterson, cittadina di uno degli stati a stelle e strisce che per ultimi avevano abbandonato la pratica dello schiavismo nel confronti dei neri, il New Jersey.

Fin da giovane, Rubin non è certo uno stinco di santo: già da ragazzino si dedica più a piccoli crimini che ai libri di scuola; e infatti a quattordici anni viene spedito in riformatorio per un furto con annessa aggressione. È il 1952, una data squallidamente da ricordare, perché è l’inizio dell’infinito sali e scendi per le scale dei tribunali, del continuo dentro e fuori da una cella che avrebbe caratterizzato l’intera vita di Carter. Il riformatorio sta stretto a Rubin, di consumarci dentro la sua gioventù proprio non ne vuol sapere, e quindi scappa. Me lo immagino che corre, corre come il vento per lasciarsi sempre più indietro quelle prime sbarre della sua vita, sussurrando fra sé e sé: “A mai più rivederci!”. A volte è un gioco divertente ripensare ad alcune speranze, a talune certezze che in un dato momento sono nate dirompenti in noi e che poi si sono sciolte come ali di cera. Tutt’al più ci facciamo una risatina, ironizziamo su noi stessi. Probabilmente oggi Rubin, guardandosi alle spalle e rimembrando l’illusione di quella fuga, rabbrividirebbe: la cella non avrebbe mai smesso di inseguirlo. Si arruola nell’esercito Carter, l’indisciplinato Carter, che doveva trovare molto confortevole la poltroncina della Corte Marziale, dinnanzi alla quale figurò diverse volte per il suo carattere decisamente troppo burrascoso per quell’ambiente tutto regole e rigore. Ma tant’è, il paracadutismo non è poi così male. Molto, molto meglio è la grande passione che travolge Rubin nei mesi in caserma: quella per la boxe. Affina i primi rudimenti tecnici, scopre di avere un sinistro davvero niente male; e allora comincia a picchiare, e pareva piacergli un sacco. Dopo soli ventuno mesi viene congedato dall’esercito, giudicato decisamente non idoneo alla disciplina della divisa. Nemmeno il tempo di respirare di nuovo la polvere della cara, vecchia Paterson che la legge gli è subito addosso: caro Rubin, c’è ancora un bel po’ di riformatorio da scontare, credevi ce ne fossimo dimenticati? Si torna dietro le sbarre, che negli anni successivi forse somigliarono più alle porte di un saloon che a una cella, tanto era l’andirivieni che Carter si prodigava a inscenare con stupefacente regolarità. Ma è proprio nelle lunghe, noiose giornate di prigione di quegli anni che Rubin decide di provare a dar pugni non più solo per strada per accaparrarsi un portafogli, ma su un ring. È il 1961, e qui inizia la leggenda di “Hurricane”, una leggenda inviolata e divina, prima che i raggiri e le meschinità profane ne intaccassero la purezza.

carter vs giardelloHurricane, l’Uragano comincia ad essere chiamato, per la spregiudicata violenza con cui si abbatte sul malcapitato essere umano a cui è toccata la sfortuna di trovarsi sul suo stesso ring. Carter vince, vince, vince e fra una vittoria e l’altra, vince. Categoria pesi medi, insomma non proprio quella dei ballerini classici, in cui lui, benché sia alto solo un metro e settantatre, domina. Testa rasata, baffo ben nutrito, e uno sguardo che fa venir voglia ad ogni avversario di saltar giù dal ring e cambiare mestiere. L’assordante boato arriva il 20 dicembre 1963, quando Rubin maltrattata come fa un bambino con il suo primo pezzo di pongo Emile Griffith, passato campione del mondo. Questa e altre due vittorie gli valsero il ruolo di sfidante per il titolo di campione dei pesi medi di Joey Giardello. Si combatte al Convention Hall di Philadelphia, il 14 dicembre 1964. C’è un clima strano introno al ring: un pregiudicato pugile nero contro un già campione del mondo bianco, beniamino di una società con i piedi a metà ‘900 ma la testa ancora ai primi anni del diciannovesimo secolo. C’è aria di uno scontro che in palio non ha solo un titolo sportivo, ma anche la possibilità o meno di un timido inizio di svolta sociale. Carter domina il match, solo sul finire Giardello sembra riuscire a riprendersi, ma dopo quindici round l’incontro termina, e il verdetto sembrerebbe solo una formalità: Rubin Carter di lì a pochi minuti parrebbe dover diventare il nuovo campione del mondo dei pesi medi. La decisione dei giudici è lunga e sofferta, un protrarsi incomprensibile considerando il successivo verdetto emesso: Joey Giardello è riconfermato campione all’unanimità. Il pubblico non ci sta, ma la decisione ormai è presa. Nei giorni successivi non si capisce, o si vuol fingere di non capire, le motivazione di una decisione del genere, ma nella testa di tutti e in particolare nella testa di Carter, la ragione è chiara: il colore della pelle. Gli infiniti sforzi, i massacranti allenamenti, le tante botte prese per anni avendo nella testa il desiderio e la voglia di diventare i numeri uno, vanificati da una vergognosa discriminazione razziale. Non a caso, un successivo sondaggio compiuto fra i giudici dell’incontro incriminato dimostrò che in 14 su 17 si sarebbero espressi per la vittoria di Carter. La carriera sportiva di Rubin, sostanzialmente, finì quella sera al Convention Hall: da quel giorno infatti Hurricane non fu più lui sul ring, sembrava aver perso la smania e la forza di un tempo. Poco male, pensò Carter, è un buon momento per mollare, per poter finalmente scappare in qualche tranquillo luogo isolato dove pescare e fare lunghe corse a cavallo, lontano da questo mondo impazzito. Se questa storia si chiudesse qui, ci sarebbe già comunque abbastanza materiale su cui poter a lungo riflettere. E invece, senza retorica ma con triste realismo, il peggio doveva ancora venire.

carter e dylanÈ la notte del 17 giugno del 1966, al “Lafayette Bar and Grill” di Paterson. Senza avviso e tantomeno motivo, due uomini di colore entrano nel bar e danno vita ad una carneficina, sparando all’impazzata sulle quattro persone presenti: Fred Nauyoks, Jim Oliver, Hazel Tanis, Willie Marins. Tre di questi morirono, sul momento o nei giorni successivi, pace all’anima loro. Nello stesso momento, Rubin Carter e John Artis, un amico del pugile e anch’egli di colore, giravano per la città su una macchina identica a quella su cui i due assassini erano stati visti scappare dal “Lafayette”. E lo scandalo giudiziario ebbe inizio. Prima i due vennero incriminati, per essere immediatamente scagionati da Willie Marins in ospedale, gravemente ferito. Ma per un’intricata e schifosa vicenda di una polizia corrotta e madida di odio razziale, vennero chiamati in processo falsi testimoni che sostennero di aver visto in quel locale proprio Rubin Carter e John Artis. Il verdetto venne presentato da una giuria interamente composta da bianchi: mi pare superfluo specificare l’esito del giudizio. Da quel 1966 inizierà un’infinita saga processuale, fatta di ritrattazioni e prove inquinate, ma anche di incredibile sostegno popolare (addirittura da parte di celebrità come Bob Dylan) alla causa di un uomo sportivamente e personalmente distrutto semplicemente per il colore della sua pelle. Dopo ventidue anni di carcere, nel 1988 finalmente i procuratori del New Jersey fecero cadere ogni tipo di condanna nei confronti di Rubin Carter e di John Artis, affermando che accuse e sentenze dei processi precedenti erano basate su motivazioni razziali.

disc terrE ora eccoci qua, nel 2014 in Italia, alle prese con pareri contrastanti in merito alla discriminazione territoriale che, al punto 11 comma 1 del Codice di Giustizia Sportiva, viene specificata come: “ogni condotta che, direttamente o indirettamente, comporti offesa, denigrazione o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine territoriale e/o etnica, ovvero configuri propaganda ideologica vietata dalla legge o comunque inneggiante a comportamenti discriminatori”. L’unico punto certo al momento è che non sembra ci siano le idee chiare, e che per dar l’impressione di averle si sia ricorsi a sanzioni decisamente non proporzionate rispetto alle cause (una buona parte delle quali peraltro rientranti in una semplice ottica di sfottò da stadio). Il tema della discriminazione, la storia di Rubin Carter insegna, è un argomento delicato e che giustamente deve essere affrontato. Ciò detto, per il momento tutto quello che appare è un sistema terrorizzato, un sistema con la paura di non riuscire a gestire, arginare e regolare una materia così delicata; e il ricorso a sanzioni incomprensibili è la conseguenza naturale di tale paura. La storia di un uomo che ha passato gran parte della propria esistenza in una cella a causa di motivi razziali (ma anche più semplicemente che si è visto ingiustamente portar via il titolo di campione del mondo per i medesimi motivi) sia di insegnamento affinché questo problema venga affrontato con la necessaria intelligenza, perché per ora tutto ciò che domina è solamente il terrore. Non lasciamo che la storia di Hurricane rimanga un semplice cimelio da bibliografia sportiva.

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