David Luiz reuters

Un fulmine a ciel sereno ha scosso la vigilia della finale di Champions League giocatasi sabato scorso: David Luiz al PSG per circa 50 milioni di euro, con un contratto quadriennale a 6 milioni a stagione che rende il ragazzo di Diadema l’oggetto del trasferimento più costoso della storia per quanto concerne i difensori. La notizia ha scosso il mondo pallonaro europeo non solo per la rapidità della trattativa, ma anche per i numeri dell’affare: è giusto pagare così tanto per un giocatore certamente bravo ma pericolosamente incline allo svarione, tanto che Mourinho ha preferito avanzarlo in mezzo al campo? Domanda che diventa anche più pressante nel momento in cui si pensa che il nuovo compagno di reparto, Thiago Silva, è stato pagato 42 milioni più bonus.

platini fpf reutersDi fronte a queste cifre da capogiro, un altro interrogativo sorge immediato: ma il Fair Play Finanziario? Perché loro sì e gli altri no? Che poi, a cosa dovrebbe servire se ognuno va avanti per la sua strada? Il Fair Play Finanziario, in vigore dal 2011, ha come obiettivo di migliorare le condizioni finanziarie del calcio europeo attraverso un’opera di responsabilizzazione economica dei club. In una prima fase il progetto aveva come unico vincolo che i club dimostrassero di non avere debiti in sospeso mentre dalla stagione appena conclusa si è aggiunto un secondo obbligo cioè il rispetto dei cosiddetti requisiti di break-even. Tali requisiti possono essere riassunti, forse in maniera fin troppo semplicistica, nel concetto ormai comunemente associato alla sigla FPF: i club non possono spendere più di quanto guadagnano. È un’affermazione di per sé vera ma, come detto, non illustra sufficientemente gli aspetti della regola introdotta da Platini perché essa è basata su una visione di medio/lungo periodo, che comporta un’attuazione per gradi. Per esempio, la valutazione fatta dalla UEFA poche settimane fa ha tenuto conto degli ultimi due anni, dal 2014/2015 in avanti sarà fatta invece sugli ultimi tre anni.

Le due maggiori sanzioni sono piovute su due club che hanno fatto dello strapotere economico la base verso il successo nazionale: Manchester City e Paris Saint Germain. Entrambi dovranno pagare 60 milioni, dei quali 40 verranno trattenuti come condizionale, che saranno poi ridistribuiti dall’UEFA ad altri club secondo una formula concordata. In più, dovranno impegnarsi a ridurre il deficit a 20 milioni per la gestione 2014 e a 10 per quanto riguarda il 2015, senza poter fino a quella data aumentare il monte ingaggi e con la rosa ridotta a 21 giocatori nelle competizioni europee. Tutte queste restrizioni sembrano stridere con la cifra record pagata per David Luiz: come si spiega una trasferimento del genere? È presto detto: come tutti sanno, è vero che un club non può spendere più di quanto guadagna, ma bisogna tenere conto anche della seconda parte della regola, che dice che il club può spendere fino a 5 milioni in più di quello che guadagna per ogni periodo di valutazione (tre anni). Ma è un limite non vincolante per una squadra come il PSG, mi spiego: la soglia può essere superata se poi il debito viene coperto da un pagamento diretto del proprietario o da una parte correlata; in questo caso il limite si alza a 45 milioni per la stagione appena finita e per la prossima, mentre invece nel triennio 2015/2018 verrà abbassato a 30 milioni e poi ulteriormente diminuito nei trienni successivi.

The logo of French soccer club Paris St Germain reutersA voler essere maliziosi si può dire che in questo modo la regola viene aggirata nel breve periodo, e obiettivamente la legislazione UEFA sul tema è labile e poco chiara e offre un buon margine di manovra. In effetti l’evidenza pare confermare tale ipotesi ma non bisogna dimenticare che ora i rossoblu di Parigi sono costretti a vendere. Non è un caso che ora si moltiplichino le voci di qualche partenza da Parc Des Princes tra i quali sono molto probabili Marquinhos (direzione Barcellona) e Alex, che è sì in scadenza ma che comunque rappresenterebbe un contratto a sei zeri in meno, contratto che rientra nei debiti non gestibili, cioè tutti quei movimenti economici che sono oggetto del FPF. Quindi il punto della questione per il PSG non è tanto quanti soldi investire (perché se una proprietà ha maggiore disponibilità economica non vedo perché non la possa usare), ma investirli in osservanza alle ultime sanzioni imposte dall’UEFA: se il monte ingaggi a settembre non sarà superiore al limite dei 213 milioni e la perdita sarà inferiore a 20 milioni, per Nyon sarà tutto in ordine, almeno per il momento.

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