JRSmith

In NBA esistono le superstar, fuoriclasse con capacità al di là di ogni logica che monopolizzano le partite (vedi James e Durant al Christmas Day). Poi ci sono quei giocatori con un talento immenso, insensato e cristallino, superato solo dall’incostanza o da lacune terribilmente umane. Il più delle volte questi giocatori bruciano molto velocemente, finiscono per essere fenomeni da baraccone, o vengono sovrastati da responsabilità che non sono in grado di prendersi. E così in un baleno ti ritrovi a ricordare quel talento con lo sguardo un po’ ebete, ma allo stesso tempo sognante, chiedendoti «chissà se… come sarebbe andata».

Ogni tanto però, questi giocatori trovano un padre cestistico, una guida, o molto semplicemente, un posto nel mondo. Il loro posto. E quando lo trovano ti ripagano in emozioni con tanto di interessi, come nessun altro è in grado di fare, nemmeno una superstar concelebrata.

Jamal-CrawfordJamal Crawford e JR Smith avrebbero qualità naturali in abbondanza per rientrare nella prima categoria, ma, uno per capacità (o, meglio, incapacità) difensive, l’altro per incostanza e fedina penale, appartengono di diritto alla seconda. Fino a quest’estate, uno era perso nel contesto insensato dell’Oregon, l’altro vagava nel recinto della grande muraglia. E così ero rassegnato a ricordare quelle sporadiche e futili epifanie del loro sublime talento, con quello sguardo vagamente romantico, ma soprattutto ebete.

Poi sono accadute due cose, concrete, fatte di terra e sudore. Due superstar (oltretutto amicissime tra loro, com’è piccolo il mondo) hanno dato un’impressionante svolta alle proprie carriere. Chris Paul si è caricato sulle spalle la franchigia più sfigata della storia NBA, trasformandola in una seria pretendente allo scettro. Carmelo Anthony ha compiuto la metamorfosi da arma offensiva a giocatore da 28 metri, difende, scarica sui raddoppi, muove le difese, va a rimbalzo come un toro. E così Jamal e JR hanno trovato la via, illuminati sulla via di Damasco dall’impegno e dal duro lavoro di gente che di talento ne ha più di loro.

Ma la storiella non è così banale e nemmeno così paternalistica. Sono le armi tattiche delle due squadre più in forma dell’NBA, e che giocano il miglior basket ad Ovest e Est. Il ruolo è chiarissimo per entrambi: stai seduto finché gli altri se la cavano da soli, poi entri e mettici un po’ di pepe. O come preferisco, entra e mettici un po’ di rhythm and blues. Li vedi alzarsi e togliersi la tuta, uguali ma allo stesso tempo diversi.

Jamal è di Seattle (dettaglio non trascurabile), entra con il suo ritmo sincopato alla Bob Marley, con fare scanzonato va quel mezzo battito meno degli altri, ma ha un’estensione vocale che gli permette di fare qualsiasi cosa. Ed è proprio quel mezzo battito che ti fa socchiudere un occhio prima di un’accelerazione improvvisa, prima di un riff che non ti aspetti. Ma come? Andavi più lento e adesso sei davanti di un metro? È un virtuoso senza precedenti, con una leggerezza e una naturalezza disarmante. Quest’estate, a 32 anni, per la prima volta si è allenato al tiro. Come se Jimi Hendrix andasse a solfeggio ritmico.

JRSmithJR è di New York, periferia ovviamente, sguardo delinquente, tatuaggi ovunque si possa averne. Entra con la cattiveria gangster, ritmo martellante alla Tupac, anche se lui da newyorkese gradirebbe di più il paragone con Notorious BIG. Thug life, temprato nella polvere da sparo, talento da top 20 a stare larghi, range di tiro illimitato, meccanica inesistente (nel senso che può segnare in 45 modi diversi senza che tu abbia visto nemmeno metà del suo arsenale). Una verticale che fa imbarazzo, una capacità di aggredire il ferro proporzionale a quella di aggredire la vita e l’avversario. È una questione fisica, di sopravvivenza, di sopraffazione. Il basket con l’hip-hop nelle vene.

Diversi e identici, quando entrano il riflettore è loro. Uno con le variazioni di ritmo, l’altro con un ritmo che prevale. Los Angeles e New York, uno per rinascere cestisticamente, l’altro per i colori della sua città (più che il bluarancio, l’ebano della pelle di Rihanna). Jamal sospira «don’t worry about a thing, ‘cause every little thing gonna be all right». JR grida «Hell, no. There’s nobody in the business strong enough to scare me».  Guardarli è uno spettacolo per tutti, ma per quelli come me che vivono lo sport come una metafora della vita, è un’esperienza più mistica che estetica. Per questa stagione, comunque, il sixth man of the year è cosa loro.

Chuck
twitter@giacomodezotti

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