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36af28f3a59c18f1a1d864a488e31935-9810-kAkH-U10701229085510yQG-1024x576@LaStampa.itTempistica e condizioni precise ancora non è dato conoscerle con precisione, ma la sostanza della questione ormai è chiara: l’Inter è in procinto di passare sotto il controllo cinese di Suning, azienda leader dell’elettronica. Una manovra che, stando ai rumors circolanti in queste ore, prevederà un iniziale ingresso per circa il 70 percento delle quote (40 di Thohir più le 30 di Moratti, che uscirà definitivamente di scena) e che nel giro di un anno dovrebbe portare Suning a detenere l’intero pacchetto azionario della società nerazzurra, con tanti saluti anche al magnate indonesiano. Già, Erick Thohir: la sua presenza sul palcoscenico della Beneamata si è già conclusa, dopo nemmeno tre anni, ovvero meno del termine quinquennale che lo stesso presidente aveva dato per ottenere quei risultati importanti, in termini sportivi e societari, che aveva promesso alla platea nerazzurra al momento del suo insediamento, nel novembre del 2013. I commenti e i giudizi sulla brevissima parentesi indonesiana, in questi giorni, piovono a raffica, buona parte dei quali decisamente negativi: Thohir che non è stato in grado di, Thohir che ha promesso tutto e non ha ottenuto nulla, Thohir che ha pensato solo agli affari suoi, insomma Thohir che ha fallito. Da un certo punto di vista, c’è della verità in queste aspre critiche: la top 10 mondiale entro cui Erick voleva portare l’Inter nel giro di 5 anni è ancora solo un miraggio, e difficilmente, anche dandogli ancora altri due anni, il presidente sarebbe riuscito a raggiungere il suo scopo. Ma, nonostante tutto, a Erick Thohir, oggi, si può dire solo una cosa: grazie.

Moratti-1000x600Quando nel novembre del 2013 il magnate indonesiano ottenne il controllo dell’Inter dalle mani ormai stanche e prive di forza di Massimo Moratti, la situazione societaria e tecnica era a dir poco disastrosa: rispetto alla prima, il club versava in una condizione debitoria allarmante e senza sbocchi, si parlava di tribunali, di fallimento economico dietro ad ogni angolo, di ricavi da squadra di seconda categoria inglese; parallelamente, e di conseguenza direi, la squadra era decisamente scarsa, con una guida tecnica non all’altezza (Mazzarri) e una rosa di giocatori che era passata nel giro di un pugno di anni da Eto’o, Sneijder, Maicon e Milito (il miglior Milito) a Jonathan, Belfodil, Campagnaro e Taider. Zero denaro per rilanciare un progetto, che non pareva nemmeno esserci, zero possibilità di invertire la rotta, infinite alternative per peggiorare ulteriormente la situazione. Thohir arrivò, spinto sicuramente da ambizioni e motivazioni più personali ed imprenditoriali che sportivi e passionali, eppure arrivò, prendendosi sulle spalle sì un club storico e dal blasone di livello mondiale, ma in una condizione finanziaria e tecnica da far scappare a gambe levate anche il più intrepido degli affaristi.

DERBY; CARICA MANCINI 'TEMO MILAN, MA INTER PENSA IN GRANDE'Già dopo un paio di mesi portò a Milano Hernanes e D’Ambrosio, non certo due campioni ma volete mettere con Alvaro Pereira e Kuzmanovic? La prima estate fu cauta, quasi interlocutoria dal punto di vista del calciomercato, eppure le esigenze del tecnico, ancora il buon Walter, furono in un modo o nell’altro soddisfatte. Che poi sia stato quest’ultimo a chiedere i vari M’Vila, Dodò e Osvaldo è tutto un altro paio di maniche. Una situazione che, naturalmente, non poteva reggere a lungo, e allora Thohir ingaggia Mancini, un nome dai dolci ricordi per il popolo nerazzurro e un profilo che, dopo anni di depressione, risolleva il morale dell’ambiente. Arrivano Brozovic e Shaqiri, due ottime pedine, in estate si fanno faville, con un paio di sacrifici necessari ma ripagati dai vari Kondogbia, Perisic, Miranda, Murillo, Jovetic e Ljajic. Contestualmente, la società riesce miracolosamente a trovare un accordo con la Uefa, che minacciava di scatenare l’Apocalisse sui bilanci nerazzurri, dimostrando che la strada intrapresa, seppure nemmeno lontanamente sufficiente per riportare l’Inter dove le compete, è quella giusta. Poi arrivano la mancata qualificazione in Champions League, la consapevolezza di dover cedere un paio di big per poter far mercato e la coscienza che, per poter davvero rilanciare l’Inter, occorra più di una buona strategia societaria. Che occorra, insomma, ciò che oggi nel mondo possono garantire solo un certo tipo di soggetti: i soldi, tanti soldi. Quelli che Thohir, per un motivo o per l’altro, non può mettere sul piatto. Da qui in poi, la vicenda è nota.

image-20150820-7239-y2t3hrDunque oggi l’Inter, dopo due anni e mezzo della nuova gestione, viene venduta ad un prezzo circa tre volte superiore a quello con cui Thohir l’aveva acquistata (e non diciamo fesserie che è per i debiti alle stelle, quelli sono sì aumentati ma di una cinquantina di milioni), ad un gruppo ricchissimo che promette, come prima cosa, di ripianare le perdite per poi poter spendere in serenità, e con una base tecnica finalmente di alto livello (un buon allenatore e 5-6 giocatori degni di questa maglia). È stata così un fallimento, dunque, la gestione Erick Thohir? L’indonesiano avrebbe potuto essere lo Tsipras del calcio, accolto come il salvatore della patria in un Paese dal debito intollerabile e in piena baruffa con l’Europa costantemente vigilante, facendo lo spaccone, dicendo che il Ffp è una boiata, ignorando i vincoli, spendendo e spandendo per rilanciare l’ambiente in solitaria e con fiera e beffarda indipendenza. Forse è questo che una fetta di tifosi avrebbe voluto. Come sia finita in Grecia lo sappiamo, con Tsipras che dopo poco più di un anno e con condizione economiche molto peggiori di quelle che aveva trovato è dovuto tornare a testa bassa a Bruxelles ad implorare nuovi prestiti, una ristrutturazione del debito e ad ammettere che non c’è altra via che sottostare ai vincoli europei. La storia di Thohir, invece, è stata diversa: ha diligentemente ossequiato i dettami dell’Uefa, cogliendone l’apprezzamento e la conseguente disponibilità a scendere a patti, ha stretto la cinghia (il mercato della scorsa estate, al netto della demagogia, si è chiuso in pareggio), ha tentato di raddrizzare la condizione finanziaria del club. E oggi può mettere nelle mani di investitori ben più potenti e facoltosi di lui una società che perlomeno non è ulteriormente naufragata, dal punto di vista economico, dal valore quasi triplicato e dal livello tecnico molto promettente. A Erick Thohir, dunque, si può solo dire una cosa: grazie, grazie per non aver fatto lo Tsipras.

5 Commenti a “Grazie Thohir, che non sei stato Tsipras

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