Commorazione Arpad Weisz allo stadio Meazza

Contopiede.net ha incontrato Matteo Marani, direttore del Guerin Sportivo e autore di Dallo scudetto ad Auschwitz. Vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo, per una chiacchierata sul libro e la figura del tecnico ungherese, ma anche sul giornalismo sportivo odierno.

libro arpad weisz«Perché la curiosità ti accompagni in tutta la carriera». Con queste parole Matteo Marani ha accompagnato l’autografo sulla mia copia di Dallo scudetto ad Auschwitz, il libro che ha scritto in cui parla della vita di Arpad Weisz, allenatore ebreo degli anni ’30, che ha vinto tre scudetti in Italia e una Expo (praticamente l’attuale Champions League), per poi essere deportato insieme alla famiglia e morire in un campo di concentramento lontano dalla famiglia. Se non lo avete ancora letto, correte a comprarlo. Di questa dedica mi colpiscono subito due parole: “carriera”, chissà se effettivamente riuscirò ad averne una, e “curiosità”. In effetti è stato grazie alla curiosità se ho comprato questo libro, sempre grazie alla curiosità l’ho divorato e, ancora una volta, la curiosità mi ha fatto dire: “Voglio incontrare l’autore di questo libro”. Così martedì 16 aprile 2013, alle 11 del mattino, puntualissimo, mi ritrovo a San Lazzaro, un paese di fianco a Bologna, nella sede del Guerin Sportivo, la rivista sportiva più antica del mondo. Dall’altra parte della scrivania è seduto il direttore di questa rivista, Matteo Marani, pronto ad ascoltare le domande che sono venuto a fargli. Davanti a me trovo una persona che mi sorprende per disponibilità sia nel parlare che nell’ascoltare, che non mi tratta come una cosa da fare in fretta. La cosa che colpisce di Marani guardandolo e sentendolo parlare è la passione che ha, mentre parla del suo libro si vede chiaramente la soddisfazione nei suoi occhi per aver portato a compimento questi tre anni di difficile ricerca su Weisz, un personaggio che ora rivive grazie a lui, così come si vede la rabbia quando si infervora parlando del sindacato dei giornalisti e del fatto che i giovani vengono tagliati fuori da questo mestiere. Ho davanti a me una persona vera, genuina, non politicamente corretta e capace di darmi la carica per continuare a inseguire il desiderio di fare questo lavoro. Così quando alla fine dell’intervista gli chiedo se può autografare la mia copia del suo libro e leggo la dedica, mi viene da fare due ringraziamenti: uno alla curiosità, che spero mi accompagni davvero in una carriera, e l’altro, il più sentito ovviamente, a Matteo Marani, alla sua disponibilità e alla sua passione. Buona lettura.

Quando ha iniziato a fare giornalismo e quando ha capito che sarebbe stata la sua strada?
Ho iniziato che andavo al liceo, quindi sono 25 anni. Ho cominciato a collaborare con un giornale di Bologna che aveva un edizione locale, poi da lì ho cominciato la strada che si fa in questi casi, sono passato dallo Sport Stadio al Messaggero, finché sono arrivato qui al Guerin Sportivo in stage nel ’92 e sono rimasto. Quindi sono 20 anni che sono al Guerino.

Lei è diventato direttore nel 2008, ma cosa vuol dire fare il direttore di un mensile in un’epoca dominata dal web e di crisi della stampa cartacea?
Vuol dire una ovvia e inevitabile difficoltà, in questa epoca storica tutti i giornali sono in crisi, tutti. Il nostro tentativo è quello di rimanere sul mercato puntando molto sugli appassionati e sulla passione, noi abbiamo una fetta di pubblico molto appassionata di calcio che lo vuole vivere in maniera differente da come viene raccontato dai quotidiani e dalle televisioni, cioè molto stressato, molto incentrando su quattro grandi club. Noi cerchiamo di fare storia del calcio, parliamo di calcio internazionale, facciamo molto amarcord sugli anni ’70-’80-’90 per raccontare il calcio in maniera culturale.

Copertina_GS-2-100-anni-540x732Cos’ha significato per lei ricevere i complimenti di Napolitano per i 100 anni del Guerin Sportivo?
Mi ha fatto grande piacere perché la cosa è frutto di grande casualità: ho contattato l’ufficio stampa del Presidente e ho scoperto che il figlio è un lettore del Guerino, per cui ci è arrivato questo saluto dal Napolitano che è stato un evento nell’evento. Già è un evento fare un secolo di storia, poi il Presidente della Repubblica che ti manda i suoi complimenti sono una cosa molto molto bella, infatti abbiamo deciso di pubblicarli nel numero del centenario in apertura del giornale.

Parliamo del libro. Lei ha dichiarato che l’inizio della sua ricerca su Arpad Weisz è stata ingenua,  qual è stata la molla che ha fatto diventare questa ricerca quasi ossessiva? Quando ha voluto scoprire tutto su di lui e la sua famiglia?
In realtà è scattata subito, quando ho cominciato a occuparmi di questa storia mi è venuta la curiosità di scoprire cosa gli fosse successo, quindi mi ci sono tuffato dentro. All’inizio è stato molto difficile perché non esistevano elementi e la vera difficoltà è stata partire, trovare il primo tassello con cui incastrare gli altri e man mano costruire il puzzle della storia. Per trovare i primi elementi ci ho messo un anno e mezzo, quando però mi arrivavano elementi la ricerca accelerava, per cui quando sono arrivato in Olanda avevo già tantissimo materiale, lì ne ho trovato altrettanto. Insomma il vero problema è stato trovare il tassello da cui cominciare.

Leggendo la postfazione del libro si capisce molto bene come questo percorso sia stato costellato di incontri. Lei descrive l’incontro con Giovanni Savigni (compagno di classe di Roberto Weisz, figlio di Arpad) come un incontro da brividi: in quel momento lei aveva capito che era arrivato al punto di svolta della sua ricerca, le ha lasciato qualcosa anche dal punto di vista umano?
Caspita, per forza, come può essere altrimenti? Tra l’altro questa è una storia di quartiere, perché io vivo nel quartiere in cui abitava Weisz, e il nipote di Savigni è in classe con mio figlio, quindi ogni tanto ci vediamo e parliamo un po’. Dal punto di vista umano è una storia fortissima, perché è la storia di una famiglia che viveva a 200 metri da casa mia settant’anni fa, per cui  è stato come vivere questa vicenda sulla pelle.

Da studente di Storia ho una curiosità: lei ha detto che  ha provato a ripercorrere esattamente la stessa strada che faceva lui per arrivare allo stadio, ma cosa si prova a toccare letteralmente la storia? A esserci così vicino da poterla addirittura calpestare?
Anche io sono laureato in Storia, e ti dico cosa mi ha lasciato questa ricerca: è facilissimo generare degli errori. Quando tratti la materia storica devi stare attento a non fare errori, perché se li compi, sicuramente verranno ripetuti da chi viene dopo di te. Un esempio: nella vicenda di Weisz un grande ostacolo è stato ripulire gli errori che erano stati fatti. Si diceva che lui fosse stato in Ungheria, che non è vero, ma se non lo sai ti porta fuori strada, quindi un consiglio che darei è di non dire una cosa se non ne sei certo, perché rischi di mettere fuori strada qualcuno che eventualmente dopo di te vorrà occuparsi di quella vicenda. Quindi, tornando al mio tentativo di ripercorrere la strada che seguiva lui per arrivare allo stadio, se io avessi fatto le strade di oggi, non avrei fatto la strada che percorreva lui perché nel ’38 le strade erano diverse come composizione, per cui sono andato a prendere lo stradario del ’38 e l’ho studiato, in questo modo di sicuro avrei percorso la strada esatta che faceva lui. Questa può essere una sciocchezza, ma non si può ragionare senza calarsi nell’anno in cui si svolge la storia su cui si sta lavorando. Devi vivere quell’anno se vuoi sapere cosa succedeva.

arpad weiszCi racconta l’incontro con Nico Zwann, l’ex calciatore del Dordrecht allenato da Weisz?
Quando sono andato in Olanda a incontrare un dirigente del Dordrecht, mi ha segnalato che c’era un giocatore allenato da Weisz ancora vivo, l’ultimo ancora vivo. Così sono andato a casa sua e abbiamo parlato un paio di ore, nelle quali mi ha raccontato di quell’uomo. La cosa surreale era che io, partito da Bologna, vado in un ambiente totalmente diverso come quello olandese, e mi trovo a parlare con un signore di 80 anni di un personaggio che io conoscevo solo attraverso le carte, i numeri, i certificati, mentre lui lo aveva conosciuto realmente. Per cui ci siamo ritrovati, io trentacinquenne e lui ottantenne, a parlare di qualcuno che avevamo entrambi conosciuto anche se in maniera molto diversa.

Sempre nella postfazione scrive che c’è stato un momento, data la discordanza delle fonti e altre cose simili, in cui ha dubitato dell’esistenza di Weisz, eppure non ha mollato questa ricerca che è durata in totale tre anni.
Sì, ma credo che una ricerca del genere una volta cominciata non possa essere interrotta, e non credo di aver fatto qualcosa di eroico nel continuarla. Io ho avuto questo mio dubbio sull’esistenza o meno di Weisz perché quando si scava nella storia, non è semplice trovare i dati, si trovano molte incongruenze e c’è il rischio di perdersi, si può avere la sensazione che l’oggetto di tale ricerca quasi non esista.

Dobbiamo aspettarci un libro sulla moglie di Arpad, Ilona Weisz?
(Sorride) No, no. Certo vorrei trovare una sua foto dal momento che Ilona è l’unica figura senza volto della storia, ho chiesto a tutti ma non si trova. Credo che in Olanda stiano facendo qualcosa sulla parte olandese della vita di Weisz.

Passando ad un altro argomento, volevo avere da lei un commento sulla situazione del giornalismo sportivo attuale. Partendo da una frase con cui lei descrive Gianni Brera: “Aveva la capacità di unire il bar sport a Cartesio”. È d’accordo nel dire che in questi anni è stato tenuto solo il bar sport e abbandonato Cartesio?
Guarda, io sono molto pessimista sul giornalismo sportivo di oggi, sul giornalismo in generale. Di solito sono i vecchi che si lamentano per cui credo che stia diventando vecchio anch’io. Sono pessimista innanzitutto perché c’è poca, pochissima preparazione. C’è gente che si occupa o che comincia ad occuparsi di calcio, ma che non conosce la storia del calcio. È come volersi occupare di politica senza saper chi è stato Flaminio Piccoli, non si può. Allo stesso modo, secondo me, devi sapere chi è stato Scagnellato (ex calciatore, detentore del record di presenze, 349, con la maglia del Padova, ndr), altrimenti non puoi fare il giornalista di calcio. Molti si buttano, molti si inventano, con i social network si cerca di fare qualcosa che però è comunicazione, non giornalismo. Il giornalismo è una cosa un po’ diversa secondo me. Fare il giornalista, oltre il dover dare la notizia e le informazioni, è la capacità, attraverso gli strumenti con cui ti formi, di interpretare e analizzare ciò che succede. Io quello che chiedo a un giornalista oggi non è avere la notizia esclusiva, ma, in un mondo di notizie rutilanti e continue, che sia in grado di spiegarmi veramente che cosa stia succedendo. Non deve vivere in un unico presente, senza avere la capacità analitica di giudicare  ciò che accade. Il giornalista deve garantire una buona informazione, che significa separare le cazzate dalle cose che hanno un senso, essere capace di trattare le fonti, capire perché avvengono certi fenomeni e spiegarli a chi li sta seguendo. Un’altra cosa che mi sorprende è la scarsa conoscenza delle lingue dei giornalisti, ci sono alcuni che fanno gli inviati internazionali senza sapere l’inglese. Per tutti questi motivi credo che la formazione sia fondamentale. Purtroppo è un mestiere bistrattato anche dal punto di vista economico, specialmente i giovani vengono pagati poco o nulla per gli articoli, il che non aiuta a fare formazione, perché se vieni pagato 6 euro lordi a pezzo, hai i soldi giusto per una sopravvivenza stentata, altro che formazione.

foto-2Eccezion fatta per il Guerino, che sul suo blog ha una sezione che si chiama proprio “Storie”, di racconti come quello descritto nel suo libro non ce ne sono molti, eppure, soprattutto dopo il servizio fatto da Federico Buffa proprio su Arpad Weisz e sul suo libro, si è notato un certo interesse della gente a vicende come queste. Come mai persiste questa mancanza di giornalisti che scrivono tali storie dunque?
Sul discorso dello sport abbiamo un problema storico: la cultura con la C maiuscola, l’Accademia, non si è mai occupata di calcio, guardandolo anzi con un po’ di pregiudizio. Secondo la mia opinione perché nel post guerra il calcio era stato interpretato da questi storici come compromesso col fascismo, visto che era stato forse il più grande strumento di propaganda fascista, quindi la cultura e gli storici, soprattutto di sinistra, lo vedevano con grande pregiudizio. All’estero la storia sociale sul calcio ha fatto e sta facendo molto, in Italia poco o nulla. Sono pochi gli storici o i giornalisti che si occupano in modo più ampio di calcio perché in genere questo sport è sempre stato attualità, non è mai stato ragionato in termini di ricerca storica, di approfondimento, di connessione col sociale. Qualcuno lo fa ma fuori dall’Italia, Simon Cooper ha fatto dei lavori fantastici, però è uno straniero.

Per cui può essere questa un’altra causa del decadimento del giornalismo sportivo?
Beh il giornalismo è un’altra cosa rispetto alla ricerca storica, qualcuno tenta di fare qualcosa, per esempio Marco Iaria ha fatto un bel libro, oppure Luigi Bolognini sull’Ungheria di Puskas. Diciamo che qualcosa di bello ogni tanto esce, ma non tantissimo purtroppo, perché forse si pensa che ci sia poco interesse.

Partendo dal fatto che questa intervista verrà pubblicata su un blog di studenti che cerca di scrivere di sport in maniera differente, cosa consiglia a chi vorrebbe fare il giornalista sportivo oggi?
Innanzitutto dev’essere una passione, bisogna mettere anche in conto che non possa diventare la professione della vita, questo va fatto per atto di sincerità con se stessi, perché il quadro è molto cambiato: mentre quando ho iniziato io 25 anni fa esisteva un mercato forte del giornalismo, oggi la situazione è cambiata moltissimo. Oggi consiglierei di andare sulle nuove tecnologie, il giornalismo, penso, sarà sempre più video, tecnologia, social network e sempre meno scrittura, anche se a me piace più la scrittura, ma sono di parte. Poi cosa fare per arrivare a farne un mestiere? Credo che l’elemento principale sia la tenacia, ci vogliono una passione e una tenacia mostruosa, bisogna avere fame di sapere e voglia di fare, perché gli ostacoli sono tantissimi e di diverse nature: economici, perché il mestiere per chi entra non è remunerativo, ci sono poche opportunità, oggi c’è una concorrenza ancora maggiore perché oggi tutti vogliono fare i giornalisti, il che è paradossale, essendo da alcuni punti di vista una delle professioni più criticate ma anche una delle più ambite. Ripeto, ci vuole tenacia, grandissima passione, voglia di studiare, continuare a prepararsi, continuare a studiare per migliorarsi. Io credo di essere cambiato completamente rispetto a come ho iniziato vent’anni fa, perché bisogna avere la capacità di rimettersi sempre in discussione, cosa non facile perché si teme sempre di perdere qualcosa di acquisito. Ti faccio un esempio: se io oggi vado sul web, non ho il vantaggio che ho acquisito sulla carta stampata con i miei anni di lavoro, però è anche stimolante ripartire. Ecco, secondo me molti giornalisti sono stati conservatori, quasi tetragoni nella loro reazione, a scapito dei giovani. Magari vado fuori tema rispetto alla nostra conversazione, ma credo che da questo punto di vista il sindacato giornalisti abbia ucciso la nuova generazione, con la sua politica di salvaguardare tutti quelli che sono dentro a scapito di quelli che vogliono entrare, ha tagliato fuori tutti i giovani, che stanno pagando il prezzo di questa politica di chiusura. Questa mia posizione radicale è pubblica, sono uscito dal sindacato dieci anni fa e sono contento. Un sindacato tra l’altro che è formato da tutti sessantenni o ultra sessantenni, che non solo non agevolano i giovani a entrare, ma addirittura hanno inviso i giovani perché vanno a mettere in discussione la loro posizione acquisita. A mio parere i giovani devono entrare, ci dobbiamo rigenerare come categoria, abbiamo bisogno delle idee dei ventenni. Io sono contrario anche all’Ordine a dirtela tutta, non capisco che senso abbia, uno se è giornalista è giornalista, non fa questa professione perché è iscritto all’Ordine, di sicuro non dev’essere l’Ordine a stabilire se una persona è o non è un giornalista.

Commorazione Arpad Weisz allo stadio MeazzaForse è auspicabile che più giovani riescano a entrare in questo mondo proprio per il fatto che, come ha detto lei in precedenza, il giornalismo sarà sempre più video e sempre meno carta stampata. Forse i giovani hanno più dimestichezza con queste nuove tecnologie.
Guarda, quando sono entrato ho visto le generazioni precedenti e ho visto la resistenza che hanno fatto, in tutti i modi, attiva o passiva, pur di non far passare le nuove tecnologie. È ridicolo che ci siano dei giornalisti di sessant’anni che guardano a internet come al “mostro” perché non sanno accendere un computer, ma verranno spazzati via loro dalla rivoluzione (tecnologica, ndr) che sta arrivando, perché non la si può fermare. Nel ‘700 i luddisti in Inghilterra spaccavano le macchine, ma la Rivoluzione Industriale non si è fermata, così non si fermerà la tecnologia e chi non sarà in grado di usarla o miscelarla con la carta, chi non saprà adeguarsi ai nuovi linguaggi, verrà fatto fuori, come già sta accadendo. Il web sta portando alla ribalta figure di riferimento dal punto di vista giornalistico che sulla carta stampata non erano così brave, così come esistono giornalisti di “carta” fortissimi e autorevolissimi che oggi non lo sono, o lo sono meno, perché non hanno saputo unire anche l’aspetto tecnologico. Oggi un giornalista non può più essere solo uno scrittore, ma dev’essere capace di stare sul web, stare in televisione, parlare in radio, capire le diversità del linguaggio tra blog e articolo stampato. Insomma, o si ha la capacità di rimettersi in discussione o si è spazzati via. Purtroppo, sempre il sindacato ha difeso quel tipo di mentalità chiusa perché non in grado di capire questo cambiamento. Il presidente nazionale del sindacato non usa Twitter, può essere logica una cosa del genere? Secondo me è una cosa incredibile, incredibile! Probabilmente scrive ancora con la macchina da scrivere! Queste persone purtroppo hanno in ubbia voi giovani, e su questo non ho dubbi. Perché dovrebbero rimettersi in discussione? Rimettere in discussione la loro posizione facendo entrare persone che sanno usare meglio di loro queste nuove tecnologie? Allora chiudono le porte e lasciano le nuove generazioni al proprio destino.

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