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Datome lapresseEra il 16 luglio 2013 quando Joe Dumars, presidente e general manager dei Detroit Pistons, annunciò la firma di Luigi Datome. La telenovela era finita, conoscevamo la squadra con la quale avrebbe tentato la carriera Oltreoceano. La decisione aveva spiazzato tutti: la franchigia del Michigan non era tra le pretendenti iniziali. Le squadre ad aver apertamente corteggiato il giocatore erano state altre: Boston (prima franchigia ad essere accostata al nome di Datome), Toronto (che nel corso della stagione aveva inviato nella capitale Bryan Colangelo, all’epoca GM dei canadesi), Milwaukee (diverse volte presente con una delegazione al Palazzetto dello Sport), fino ad arrivare a Memphis (destinazione spuntata fuori all’ultimo, ma a tutti gli effetti la più quotata). Al momento dell’ufficializzazione del contratto, il roster dei Pistons era già colmo di ali, seppur di dubbio spessore. Era comunque nota la volontà della franchigia di pescare tra i free agent uno specialista del tiro dalla distanza, avendo appena perso Jose Calderon. Un matrimonio desiderato da entrambe le parti: la città dei motori aveva bisogno di un giocatore con quelle caratteristiche, mentre l’azzurro cercava disperatamente una dirigenza che fosse con lui il più possibile chiara.

datome lapresse 1La consapevolezza di trovarsi davanti un futuro difficile, da conquistare giorno dopo giorno, c’era. Il nativo di Montebelluna, provincia di Treviso, aveva ben presente che quella statunitense non sarebbe stata una passeggiata. Non era entrato dalla porta principale, il Draft, e non aveva il posto garantito. Riusciva più facile immaginarlo, decenni dopo, davanti ad un camino, dedito a raccontare a figli e nipoti di aver fatto parte della più importante lega di pallacanestro, anche se per un breve periodo. Il suo viaggio pareva il coronamento di un sogno, un punto di arrivo. L’entusiasmo di noi italiani, esaltati dall’idea di avere un quarto giocatore in NBA, si è da subito scontrato con una realtà dura, fatta di panchine e partite vissute da spettatore. A generare il boomerang appena descritto fu una parola magica: role player. Definirlo tale, pur non avendo sufficienti elementi per farlo, bastava a tranquillizzare la comunità. Una menzogna degli addetti ai lavori e dei giornalisti pronunciata a fin di bene, per non macchiare in alcun modo un evento storico per lo sport italiano. Alla fine il role player è colui che ha i mezzi per cavarsela ovunque, ciò che l’appassionato avrebbe voluto sentirsi dire.

Nonostante trovare l’uscita dal labirinto iniziale non fosse facile, complice anche un coach, Maurice Cheeks, che sembrava a tratti ignorarlo del tutto, Gigi è riuscito a conquistare l’affetto dei tifosi americani. Quell’ironia che lo contraddistingue da sempre, mista alla capacità di non prendere le cose eccessivamente sul serio, ha fatto breccia anche nei cuori dei compagni di squadra, primo fra tutti Andre Drummond, autore del video, virale dopo poche ore, nel quale veniva fatta notare una somiglianza illustre.

datome dleagueNel frattempo la stagione proseguiva e la situazione non sembrava evolversi positivamente. Le percentuali dal campo non lo aiutavano e la giungla del garbage time, unico contesto o quasi che lo vedeva per un periodo prolungato sul parquet, poco si addiceva ad un fresco MVP del campionato italiano, premio conquistato l’anno prima da leader e capitano indiscusso della Virtus Roma. A febbraio arrivò l’apparente svolta: i Detroit Pistons licenziarono Cheeks, dopo appena una cinquantina di partite, affidando la squadra al traghettatore Frank Loyer. Al termine della stagione proseguì l’invitabile rivoluzione, che ha segnato la fine dell’era Dumars, durata quasi 15 anni, e spianato la strada all’approdo di Van Gundy nel duplice ruolo di allenatore-presidente. Una delle prime mosse del coach, campione ad Est con i Magic nel 2009, fu l’assunzione di Jeff Bower come general manager. Nuovi occhi avrebbero scrutato il lavoro in palestra di Datome, riuscendo magari a cogliere qualcosa che ai predecessori era sfuggito. Sperare non costava nulla, anche se il giocatore non era vittima del “sistema”, come nel profondo molti si auguravano. Per carità, un riscontro reale c’era: il contesto dei primi mesi era per lui inadatto. Ma la verità è che Gigi il binomio squadra-allenatore fatto su misura lo ha già incontrato nella Roma di Marco Calvani, coach che lo ha gestito umanamente e professionalmente alla perfezione, del quale è rimasto grande amico.

Contemporaneamente in Europa le acque si muovevano ed il Galatasaray tornava a bussare alla porta, avendo già mostrato forte intesse per il giocatore quando militava nelle file della Virtus. La possibilità di un ritorno nel Vecchio Continente divise, e divide tuttora, l’opinione pubblica, messa subito a tacere dal giocatore, che dichiarò di voler rispettare fino in fondo il biennale (da 3 milioni e mezzo di dollari) e poi eventualmente valutare altre opzioni. La seconda stagione era iniziata con il giusto approccio mentale e la piena presa di coscienza della lunga lista di giocatori che l’avrebbero preceduto nelle gerarchie di Van Gundy. Purtroppo le buone intenzioni da sole non bastano: la situazione, a livello di minutaggio, è rimasta pressappoco invariata, lo scenario buio e frustrante per il giocatore e per gli appassionati, fino all’illuminazione che ha portato, una manciata di giorni fa, al suo spostamento in D-League.

Datome Virtus lapresseDa quando esiste, la Development League è notoriamente una sistemazione provvisoria, una stanza d’albergo nella quale posare le valige e dormire, in attesa di una fissa dimora. Lo è per coloro che firmano con l’obiettivo di conquistarsi l’NBA, e lo è anche per quelli come Gigi, che dal piano di sopra vengono fatti scendere per essere esposti in vetrina o provati a dovere. Nel caso dell’azzurro la circostanza è stata la prima, stando alla motivazioni del suo trasferimento e successivo reintegro nel roster dei Pistons. Tutto sembra portare al divorzio, all’interruzione di un matrimonio mai realmente cominciato. A penalizzare di più l’ala, in questi due anni, è stata la scarsa efficienza al tiro. Sopravvivere a lungo in NBA tirando con il 35% dal campo ed il 19% da dietro l’arco è impossibile, a maggior ragione se ti hanno classificato e marchiato a fuoco come “three-point specialist”. I numeri appena osservati sono in controtendenza con la carriera italiana del giocatore, che lo ha visto complessivamente al di sopra del 40% dalla distanza. Prima dell’attraversamento dell’oceano, era stato udito qualche campanello d’allarme.

Luigi Datome - Virtus Roma (2012-2013)

Il grafico mostra il rendimento stagionale sezionato. Sono riportate le percentuali da 2 punti, da 3 punti, complessive dal campo ed effettive (la percentuale dal campo effettiva – eFG%- tiene conto del maggiore valore di una tripla rispetto ad un canestro da 2 punti).

Andare ad analizzare una stagione da MVP è sempre difficile, per l’eccellenza dei numeri con i quali ci si rapporta. Guardando al microscopio le prestazioni di Gigi Datome, ci accorgiamo subito di un significativo calo nella parte centrale dell’ultima stagione italiana, fisiologico considerando il livello dei primi mesi. La flessione ha trasformato un tabellino da cecchino incontrastato in uno da buon tiratore. Nulla di preoccupante per gli standard nostrani. Non va però sottovalutato che l’ala è partita per l’NBA in un momento non semplice dal punto di vista balistico. L’inconsistency può spaventare se associata ad un cestista che di lì a poco avrebbe dovuto modellare il suo range per adattarlo alle linee dei parquet NBA e che è stato ingaggiato proprio con quella finalità. Sviscerando i restanti dati, emergono le reali fondamenta del gioco di Datome, scorer a 360 gradi. Anche nei periodi negativi, il tiro da distanza ravvicinata non l’ha mai abbandonato, ciò conferma la sua capacità di attaccare il canestro ed andare in lunetta.

Alluvione Sardegna: Datome in ansia, Olbia mia tieni duroL’ottimo tiro da tre deriva proprio dalla difficile condizione nella quale si trova il difensore, costretto a coprire un’infinita varietà di possibili soluzioni offensive (non dimentichiamoci dell’ottimo fadeaway). Dal giorno in cui risiede nel continente americano, Datome non ha alterato il proprio stile di gioco. La distribuzione geografica dei tiri è rimasta la medesima: in media 4 tentativi su 10 dal campo provenivano e provengono da lontano. Ha dovuto per forza di cose ricorrere maggiormente al catch and shoot, per via dell’incompatibilità con il basket NBA di uno stile da realizzatore tipicamente europeo. A Detroit il suo arsenale è stato male interpretato. Ed è in questi termini che la D-League va letta come una grande occasione avuta per trovare una squadra che possa firmarlo per ciò che è realmente, ovvero non un semplice tiratore. Da quando uno specialista del tiro è in grado di fare giocate di questo tipo?

4 Commenti a “Gigi Datome, vittima delle apparenze

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