gipo viani

gipo vianiSpesso si sente dire che l’uomo è quasi inconsciamente sempre in caccia di equilibrio; la ricerca dell’Eden del grigio, fra gli spauracchi del bianco e del nero. Regolarità, serietà, professionalità: il vocabolario di una vita consona all’adeguatezza è ben nutrito. E diamine, come dar torto? Eppure, tante volte ciò che vorremmo non é ciò che ci affascina. Desideriamo il Bello, ma siamo attratti da una spasmodica curiosità per il Sublime. E così é anche nel calcio: quanta stima per gli Arcangeli Donadoni, Del Piero e Zanetti; ma quanto fascino per i Leviatani Best, Cantona e Balotelli. Storie di persone, di atleti, di eroi che non riescono a scindere una concezione dandy ed estetica della vita dal modo di affrontare il loro mestiere, una coerenza che spiazza ma che in fondo ci ghermisce con nostro grande piacere. Giuseppe “Gipo” Viani è stato tutto questo, un incredibile caimano del gusto di vivere che non poteva essere diverso nei suoi panni di giocatore, allenatore, dirigente. Con tanti cari saluti a benpensanti e ontologici professionali (o professionisti?). Questa è la storia di Gipo Viani, il paladino degli antipodi.

Già i suoi primi vent’anni di vita sarebbero materiale per un ottimo romanzo surrealista di Henry Miller: dopo qualche partita nella natia Treviso fugge di casa per giocare nell’allora Ambrosiana, immergendosi nel vizio e nel divertimento di Milano. Chiamato alla leva militare, vince il congedo battendo a poker il suo superiore, e si rituffa nel mondo di un calcio ormai non più pionieristico, ma vero e proprio fenomeno sociale, economico e soprattutto mediatico. Si laurea immediatamente campione d’Italia con i nerazzurri nel 1930, trovando fama e denaro, con tutto ciò che ne consegue. Fervente dogmatico dello scialacquio ponderato, sperpera i suoi primi stipendi al tavolo verde e in piacevoli compagnie, tanto da dover rimediare qualche ulteriore gipo viani interspicciolo facendo a tempo perso il paracadutista. Viani non é un calciatore eccezionale, un centromediano macchinoso dalla stazza minacciosa e ingombrante, ma dall’encomiabile impegno, così che i tifosi interisti gli perdonano regolarmente le sue pazzie extracalcistiche. Si narra che, avendo vinto al lotto mille e cinquecento lire (somma notevole all’epoca), invitò i suoi amici in una casa di accoglienti donnine, per poi recarsi in Piazza Duomo e noleggiare tre carrozze: nella prima sistema un bastone con un pomo d’oro, nella seconda la sua tuba, e nella terza si accomoda lui. La sua carriera da calciatore prosegue senza eccessivi sussulti, rimbalzando in tutta Italia con discrete parentesi alla Lazio e alla Juventus. Terminata la carriera, si ritrova disoccupato, con moglie e figlio a carico, e naturalmente con il portafoglio vuoto. L’allora presidente della Federazione, Ottorino Barassi, gli consiglia di intraprendere la via da allenatore, ma Gipo inizialmente declina, replicando che “é come consigliare a un ladro disoccupato di farsi questurino”. Ma la reiterata indigenza lo porta a ripensarci, e si accomoda allora sulla panchina del Siracusa, dove però le casse societarie piangono, e come disse lo stesso Viani “senza schei no se zoga e no se magna!” Eccolo allora a Salerno, dove di soldi invece ce ne sono in abbondanza. La Salernitana é una buona squadra, gioca veloce, con tecnica e con la maglia granata, tanto da venir definita la Torino del Sud. Proprio qui nacque il celebre “Vianema”: schiera il difensore Piccinini con il numero 9 ma appena la partita inizia lo distoglie dalla prima linea e lo impiega nella marcatura del centravanti avversario, mentre il terzino Buzzegoli diventa il libero. Apriti cielo! Feroci critiche da stampa e mondo del calcio in generale, ufficialmente per questo difensivismo sfrontato e per un gioco prevalentemente ostruzionistico, ufficiosamente perché la squadra granata divenne un osso duro per gipo viani e trapattonitutti, a cominciare dai grandi club del Nord. Ma che piaccia o no, quest’imbastardimento del Sistema diverrà la base di quello che tuttora viene volgarmente definito il “catenaccio”, ovvero il trampolino di ogni vittoria che si rispetti del calcio italiano da allora fino ai giorni nostri. A una notevole arguzia professionale si affiancava il consueto stile pugilistico con la vita, spesso anche in senso molto poco metaforico: si dice che dopo un match a Taranto Gipo abbia tenuto testa a venti invasori di campo, meritandosi pure una denuncia per le lesioni provocate agli aggressori. Lucca e soprattutto Palermo le successive tappe, nelle quali comincia a gettare le basi del grande direttore sportivo che diverrà negli anni a venire. In Sicilia é trattato come un re, e Viani naturalmente ne approfitta per perseguire il suo immancabile viveurismo, pasteggiando regolarmente con champagne nei vari alberghi, perennemente circondato dalle migliori discendenti di Eva. Nel 1951 passa alla Roma, nella serie cadetta, e si rende, manco a dirlo, protagonista di un episodio da annali: nel corso di una delicata gara con il Monza si accorge che alcuni spettatori alle sue spalle gli lanciano dei mozziconi di sigaretta che gli bruciano il fondo della giacca. Preso dall’ira rovescia verso le gradinate il secchio dell’acqua del massaggiatore, colpendo anche alcuni dirigenti giallorossi a lui ostili, che ne sollecitano l’esonero. Il presidente Sacerdoti in un primo momento aderisce alla richiesta, sostituendolo con Guido Masetti, ma subito dopo ritorna sulla decisione. Alla ripresa degli allenamenti Viani, venuto a conoscenza della cosa, irrompe fuorioso negli uffici della presidenza, urlando la promessa e la decisione di riportare la Roma in serie A ma di dimettersi immediatamente dopo. La Lupa non perde più una partita, e torna nella massima divisione.

gipo viani milanDopo una breve parentesi al Bologna, si accasa al Milan, in qualità di direttore sportivo, formando insieme a mister Rocco una delle coppie dirigenziali più vincenti di sempre. Arrivano gli scudetti di fine anni ’50 ma soprattutto la Coppa dei Campioni del 1962, la prima per una squadra italiana. Suo il merito in questi anni di portare alla ribalta un giovanissimo ragazzo di Alessandria, che ben presto sarebbe diventato uno dei campionissimi della storia del calcio: Gianni Rivera, il “babbambino d’oro” come lo chiamava Viani a causa della sua incipiente balbuzie. Dopo la straordinaria parentesi rossonera, la carriera di Gipo declina: un po’ di Genoa e un po’ di Bologna, prima di ritirarsi anche a causa di due gravissimi incidenti automobilistici che ne minano la salute. Muore d’infarto nel 1969, a nemmeno sessant’anni.

Questo é stato Gipo Viani, e che cosa ci resta? Sicuramente un discreto giocatore, un ottimo allenatore e uno straordinario dirigente, nonché un instancabile educatore, muovendo proprio da quelle che sono state le sue debolezze, come sempre secondo i suoi modi (memorabili le frustate all’attaccante del Milan Giancarlo Bacci, a cui affidò pure la cura della frusta stessa, perché sperperava tutti i soldi che guadagnava). Ma basta tutto questo? Io penso di no, penso che ci resti l’immagine di un uomo che ha vissuto vita e professione per com’era lui, nei pregi e nei difetti, facendosi un baffo di quello che il mondo pensasse; bianco o nero insomma, esercitando il fascino del rifiuto dell’ordinarietà in favore di una natura controversa, viziosa e a tratti autolesionistica, ma pur sempre autentica. Non resta nè il giocatore, nè l’allenatore, nè il dirigente. Resta Gipo Viani, punto e basta.

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