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Tutto ciò che nasce, prima o poi, muore. C’è sempre un arrivo per ogni partenza. Badate bene, la mia non è una posizione negativa né apocalittica. Così è la vita. Così è nel calcio. Persino l’Impero Romano dopo secoli di supremazia è crollato. Persino il Milan degli invincibili si è spento, pur lasciando l’aura olandese e quel profumo di tulipani in ogni corridoio di Milanello. Ho visto più volte l’immagine di quell’uomo con la giacca marrone, jeans e camicia rosa, entrare a S. Siro e salutare gli ottantamila col braccio alzato, commosso. Il cigno di Utrecht, Marco Van Basten, martoriato da troppi infortuni, ha dovuto lasciare anzitempo. E l’ha fatto con stile.

 

Adesso, dopo molti anni, la scena si ripete: ultima partita per Nesta, Inzaghi, Seedorf, Gattuso e chissà magari la lista si allunga. 13 maggio 2012. Questi stessi giocatori furono decisivi in quello storico 28 maggio 2003, quando Paolo alzò la coppa dalle grandi orecchie nel cielo di Manchester. Il capolinea è arrivato, “game over” come direbbe Ringhio. Ma non è una sconfitta, non è la fine di una bella favola che ormai è svanita. Questa non è una tragedia, che fa finire il tutto nel nulla. Questi giocatori ci hanno insegnato come si può interpretare questo sport: col sacrificio, con l’amicizia, col coraggio, con l’unione di un gruppo che non è un semplice gruppo ma è una famiglia. È questo il segreto dei tanti successi ottenuti. Quel “bene comune” tanto chiacchierato in politica da sembrare un concetto senza contenuto, eppure così semplice ed evidente nel Milan del nuovo millennio.

 

Clarenzio, che è disposto a cambiar ruolo per meglio oliare gli ingranaggi del rombo. Sandro, capace di guidare il reparto difensivo con chiunque si trovasse in coppia (indimenticabile il match contro il Siena giocato con una costola incrinata). Pippo, che col tempo e gli acciacchi ha accettato con umiltà e rispetto la panchina, per poi pungere come un calabrone quando chiamato in causa (chiedete a Mou e a quel 2-2 che non si spiega in un altro modo). Ringhio, sette polmoni, uno che a Rivaldo appena arrivato, dopo che il brasiliano fece un gol da trenta metri in partitella, ha detto: “Tu continua così e non pensare a correre. Correrò io per te”.

 

Il bene comune è questo: sacrificarsi per il bene del gruppo e di conseguenza per il bene di ciascuno. E gli innumerevoli trofei, l’affetto dei tifosi, la gratitudine degli addetti ai lavori, ne sono la prova incancellabile.

 

In queste situazioni i ringraziamenti sono scontati e rischiano di scivolare nel banale. Nonostante ciò, non posso che aggiungermi alla lista dei riconoscenti: grazie ragazzi, grazie per tutto quello che avete fatto in campo per il Milan, grazie per quello che ci avete insegnato; scusate se ogni tanto abbiamo diffidato di voi, del vostro talento, e vi abbiamo fischiato o abbiamo desiderato una vostra cessione prematuramente. Non vi dimenticheremo mai.

 

P.s. Mark, Generale, non mi sono dimenticato di te, anzi ho deciso di dedicarti uno spazio particolare. È vero, hai giocato solo un anno e mezzo che comparato alle carriere dei quattro di cui sopra non è nulla; ma ricordati che sei alla loro altezza: senza di te non avremmo vinto il campionato l’anno scorso e la tua esperienza, il tuo carisma e il tuo carattere sono stati utilissimi per incrementare il livello del gruppo. Sei un vero leader. E le tue lacrime nella dichiarazione di addio sono segno del fatto che sei un vero uomo, uno che ha lottato per questa grande famiglia che ci riunisce tutti. Grazie.

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