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“This is not Lakers basketball”, la realtà dei fatti era già sotto gli occhi di tutti ma se la bocciatura arriva anche per bocca di un certo Magic Johnson (la leggenda ex giocatore, allenatore, vice presidente e part owner dei LAL) significa che la situazione è davvero seria.

Le Finals mancano allo Staples Center, sponda gialloviola ovviamente, dal 2010, tutt’altro che un passato remoto ma comunque troppo tempo per una squadra come i Los Angeles Lakers. Per contrastare lo strapotere e il talento concentrati a Miami e la freschezza e intraprendenza di OKC, quest’estate si è lanciato il rinnovamento in casa Lakers con l’obiettivo di tornare a guardare tutti dall’alto al basso.

Sono arrivati due All-Stars come Steve Nash, play dei Suns e due volte MVP della lega alla ricerca a 38 anni suonati ancora del suo primo (meritato) titolo, e Dwight Howard, il migliore centro della lega, soprannominato Superman non a caso. Kobe è sempre Kobe, Pau Gasol è rimasto insieme a Metta World Peace. Sulla carta i giochi sono fatti, LAL una spanna sopra tutti e ennesimo anello per il Black Mamba, sul parquet però la musica è diversa…

Per californiani l’avvio di stagione è disastroso, record 1-4 e Nash si infortuna dopo sole due partite, troppo per coach Mike Brown che viene licenziato. La squadra viene affidata allora a Mike D’Antoni, chiamato a rimettere ordine e dare un’identità e un gioco alla rosa gialloviola.

Un mese dopo la situazione non è migliorata, anzi sul piano del gioco si sono fatti passi indietro e una squadra data come legittima pretendente per il titolo è diventata a malapena una candidata per i playoffs. Il problema principale dei Lakers non è la fase offensiva ma la difesa, Kobe Bryant non ha problemi a fare punti, Howard ha fatto vedere a intermittenza la stessa cosa ma non si può sempre vincere semplicemente outscoring gli avversari. I limiti difensivi sono evidenti, non c’è cooperazione tra i cinque giocatori in campo e nessuno che si sacrifichi per chiudere e recuperare, manca la corsa dando troppo spesso l’impressione di vedere solo gente svogliata e senza energie sul parquet. Il problema è chiaro, lo soluzione anche, sta quindi al coaching staff far passare il messaggio e correggere i giocatori ma evidentemente c’è ancora qualcosa che non funziona.

D’Antoni continua a ripetere come tutto andrà meglio con il rientro del suo pupillo Nash (previsto già per 10 giorni fa ma ormai probabile solo sotto natale), i dubbi però che sia semplicemente sufficiente solo il ritorno del canadese a trasformare i Lakers sono legittimi. Come se non bastasse la mancanza di risultati c’è anche il caso Gasol: lo spagnolo infatti deve affrontare la concorrenza di Howard e mal si è adattato al nuovo stile di gioco che lo vede posizionato più lontano dal canestro. Kobe ci ha già pensato a strigliarlo a dovere anche a mezzo stampa e pure la dirigenza l’ha messo davanti all’opzione di sposare il nuovo progetto mente e corpo o trovarsi una nuova sistemazione. La sconfitta di stanotte contro Cleveland riassume perfettamente quanto ho scritto: solito immenso Bryant da 42 punti ma Lakers incapaci di contenere Kyrie Irving e che concedono troppi turnovers, risultato vittoria 100 a 94 per i Cavs (quinta volta nelle ultime sei partite che i gialloviola concedono almeno 100 punti agli avversari e non a caso sono 1-5 nelle ultime sei uscite).

Mike D’Antoni avrà il suo bel da fare in questi giorni per cercare di cambiare l’inerzia a questa squadra ma sarà molto difficile farlo on the road, infatti i Lakers dopo Cleveland faranno tappa a New York (sfida con i Knicks), Washington e Philadephia. A Los Angeles non ha mai fatto così caldo a natale…

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