Maradona incorona Higuain

La consacrazione è arrivata dall’alto anzi, per dirla da napoletano, da Dio in persona. Proprio Diego Maradona ha incoronato Gonzalo Higuain come suo erede. La maglia azzurra, la nazionalità argentina e l’accoglienza da re riservata al Pipita hanno fatto scomodare il Pibe iMaradona incorona Higuainn persona che si è detto entusiasta del nuovo Napoli di Benitez. Eppure da quando Diego ha smesso di incantare le folle con i suoi colpi, l’etichetta di “nuovo Maradona” se la sono passati in parecchi argentini: chi per meriti sportivi, chi per i dribbling funambolici, chi per la somiglianza fisica e chi per il rapporto speciale con le piazze di Diego (Napoli, Buenos Aires e Barcellona), ma quasi tutti sono usciti con le ossa rotte a causa dell’eccessivo compito dato da un paragone maledettamente pesante. Messi stesso se non dovesse vincere un mondiale sarebbe sempre considerato “di meno”, soprattutto perché per emulare il Diego dell’86 ci vorrebbe qualcosa di inimmaginabile.

In principio fu Ariel Ortega, funambolico trequartista del River Plate, non proprio la squadra più amata da Maradona, che guidò Los Millonarios a vincere quattro tornei di Apertura e una Copa Libertadores, tra il 1991 e il 1996, a soli 22 anni. In patria ne erano certi: il nuovo Diego aveva la maglia numero 10 del River. Così come il Pibe anche Ortega passò in Spagna prima di arrivare in Italia e a Valencia disputò due discrete stagioni prima di sbarcare alla Samp per 23 miliardi di lire. A Genova però fu un calvario e la Doria di Spalletti a fine anno retrocedette e Ariel, dopo un anno in sordina a Parma, tornò al River dove rivinse. Dopo una parentesi burrascosa in Turchia, dove la suadade per Buenos Aires gli costò una multa di 11 milioni di dollari, ritornò per l’ennesima volta in Argentina e rivinse ancora prima dell’addio al calcio nel 2012. Per gli argentini El Burrito (l’asinello), nonostante il fallimento europeo, rimarrà sempre un mito.

marcelogallardoDal 1992 al fianco di Ortega giocava, qualche metro più indietro, un altro piccolo campioncino del River: Marcelo Daniel Gallardo. Rimase al River fino al 1999 e vinse 6 campionati e una Libertadores, divenendo il leader indiscusso nel post-Ortega. Nel 1999 volò in Francia nel Principato di Monaco e, assieme a Ludovic Giuly, innescò la coppia formata da Marco Simone e David Trezeguet portando i monegaschi alla conquista del titolo, alla fine dell’anno Gallardo venne premiato come miglior giocatore del campionato francese. Ma al momento della consacrazione definitiva una lite con mister Deschamps lo fa tornare in Argentina senza però riuscire a confermare in seguito le gesta fatte vedere in territorio transalpino. Da grande campione divenne un grande incompiuto.

Il testimone di Gallardo al River lo ricevette un piccolo e sfacciato 16enne dalla faccia molto simpatica, tanto da essere soprannominato El Payaso. Pablo Aimar oltre ad essere piccolo era estremamente efficace nei suoi dribbling, il suo secondo soprannome non a caso è Il Mago, e stregò il suo connazionale Hector Cuper che lo volle a Valencia. In Spagna formò con Baraja, Albelda e Vicente un centrocampo formidabile che bissò la finale di Champions, e anche la sconfitta. In seguito con Benitez divenne il faro della squadra e i suoi passaggi per Mista permetterono ai valenciani di vincere la Coppa Uefa e ben due volte la Liga (prima del duopolio Barcellona-Real Madrid). La mancata incidenza in Nazionale e, soprattutto, la fragilità fisica lo limitarono parecchio nel confronto con Diego.

La vendetta degli xene600x0_569831izes del Boca a questo trio di fenomeni biancorossi ha invece le spoglie di un lento giocatore dalla classe sopraffina che incantò, e incanta tuttora, tutte le platee argentine: Juan Roman Riquelme. Con Maradona condivide le squadre (Boca e Barcellona) oltre all’affetto infinito che i tifosi del Boca hanno nei suoi confronti. Disse di lui Jorge Valdano, idolo di Newell’s e Real (non proprio squadre legate a Boca e Barcellona): «Chiunque, dovendo andare da un punto A a un punto B, sceglierebbe un’autostrada a quattro corsie impiegando due ore. Chiunque tranne Riquelme, che ce ne metterebbe sei utilizzando una tortuosa strada panoramica, ma riempiendovi gli occhi di paesaggi meravigliosi». Insomma un vero genio del pallone che stava per riuscire nel miracolo di portare il piccolo Villareal in finale di Champions League, ma un suo errore dal dischetto in semifinale mise fine al sogno che forse anche per Diego sarebbe stato irrealizzabile. Nel suo palmarès figurano comunque 5 campionati, 1 Libertadores e una coppa intercontinentale.

Nel 2001 una famosa trasmissione sportiva italiana mostrò le immagini di un giovane giocatore argentino del River Plate che faceva un insolito giochetto con la suola del piede con la quale irrideva gli avversari, il numerino si chiamava la “boba”. Nel 2002 Maradona in persona affermava in proposito di quel giocatore: «È il giocatore che più mi assomiglia, l’unico che mi fa divertire durante una partita di calcio». Questo acrobata da circo si chiama Andrès d’Alessandro e fece impazzire i signori della Volkswagen che lo acquistarono per la propria squadra, il Wolfsburg. L’impa1203373738_ftto con il calcio europeo, e con la ruvidità tedesca, fu però devastante per El cabezon che, per tornare a sorridere dal punto di vista calcistico, fu costretto a tornarsene in Sudamerica dove, con l’Internacional, vinse da protagonista la Copa Libertadores.

Leggermente più attaccante degli altri colleghi è Javier Saviola. El conejo stupisce tutti nelle giovanili del River Plate vincendo in seguito la classifica marcatori della prima squadra a 18 e 19 anni. Nel 2001 partì per Barcellona e, pur segnando in parecchie occasioni, non riuscì mai a diventare la punta di riferimento della squadra di Van Gaal e Rijkaard. Da qui iniziò il suo girovagare tra Spagna e Portogallo, con l’apice raggiunto a Siviglia con la vittoria della Coppa Uefa 2005-2006. In nessuna di queste occasioni però le sue marcature superarono la doppia cifra, anche a causa del suo dirottamento sulla fascia.

Ultimo nella nostra rassegna è il giocatore che ci permette di chiudere il cerchio tra Diego, il Napoli, l’Argentina e Higuain. Nel luglio 2007 Aurelio De Laurentiis regalò al Napoli, appena tornato in serie A, e alla piazza campana un giovane giocatore argentino tutto dribbling e tatuaggi, Ezequiel Ivàn Lavezzi soprannominato il Pocho. Nei 5 anni di Napoli incantò i tifosi, esprimendosi a livelli elevatissimi soprattutto nell’ultima stagione che lo vide protagonista anche in Champions. Il suo gioco a volte svogliato e la suamed_gallery_11_2_305680 discontinuità hanno di molto limitato quello che per tanti napoletani era il nuovo Pibe. Anche grazie alla sua cessione milionaria (30 milioni al Psg) il Napoli ha potuto mettere i primi mattoncini per la rosa di quest’anno.

Insomma se il paragone con Maradona è motivo di vanto e di grande orgoglio, spesso e volentieri ha rappresentato un giogo insopportabile per dei giocatori bravi ma non al livello del più grande di sempre. Il Pipita è pronto per la sfida, certo che basterebbe arrivare allo scudetto per essere omaggiato di un murales per le vie di Napoli e rimanere per sempre nei cuori dei tifosi azzurri a fianco di Diego.

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«Le cose non succedono, le cose vengono fatte succedere» (JFK). «Ci sono due modi per tornare dalla battaglia: con la testa del nemico o senza la propria» (PDC).

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