Nibali ansa

Tour de France 19. Etappe Marco PantaniSi potrebbero dire molte cose del Tour di Vincenzo Nibali. Si potrebbe dire che ora sono in sei ad aver vinto i tre grandi Giri del ciclismo (Vuelta di Spagna, Giro d’Italia e Tour de France): Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault, Contador e Nibali. Si potrebbe dire dei Magnifici Sette, gli unici sette italiani ad aver onorato la maglia gialla fino a Parigi: Bottecchia, Bartali, Coppi, Nencini, Gimondi, Pantani e Nibali. Si potrebbe dire che Vincenzo è l’unico italiano ad aver vinto il Tour de France con la maglia tricolore; perché nel 1949, Fausto Coppi vinse prima il Tour e poi il Campionato Italiano. Si potrebbe dire che ha corso sulle strade di Francia da padrone assoluto, perché per 19 volte su 21 tappe, Nibali è partito vestito di giallo. Si potrebbe dire e citare molto altro, molte altre statistiche e dati tecnici o storiografici. E si dovrebbe, per rendere omaggio allo straordinario evento a cui abbiamo infine assistito due settimane fa sui Campi Elisi di Parigi. Ma non sarebbe mai abbastanza.

C’è chi dice che Vincenzo ha vinto perché in tre giorni la sua concorrenza è stata fatta fuori dalla sfortuna. E c’è chi ribatte rifugiandosi dietro ad un evasivo “ma non è stato lui a farli cadere”. Tuttavia ci dimentichiamo di quanto era già successo in gara, prima che Froome abbandonasse e Contador finisse in ospedale. Sheffield e Arenberg. Strada e pavè. 2 secondi e 2 minuti. E sia il britannico-keniota che lo spagnolo vi hanno assistito impotenti dal gruppo. f9adc0958c81f95fb0aa5382afbe975c-002--473x264Poi c’è il signor Tinkoff che sostiene che se Contador non fosse caduto, avrebbe vestito lui la maglia gialla a Parigi perché era più forte e la sua squadra la più solida. Ma 2 minuti e 37 secondi che separano i due favoriti della corsa mi sembrano davvero tanti. Perdere 2 minuti e 37 secondi in una qualche salita, vuol dire quasi fermarsi. O sprofondare nel buio di una crisi di fame o sete. Tuttavia Nibali non ha mai mostrato un segno di cedimento: lasciare andare la fuga quando si poteva, tenerla al guinzaglio quando era pericolosa, scattare in faccia a tutti quando era importante ristabilire le gerarchie, controllare quando bastava. E l’Astana, coi suoi diversi scudieri e l’esperienza di un Michele Scarponi sempre più grande nella sua umiltà al servizio, ha dimostrato di essere squadra responsabile e compatta intorno al suo capitano. Nessuno avrà mai la controprova di tutto quello che si dice e presume. Ma questi sono fatti, non supposizioni. Con Contador sarebbe stato un Tour senza dubbio differente e più spettacolare ma le stoccate di Sheffield e Arenberg erano già state affondate. Le fondamenta per l’impresa dello Squalo erano già state poste. E da allora, ognuno di noi pensava che forse l’attesa era finita. Ognuno lo pensava, ma nessuno lo diceva. Ognuno lo sperava, ma nessuno ne parlava. Dopo Pantani, era forse Nibali? Tante sono state le parole spese per il confronto tra il romagnolo e il siciliano. Ma come è possibile confrontare due geni come loro? Uno, genio e naturalezza. L’altro, genio e professionalità. Due epoche diverse. Due imprese diverse. Uno, che si trova a scrivere la storia rincorrendo fin dalla prima tappa. L’altro, che scappa subito via. Ma le stesse care ed attese emozioni. Le stesse lacrime. Le stesse gioie. Lo stesso orgoglio.

Siamo ormai troppo spesso abituati ad avere simpatia per l’eroe tragico e trasgressivo. Quello che sempre deve soffrire e a cui è concessa anche una vita fuori dai binari della nostra normalità. download (1)Quello le cui fatiche diventano pettegolezzi di risonanza mondiale e scoop di interesse internazionale. Quello che ha saputo lottare basandosi sulle sue sole forze per inventarsi un destino luminoso risorto dalle paludi del suo niente. Questo è l’eroe che ci piace veder vincere. Nei cinema, nelle televisioni, nei romanzi. Forse non siamo più abituati a veder trionfare l’eroe della semplicità. Perché non lo chiameremmo eroe. Forse non siamo abituati a veder primeggiare e vincere chi ha una vita che assomiglia più alla nostra che a quella del protagonista di un film. Ma in realtà è proprio la forza delle cose semplici che ci manca. Abbiamo bisogno di vedere che possiamo vincere anche nella semplicità delle nostre giornate. Anche nella semplicità di quello che facciamo. Anche nella fatica e nell’impegno quotidiano. Per anni. Senza vedere risultati all’inizio. Ma andare avanti, supportati da chi abbiamo vicino e ci vuole bene. Senza dover per forza far parlare di noi o delle nostre imprese straordinarie. Vincenzo Nibali, la sera del trionfo a Parigi scrive in una lettera per la figlia Emma, ora troppo piccola per leggere e capire, ma che un giorno leggerà e capirà: “E’ stata un’emozione fortissima. Non quella di salire sul palco e ascoltare l’inno italiano, ma quella di rivederti, così piccola eppure già cresciuta dall’ultima volta. E’ passato quasi un mese dall’ultima volta”. E pensare che per un professionista, la vittoria al Tour de France è il massimo a cui si possa aspirare. Questa è la forza della semplicità di una vita normale. Una vita da padre. Una vita da marito. E poi una vita da ciclista. La semplicità di uno che ha fatto dell’allenamento e dell’impegno nel lavoro il suo punto di forza. Quanti sono quelli che abbandonano quando i risultati non arrivano? Quanti sono quelli che cercano sempre scorciatoie? Quanti siamo noi, che prima o poi lasciamo perdere passando da una cosa all’altra? Tanti. Ma il nostro Vincenzo ci ha confortato. E’ possibile. Non è un eroe, un uomo da prime pagine se non quando vince un Tour de France. Non è uno a cui piace far parlare di sé. Non è uno che teme la fatica e il sacrificio. E’ un uomo normale. Uno come noi. Sulla vetta del Tour.

“Ho pensato che il ciclismo è come una favola, che i corridori sono come cavalieri su cavalli alati, che le corse sono avventure a lieto fine. Per tutti. Per chi vince e anche per chi non vince, perché avrà sempre scoperto qualcosa di nuovo e di bello”. Vincenzo Nibali. 21 luglio 2014. Carcassone, Francia.

Grazie Vincenzo.

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