pantani

Pubblichiamo un’intervista rilasciataci dal giornalista sportivo Davide De Zan riguardo a Marco Pantani, di cui era cronista, tifoso, ma, anzitutto, amico.

Troppo spesso leggo e sento parlare di un Marco Pantani ridotto ad un protagonista di un’oscura storia di droga e doping che lo ha portato ad una fine ancora più fosca e squallida. E troppo spesso mi accorgo che ci dimentichiamo di guardare veramente chi era Marco. Io non l’ho mai conosciuto di persona, ero un bambino quando lui iniziava a diventare grande. Ma una cosa mi ha sempre affascinato e incuriosito di lui: perché ogni volta che lo vedevo in televisione e lo rivedo tutt’ora in alcuni brani della sua vita, era ed è in grado di emozionarmi e di coinvolgermi così come mai nessun’altro è stato in grado di fare nel mondo del ciclismo?

Ecco perché ho chiesto a Davide De Zan, giornalista sportivo e amico personale di Marco, di poterlo incontrare. Perché leggendo il suo recentissimo libro dal titolo “Pantani è tornato in cui racconta le ultime novità e verità emerse da un’indagine di cui lui stesso insieme all’avvocato De Rensis (legale della famiglia di Marco) è stato ed è tutt’ora protagonista, emerge quell’umanità e quella vita che non fanno più notizia. Ma è proprio ciò che interessa a me, per non dimenticare Marco. E ho avuto il piacere e l’onore di poter chiacchierare a lungo con Davide e conoscere un po’ più da vicino quel Pirata di Cesenatico a cui anche io, mi affeziono un po’ di più ogni volta. Ed è per questo che qui di seguito riporto il nostro dialogo: perché anche voi che leggete possiate capire un po’ meglio chi era Marco Pantani. E non dimenticarlo.

Tu conoscevi Marco Pantani personalmente giusto?

Sì.

Puoi dirci in che rapporti eri con lui?

Bè i rapporti sono nati in quel 1994, magari anche un po’ prima. Però diciamo, la conoscenza più approfondita è nata nel 1994 quando lui ha fatto quelle bellissime vittorie, una dietro l’altra e noi, con l’allora Fininvest, trasmettevamo il Giro d’Italia: io avevo l’onore di raccontarlo. E per cui ho conosciuto questo ragazzino romagnolo, spigliato, simpatico che catalizzava l’attenzione e l’affetto della gente in maniera assolutamente immediata e soprattutto spontanea: l’amore tra il pubblico e Pantani è nato subito. Sai, i romagnoli sono simpatici e poi lui aveva un capitano importante che era Chiappucci, ma faceva capire chiaramente che voleva ritagliarsi uno spazio personale. Era un Giro un po’ particolare perché c’era un grande come Hindurain che era un po’ il despota, il dominatore e poi questi due ragazzi terribili dotati di grandissimo talento entrambi: Berzin, classe pura assoluta a cronometro e non solo, e Marco che aveva sembrava un ciclista d’altri tempi che piombava improvvisamente nel ciclismo degli anni ‘90. Per cui nasceva il rapporto tra il giornalista che era un po’ il cantore di quel Giro – passami il termine – e che aveva ereditato quel ruolo dal babbo [Adriano De Zan, ndr] che lo aveva fatto per una trentina d’anni e il giovane corridore che anche all’inizio, con un po’ di deferenza e anche con un po’ di timore, si avvicinava a me. E per cui da quel rapporto è nata poi una bella amicizia. Perché poi quel “corridorino”, quel professionista è diventato sempre più importante, l’affetto e la stima reciproca e condivisa è andata via via moltiplicandosi e con questa e con i tanti giorni passati insieme alle corse…il ciclismo è uno sport che ti avvicina molto, a differenza del calcio e di tanti altri sport dà modo di confrontarti come stiamo facendo io e te, soprattutto quando si è lontani da casa, si è in giro, si è perennemente in viaggio, i momenti di vicinanza e di confidenza diventano ancora più importanti. Quando ci si ritrova in giro per il mondo, magari in Francia o anche in giro per l’Italia, in giro per l’Europa, magari trovarsi, condividere delle serate che poi si moltiplicano per tanti anni…lì era il 1994, Marco è morto nel 2004, per cui parliamo di 10 anni attraverso i quali un giornalista da una parte e un corridore dall’altra hanno imparato a conoscersi, a stimarsi e a volersi bene come probabilmente solo il ciclismo permette di fare tra due persone che in quel momento non sono più un giornalista e un grande campione ma Davide e Marco. Questo non vuol dire che poi quando è il momento di fare delle critiche ci sia timore, anzi, ti permette ancor meglio di avere il rispetto dell’atleta perché sa che se gli muovi una critica è semplicemente qualcosa riferita a quella gara a quella corsa, è un rilievo tecnico che non scalfisce minimamente i rapporti tra le persone. Ti posso dire che Marco era un ragazzo meraviglioso, una persona buona e generosa, una persona che sapeva spendersi per gli altri, che sapeva difendere gli altri, che probabilmente ha anche pagato in prima persona per aver voluto difendere le altre persone. Insomma, per me conoscerlo è stato un privilegio e un privilegio è anche stato condividere un pezzo di strada della mia vita con lui. Ho visto tanta, troppa gente – questo secondo me è un passaggio importante – che dopo Madonna di Campiglio, un minuto dopo, gli ha girato le spalle e si sentiva in dovere di sputargli addosso, di calpestarlo, di umiliarlo. Io ti posso dire che a distanza di più di 15 anni da quel giorno e più di 10 anni dalla sua scomparsa, Marco me lo tengo nel cuore, sono orgoglioso di essere stato suo amico, sono orgoglioso di dirlo e ti dico, io che l’ho visto coi miei occhi e di momenti come questo ne ho passati a centinaia, ti posso dire che era un ragazzo straordinario.

 

Ma quindi, visto che è una domanda che torna spesso, dal punto di vista atletico, se dovessi confrontarlo con tutta la storia che è venuta prima…

Nessuno.

Da Bartali a Coppi, da Charly Gaul e Bahamontes…

No no…erano tutti corridori diversissimi quelli che mi hai citato, ognuno con le sue caratteristiche, corridori immensi, dei veri e propri giganti…Marco era unico, era unico! Cioè se lo vedevi…anche quel piccolo raccontino che metto [nel libro “Pantani è tornato di Davide De Zan, ndr] quando facciamo l’uscita in bicicletta tutti insieme alla squadra di Cassani, cioè l’immagine che ha dato lui ad un certo punto…veramente quando c’era la salita ti sembrava qualcosa di soprannaturale! Mentre altri corridori vedi proprio la potenza nel far muovere la bici, per lui sembrava qualcosa di soprannaturale, era come se veramente quando la strada si impennava, lui avesse qualcosa di soprannaturale che lo portava ad affrontare la forza di gravità in una maniera completamente diversa da tutti, era come se la forza di gravità su di lui non avesse effetto o avesse un effetto minore, era qualcosa veramente di soprannaturale vederlo, ancor più vederlo da vicino.

Anche vederlo in tv faceva questo effetto!

Però quando lo vedi di persona proprio ti rendi conto! Cioè, sale la strada e lui si trasforma. Questo non vuol dire che non soffrisse, perché per arrivare a fare quelle cose lui tante volte mi diceva: “Davide, ci son dei momenti che mi sembra di morire….

C’è quella sua famosa frase in cui disse: “Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia

Ma è vero, è quello di cui molto spesso noi quando siamo di fronte ad un campione non ce ne rendiamo conto: il talento è quella cosa che ti permette di fare in maniera naturale cose che per gli altri sono impossibili. Però per fare quelle imprese come il famoso scatto sul Galibier…insomma, noi ci credevamo, e io sapevo che aveva di fronte a sé l’occasione della vita ma non dimentichiamo che Ulrich avrà avuto i problemi col doping, col “tonnellagio” che ogni anno saliva di 15 kg , però Ulrich era un corridore dotato da madre natura di mezzi impressionanti, cioè Ulrich era un corridore vero: battere Ulrich era qualche cosa di oggettivamente molto complesso. Per cui alla vigilia di quella tappa quando si parlava, ero quasi io che lo spingevo e dicevo: “Marco, ma tu domani puoi vincere il Tour!. E lui diceva: “Oh ma devo staccare Ulrich! Come faccio?!. E gli dico: “Parti sul Galibier. E lui diceva: “Sì, ma cazzo sono 50 km! “Gli altri magari no, ma tu lo puoi fare. Per cui quel giorno, sotto l’acqua, quando si è alzato sui pedali come faceva lui, ha preso ed è andato via, tutti sapevamo che quel giorno lì Marco ce la poteva fare. La sua grandezza qual era? Era ogni volta, il famoso “o la va o la spacca. E vedevi che lui era l’incarnazione di quel motto. Però quando partiva, non era una roba da folle. Secondo me non avrebbe potuto fare diversamente. E quando ti dico che era unico, era unico perché lui tecnicamente e geneticamente aveva questa capacità di spianare le montagne e di volare in salita. E poi di testa era veramente meraviglioso per la capacità di soffrire. Se tu sentivi Tonkov a Montecampione [Giro d’Italia 1998, ndr] c’era un momento in cui diceva: “Io non sentivo più le mani, le braccia, questo per dirti quanto arrivano a soffrire questi corridori per fare quelle cose che a noi sembrano normali. Per cui, fisico straordinario…quando mi vengono a parlare del doping…ma Marco era così fin da bambino! Quando io nel libro scrivo che con la bici da donna stava appresso agli altri…ci sono un sacco di altri racconti di quando lui si allenava da ragazzo coi professionisti e i professionisti cercavano di staccarlo e non ci riuscivano mai. Poi c’è qualche racconto tra realtà e leggenda che narra di lui da ragazzo che staccava alcuni professionisti… Poi qualcuno dice: “No sono stati loro che lo conoscevano e volevano incoraggiarlo. Qualcun altro dice: “Col cazzo! Era lui che era talmente forte che riusciva a staccare loro. Per cui ripeto, doping o non doping, Pantani sarebbe stato Pantani ugualmente e anzi, secondo me, quell’epopea del doping una sola cosa ha fatto: lo ha danneggiato. Lo ha danneggiato per come sono andate le cose e lo ha danneggiato perché in un ciclismo pulito di Giri ne avrebbe vinti chissà quanti e pure di Tour de France.

 

Adesso tu citavi il Galibier; secondo te, tra le sue vittorie, quale più lo rappresenta, lo descrive, lo esalta per quello che era.

Bè quella è stata una cosa meravigliosa. Ti dico, per l’importanza della corsa, per la drammaticità di quello che era successo fino a quel momento. Ricordiamoci che era stato il Tour de France più allucinate della storia e io mi ricordo un giorno nel quale Marco – per questo ti dico che era uno generoso, uno leale, uno che non si tirava indietro, non si nascondeva di fronte alle responsabilità – l’ho visto togliersi il numero dalla schiena per solidarietà verso i suoi compagni.

Ma dici che è stato allucinate per lo scandalo Festina?

Eh bè insomma, io ero lì e…ragazzi dal primo all’ultimo giorno un casino della miseria: corridori arrestati, un clima pazzesco, la gendarmeria tutti i giorni intorno agli alberghi, corridori che si trovano a fermarsi, a minacciare lo sciopero, che si sentono violati nei loro diritti base…cioè veramente è stato uno dei Tour più drammatici della storia ed è stato un Tour salvato dalla grandezza di Marco Pantani. Per cui quel giorno con il Galibier, con lui che arriva e schianta Ulrich a 9 minuti: Ulrich è arrivato e aveva una faccia che sembrava avesse fatto un incontro di box. Però la faccia di Ulrich ti dava la dimensione dello sforzo allucinante che aveva fatto e di cos’era stata quella tappa lì. Poi ritrovare un italiano in vetta al Tour de France…l’ho rivisto ancora l’altro giorno intanto che selezionavo delle immagini: sentire Fontanelli, tutti i suoi compagni di squadra sui Campi Elisi che cantavano “Romagna mia”…insomma, io sui Campi Elisi sono stato tante volte, ho sentiti inni nazionali, musiche di ogni genere…essere lì e rivedere nuovamente un italiano 30 anni dopo Gimondi e vedere “Felicione” che gli alzava la mano ed era raggiante, rivedere una maglia gialla, col faccino di Marco, tutti biondi che si erano tinti, lui col pizzetto biondo e sentire riecheggiare “Romagna mia” sui Campi Elisi…bè, è stata un’emozione. E ancora per dirti i rapporti tra le persone, ieri mentre andavo lì a scartabellare mi è venuto in mente che ad un certo punto mi chiamarono per dirmi: “Davide abbiamo bisogno assolutamente di un’intervista sua – sai che comunque al Tour c’è un protocollo piuttosto rigido e non si sgarra –. E io mi ricordo che ad un certo punto mi affacciai perché avevano bisogno di quell’intervista e dovevo mandargliela subito ed era assolutamente fuori protocollo perché era ancora prima della premiazione e non c’era modo di avvicinarsi a lui. Chiesi ad uno dei suoi massaggiatori di dirgli che avevo bisogno; Marco uscì da una roulottina; si fece largo tra la gente; venne verso di me che io ero dietro una transenna e mi disse: “Davide cosa hai bisogno? “Marco devo fare un’intervista e ai francesi che gli rompevano i coglioni fa: “Lasciatemi stare, tanto la corsa era finita e, ripeto, in quel momento lui era la vedetta, la star assoluta di fronte ad un giornalista, ad un suo amico che diceva: “Marco ho bisogno di te, in un momento in cui oggettivamente gli rompevo le palle. Perché lui aveva appena finito tre settimane di Tour allucinate, era preso in una serie di cerimoniali molto rigidi, però lui in quel momento ha detto: “No io devo dedicare 5 minuti ad un mio amico, da una parte, e ad un giornalista che io stimo. Per cui ci mettemmo lì in un angolino, abbiamo fatto questa intervista, io l’ho mandata subito con buona pace di tutti, del Tg5 e di chi la voleva. Però non era tanto il valore dell’intervista era la disponibilità di un uomo e alla fine di un’avventura dove in diverse circostanze magari lui preferiva non fare delle cose e accettò dei miei consigli soprattutto in giornate molto critiche dove magari io mi affacciavo alla sua roulottina con i bodyguard fuori e dicevo: “Io metto dentro la faccia se poi mi manda a fare in culo io esco, se però…insomma, fatemi provare. E sapevo benissimo che non sarebbe mai successo però insomma, in due o tre momenti di quella corsa molto critica, Marco mi disse: “Vieni. Ci confrontammo, magari in momenti in cui lui non voleva rilasciare dichiarazioni e dove invece io cercavo di fargli capire che in quel momento era importante far sentire la voce dei corridori, la voce del gruppo, capire dove si sentissero toccati o violati nei loro diritti. Per cui non era solo la voglia di un giornalista di portare a casa un’intervista, giammai: era sicuramente la mia voglia di fare il mio mestiere nella maniera migliore ma era anche la voglia di consigliare una persona che magari presa in un evento, in situazioni più grandi di lui probabilmente rischiava di fare delle scelte sbagliate. Diventava ancora più bello quando magari il giorno dopo aprivo i giornali che riprendevano quelle dichiarazioni che io davo a tutti – non è che dovevo farmi bello, io dicevo agli altri giornalisti che rimanevano fuori: “Non vi preoccupate, quello che dice a me lo dice a tutti voi – e il lui mi diceva: “Davide, hai avuto ragione tu. E quelli lì sono i momenti nei quali, come dire, la confidenza porta ad avere rispetto, a far crescere la stima a far crescere la fiducia uno dalla parte dell’altro. E’ per quello che dico che il ciclismo e il rapporto tra giornalista e campione nel ciclismo è facilitato e umanamente ti mette di fronte a delle esperienze molto belle.

 

Ecco, prima parlavi delle indagini e dei nuovi elementi che tu insieme all’avvocato De Rensis, legale della famiglia di Marco, avete riportato alla luce sia rispetto alla sua morte, sia rispetto alla squalifica di Madonna di Campiglio. Se puoi riassumere brevemente quali sono, seconde te, quelle anomalie più significative rispetto alla squalifica di Madonna di Campiglio.

Bè, Madonna di Campiglio…bè basta guardare i numeri. Madonna di Campiglio bisogna vedere i numeri e sovrapporli ad alcune testimonianze importanti che sono riemerse a distanza di 15 anni. Cioè, il suo dottore, il dottor Rempi, che dice di fronte ad una telecamera e che certifica la sua testimonianza dicendo: “Marco la sera prima del controllo, la sera prima del test di Madonna di Campiglio nella sua stanza si è controllato, loro avevano delle macchinette. Poi il discorso del perché e del percome…è la storia che ci ha detto quello che succedeva in quegli anni e ci ha raccontato dell’impotenza dei controlli antidoping rispetto all’uso dell’EPO. Per cui non stiamo a discutere se si usasse o non si usasse l’EPO: l’EPO si usava e basta guardare i numeri di tutti per rendersene conto. Ma non è di questo che stiamo parlando: noi stiamo parlando del rispetto o meno dei regolamenti. La testimonianza del dottor Rempi è chiarissima per capire le dinamiche di quella giornata. Rempi dice: “Lui la sera prima si controlla, io entro [in camera di Pantani, ndr], non vedo mentre fa il controllo ma entro subito dopo e lui lo aveva appena finito”. Dico: “Hai visto coi tuoi occhi il risultato?. E lui fa: “L’ho visto, ed era appena sopra i 48 – lui dice 48.2 o 48.3 – “Comunque era un risultato assolutamente attorno ai 48. Tan’è vero che io ero andato nella stanza di Marco perché sapevamo tutti che il giorno dopo arrivavano i controlli, lo sapeva lui e lo sapevano anche i gatti! Io entro, vedo coi miei occhi 48.2. Marco era tranquillo. Eravamo tutti tranquillissimi. Questo è Rempi che lo dice. Stessa testimonianza del suo massaggiatore, Pregnolato che dice: “Io non sono entrato dopo: ero con lui in camera, eravamo sul letto, mentre faceva quel controllo. “Quanto aveva?. Anche lui dice un po’ più di 48: lui mi dice 48.1 o 48.2, cambia poco. Lui dice appena sopra il 48 ma sicuramente abbondantemente sotto il 50 e abbondantemente sotto quel 53. Perché poi tutti ci ricordiamo il 52 in realtà sui documenti c’è scritto 53: che un 48 in poche ore diventi un 53…su 10 esperti, 10 mi dicono: “Davide è quasi impossibile. La cosa che è assolutamente impossibile è che le piastrine di un uomo che normalmente sono assolutamente dentro dei valori fisiologici si abbassino di colpo fino a toccare i 100000, che è un valore patologico, per poi ritornare dopo qualche ora a 153000. Il sospetto che sia stata fatta una deplasmazione, avviene proprio da lì: c’è un sistema molto facile per alzare l’ematocrito che è appunto la deplasmazione cioè togliere un po’ di plasma dal sangue, rimiscelare ed alterare la proporzione tra parte liquida e solida. Il problema qual è? E’ che la traccia che lascia questo sistema è il crollo delle piastrine. Marco ha 48 a poche ore da quel controllo – testimonianze sottoscritte. Quel 48 diventa 53. Marco in 3 anni di controlli non ha mai avuto le piastrine sotto i 150000. Le piastrine, misteriosamente, in quel controllo di Campiglio che dà 53, crollano a 100000-107000 per poi ritornare a 150000-160000 qualche ora dopo… Bè, questo salto, più di un esperto mi ha detto: “Davide è impossibile! E quel crollo delle piastrine fa pensare ad una manipolazione del sangue. Questo è quello che emerge dall’analisi dei numeri.

Ma che scopo ci sarebbe stato a voler buttare fuori Pantani?

Bè lo scopo è che un salto dei globuli rossi di Marco, in quel momento, valeva tanti soldi: tu stai vedendo in questi giorni lo scandalo del calcio-scommesse. Ormai sono passati quasi 4 anni e mezzo dai primi arresti – era il giugno di 4 anni fa, l’inchiesta era partita un po’ prima – e abbiamo visto che ramificazioni c’erano e che organizzazioni c’erano dietro il mondo delle scommesse. Ecco, poi proviamo a pensare a come alterare il risultato di una partita dove ci sono 22 persone in campo…non è molto facile, eppure c’è un’indagine in corso, 130 persone indagate…bè, il fenomeno delle scommesse tradizionali, clandestine e flussi di puntate anomale, insomma, ci accorgiamo sul calcio di quanto sia consistente e pericoloso. Figuriamoci in un mondo totalmente indifeso come quello del ciclismo: un flusso di puntate incredibile – stiamo parlando di scommesse clandestine –, poi i numeri che si sono fatti sono altisonanti, non avremo mai un resoconto reale, però quello che si sa è che mezza Italia aveva scommesso su Pantani. E poi non lo diciamo solo noi, anche quello che dice a Vallanzasca una settimana prima – altra testimonianza singolare – “Scommetti sul secondo o sul terzo in classifica perché Pantani non arriverà mai, te lo dico io!, insomma, ti lascia un’inquietudine addosso soprattutto poi pensando che quello che dice questa persona la settimana prima, si verifica e si realizza.

 

Però c’è il dottor Donati, paladino della lotta al doping ed unico consulente italiano della WADA, che sostiene che il ventennio 1990-2010 andrebbe cancellato dal ciclismo. Nel suo libro “Lo sport del doping – Chi lo subisce, chi lo combatte” accusa anche il CONI e le federazioni dicendo che hanno responsabilità che vanno oltre l’omertà. Tu cosa ne pensi?

Allora, sulla cancellazione posso essere sicuramente d’accordo con lui, anche se cancellare proprio tutto laddove non si hanno prove reali…insomma, valica un po’ quel minimo di garanzia del diritto che dobbiamo concedere a tutti anche laddove il buonsenso, come ti dicevo prima, ci fa capire come quel ventennio sia un ventennio di ciclismo malato. Mi sembra però riduttivo pensare che solo il ciclismo in quel ventennio sia stato malato. Per cui se devo estendere il concetto di una persona stimabilissima e rispettabilissima come Donati è che se cancelliamo un ventennio di ciclismo, cancelliamo un ventennio di tutto lo sport, perché il doping è passato in maniera trasversale in tutto lo sport e basta avere gli occhi per vedere l’influenza del doping. Aggiungerei un’altra cosa: la chimica applicata all’uomo, è sicuramente la scienza che, ringraziando il Cielo, ha fatto i passi in avanti più importanti. E ti dico ringrazio il Cielo, perché molti di quei farmaci usati in maniera deviata per migliorare le prestazioni sportive, servono in realtà a curare la gente, a curare le persone malate e a guarire tante malattie che fino a vent’anni fa erano mortali. Mi riferisco a tante forme leucemiche che adesso sono affrontabili e si possono guarire: mio padre è morto di leucemia, ho avuto modo di vedere da vicino cosa voglia dire quella cosa e quanto grave e quanto triste sia pensare che il sangue che può veramente salvare la vita a tanta gente, sia usato in maniera fraudolenta, truffaldina (usiamo una parola leggera per un fenomeno che è veramente brutto). Per cui, tornando a Donati, di sicuro sono parole che hanno un peso e ha sicuramente ragione. Ecco, io semplicemente amplierei il concetto non solo al ciclismo ma a tutto sport e laddove non ci siano state delle punizioni, non si sia arrivati ad una verità certificata, non vuol dire che non ci siano colpevoli. Ci sono atleti che basta avere gli occhi per capire che sono dopati perché certe crescite di 7-10 kg di muscoli da un anno con l’altro, tutto possono essere tranne che naturali; certi record che abbassano a grappoli di secondi, tutto possono essere tranne che naturali; certi sport di squadra che hanno dei ritmi assolutamente insostenibili e diventano invece regolari…eh, basta avere gli occhi! Ecco, per cui direi, non circoscriviamo al mondo del ciclismo che non è sicuramente più marcio degli altri e, ripeto, cancellare tutto laddove invece può darsi che qualche vittoria sia stata buona, probabilmente è eccessivo. Di sicuro, spunti come quello di Donati devono essere presi con grande attenzione, con grande rispetto e devono servire per essere la base che continuamente deve crescere per quella che è una lotta veramente durissima al doping dove è veramente una continua rincorsa tra guardie e ladri perché prodotti nuovi all’orizzonte ce ne sono sempre, strutture che lavorano perché col doping si guadagna tanto [ce ne sono]. La vicenda di Lance Armstrong e anche di altri personaggi che gli gravitavano attorno ci ha fatto capire come intorno al doping ci sono tante organizzazioni che ci fanno i soldi. E dove c’è da un lato la bramosia, la voglia di gloria e di successo e di vittorie e dall’altra la possibilità di fare business, ecco, la situazione è sempre esplosiva da un lato e pericolosa da un altro, e c’è bisogno sempre dell’aiuto di tutti per riuscire a combatterla. Di certo, soprattutto nei primi anni dell’EPO, i tempi di reazione sono stati molto molto lunghi: probabilmente si poteva accorciare il periodo per arrivare a codificare un sistema che permettesse di riuscire a scoprire l’EPO nelle urine e nei normali test e non esponesse i corridori, che sono stati i primi ed unici al mondo a dire: “Va bene, prendeteci il sangue, inventiamoci sto controllo dell’ematocrito perché la situazione era veramente fuori controllo in parte per colpa dei corridori, ma in parte per colpa dei controlli che in quel momento che era un momento difficilissimo, non riuscivano a scoprire l’EPO. Ed era un propellente talmente potente che tu o costringevi non solo i corridori ma tutti gli atleti a non prenderlo, ma se non c’era un test che arrivasse a scoprirlo, era inevitabile che qualcuno ne facesse uso.

 

Invece, per quanto riguarda l’indagine della sua morte, quali sono gli indizi, le prove, i fatti che secondo te sono più decisivi per una svolta verso la verità?

Bè, ti dico una cosa che attiene al buon senso: noi dovremmo credere che una persona ha devastato in quel modo una stanza? Se noi guardiamo le immagini della stanza di Marco al Residence Le Rose [a Rimini, ndr], sono immagini di una stanza dove sembra esserci passato dentro un uragano o una mandria di rinoceronti imbizzarriti.

Tu hai visto il video della polizia?

Purtroppo l’ho visto…lo descrivo nel libro tratteggiando… E devo dirti che mi viene veramente difficile pensare che una persona compia quel casino veramente terrificante e nella stanza di fianco, al piano di sopra, al piano di sotto, nessuno senta. Io per la mia professione ho girato non sai quante stanze d’albergo e molto spesso mi sono trovato con dei vicini che mi picchiavano dentro magari solo perché avevo il televisore un po’ più alto o magari parlavo al telefono per lavoro o perché mi andava di farlo o perché era mattina presto o perché era notte fonda, e magari sentivi il classico di fianco che picchia per molto meno rispetto a quella devastazione. Quindi noi dovremmo credere che un uomo ha fatto quella devastazione e nessuno ha sentito niente? Dovremmo credere che un uomo strappa uno specchio dal muro, lo sbatte per terra e lo specchio non si rompe? Dovremmo credere che una persona fa quel bordello indescrivibile, strappa oggetti è in preda ad un raptus psicogeno e non ha un graffio sulla mano, un’unghia rotta? Che è caduto nel sangue e le mani sono completamente bianche? Che si è messo all’improvviso a mangiare cocaina con una palla [di mollica di pane, ndr] teoricamente rigurgitata nel sangue che, da un lato è completamente bianca e dall’altro è impossibile dalla posizione, dal fatto che non ha segni di morsicatura o nessun tipo di segno…tutti quanti, che hanno occhi per vedere dicono – e parlo di esperti, di medici legali che sanno leggere quel tipo di foto, quel tipo di filmati – che quella pallina non può essere uscita dalla bocca di Pantani. Ed era quella la prova più grande e più importante del fatto che Pantani, in preda a quel raptus, avesse incominciato a mangiare cocaina. Bene, noi dobbiamo credere che una pallina rigurgitata in mezzo al sangue è completamente bianca? Che una pallina smangiucchiata, morsicata non ha nemmeno il segno di un morsetto? Bene, io a tutte queste cose, te ne ho citate 3 o 4 ma ce ne sarebbero 30, non ci credo. Non credo a quel “disordine ordinato”, non ci credo, con tutti quegli oggetti che sembrano proprio posizionati nella stanza per dar la sensazione di questo grande casino. Ho il forte dubbio, guardando le strisciate di sangue che ci sono per terra così come le descrive un luminare come il professor Avato, che il cadavere di Marco sia stato spostato – e per quello che so io, i cadaveri da soli non si muovono. Per cui io non credo al disordine ordinato, non credo che lui abbia fatto quella devastazione e di conseguenza non credo alla ricostruzione che è stata fatta nella prima indagine.

Ma come è possibile che 10 anni fa queste cose siano passate così nel silenzio? Anche leggendo il tuo libro, da perfetto profano di tutte queste cose mi sembra che qualcosa doveva pur venire fuori 10 anni fa però, non ora…

Il problema, come tu hai visto, è che tanti punti interrogativi sono ancora sospesi. Io mi limito ad un rilievo: le prime persone che sono intervenute sul corpo di Pantani, gli infermieri, non sono stati sentiti. Per cui, per arrivare alla verità devi fare le domande, devi fare le domande giuste, devi approfondire. Io non lo so, ripeto, non ci credo. Il perché siano stati lasciati così tanti particolari senza risposta, è una domanda che deve essere fatta a chi ha condotto la prima indagine, bisogna chiederlo a loro. Io, personalmente, la cosa che ti posso dire è che non ci credo: non credo che Marco si sia suicidato, non credo che Marco si sia messo a mangiare cocaina e non credo al racconto che quelle immagini fanno di quella stanza con quel lenzuolo annodato a quei gradini più bassi dove nemmeno un pigmeo si potrebbe impiccare, a quell’affare messo lì, quell’antenna del televisore lunga così che dà l’idea di uno con intenti suicidari, a quel televisore teoricamente lanciato a 3 metri che però non c’ha un graffio né niente – a me è scappato di mano un televisore col tubo catodico e non da 3 metri, mi è scappato di mano ed è caduto  e la cornice si è rotta. Ecco, devo credere che un televisore lanciato non si rompa, che uno specchio strappato dal muro e buttato per terra non si rompa, che un casino del genere un matto lo fa e di là non sente nessuno, che uno intanto che fa quel casino perché è in preda al delirio psicogeno chiami giù [in reception, ndr] con un tono normale dicendo: “Chiamate i carabinieri per favore che c’è della gente? Allora o uno è matto o uno sa ragionare e sa parlare tranquillamente. Poi mi vengono a dire: “Ma perché ha chiamato giù e non ha chiamato lui?. Ma uno avrà anche il diritto in ogni momento di scegliere se chiamare lui o se chiedere aiuto: non so, ma non mi sembra una roba che sposti di molto la questione. La questione vera è che di quella scena del crimine tanti, troppi particolari non tornano e, uno su tutti, il più importante di tutti, quella pallina che sembra messa lì, nessuno, a oggi, ci ha ancora spiegato il perché. E ci sono delle persone molto credibili che sono state sul corpo di Marco per più di 40 minuti, che dicono: “Quella pallina non c’era! E se ci fosse stata non solo ce ne saremmo accorti – oltretutto perché ti rompe le palle, Marco era qua, la pallina era lì, comunque te ne accorgi – ma avremmo avuto anche l’obbligo di segnalarla nel nostro rapporto, perché fa parte degli obblighi della nostra professione segnalare qualunque tipo di oggetto potesse essere riferibile a sostanze stupefacenti. Una pallina di fianco alla bocca con dentro forse della cocaina, ripeto, se ne sarebbero accorti. Bene, io sono ancora in attesa e spero, esigo, che questo tipo di risposta venga data. Ed è un obbligo che come cittadino devo pretendere. E noi da questa seconda indagine, sulla pallina, esigiamo una risposta che sia chiara e non una risposta che sia “Eh bè dopo 10 anni la gente non si ricorda bene. Perché oltre alla gente ci sono delle immagini che noi abbiamo visto e le immagini parlano chiare: il rischio, il dubbio che quella pallina sia stata messa dopo è altissimo, per cui qualcuno ci deve spiegare la verità almeno su quello. Ed è una verità importante perché teoricamente la pallina è la prova del nove che Pantani mangiava cocaina: se però quella prova del nove ancora una volta sembra, come dire, un’operazione di fantasia perché credere che una pallina rigurgitata nel sangue dalla bocca è completamente bianca…eh insomma…io alle favole non ci credo, se ci vogliono credere gli investigatori…bo…

 

E ora quindi, a che punto sono le indagini?

Non lo so, bisogna chiederlo a chi sta indagando: personalmente ho fatto il mio mestiere e ho cercato di veicolare tutte le notizie delle quali sono venuto a conoscenza. L’avvocato De Rensis ha fatto un lavoro di ricerca splendido perché ha portato veramente delle novità sostanziali e importanti, lui e il professor Avato. Per cui io rimango veramente in attesa di sapere dalla procura quali sono le risposte, quali sono eventuali altre novità e quali saranno le conclusioni. Devo dirti, ma è una sensazione mia, spero di sbagliarmi, che da parte della famiglia recentemente ho visto molta tristezza e molta amarezza per lo svolgimento di tutta la questione finora per quello che riguarda l’indagine di Rimini.

 

Alla luce di tutti questi nuovi sviluppi, c’è il rischio di ridurre Marco Pantani ad un eroe tragico che sale agli onori della cronaca solo perché protagonista di un “thriller” ancora irrisolto. Poi potremo pure dimenticarcene. Invece tu, che lo hai conosciuto ed eri suo amico, come vorresti che Marco venisse ricordato?

Io avrei la voglia di veder trionfare la verità. Mi piacerebbe che venisse ricordato per quello che era, nulla di più e nulla di meno. E lui era un grande campione, il più grande scalatore del mondo, un personaggio che veramente metteva il cuore quando era in bicicletta e ci ha regalato delle imprese straordinarie, e un ragazzo che ad un certo punto ha visto la sua vita deragliare completamente. Quando mi vengono a dire che Marco era un debole o che era fragile, mi scappa da ridere: la solidità di una struttura dipende dal colpo che arriva, ma se arriva una bomba atomica, nessuno è invulnerabile, persino la struttura costruita tecnicamente nel migliore dei modi. Marco non era un debole, uno che si rialza da tutti quegli incidenti… Poi io l’ho visto [Milano-Torino, 19 ottobre 1995, ndr], la gamba non era rotta, era devastata, ci voleva un ferro lungo così da fuori per tenerla insieme. Una volta che io gliela stavo guardando, dopo che aveva tolto il ferro e c’era un muscoletto lì che se ne andava per conto suo, insomma io gli guardavo quella gamba un po’ di sguincio cercando di non farmi vedere ma dentro di me pensavo: “Come fa questo ragazzo non solo a ritornare a correre, ma a ritornare a camminare normalmente?. Lui che era una persona molto intelligente, se ne accorse e capiva i pensieri che mi stavano balenando in testa e mi disse: “Davide, non ti preoccupare io non solo torno a correre, ma quella promessa di vincere un Giro d’Italia, io la mantengo. Tu non ti preoccupare che io tornerò più forte di prima e un Giro d’Italia lo vinco. Per cui capiva cosa stavo pensando io e l’insegnamento che lui mi ha sempre dato era che la vita ti può fare uno sgambetto, ti può mettere in ginocchio, ti può anche spezzare delle gambe ma se tu lo vuoi veramente, ti puoi anche rialzare e tornare a correre e a vivere anche più forte di prima. Per cui Marco ha dimostrato a tutti di avere sotto due palle grosse così! Il problema qual è stato? Il problema è che per lui, fin da bambino il ciclismo era la vita. Per me fare il giornalista è una professione che ho nel cuore, ma è una professione: per Marco il ciclismo, la bicicletta, quel mondo era la vita! E lui era nato per quella roba lì. A Campiglio non gli hanno tolto soltanto un Giro d’Italia, di Giri d’Italia ne aveva già persi tre per gli incidenti: nel 1995 perché lo ha centrato una macchina, nel 1996 perché aveva la gamba rotta dalla Milano-Torino, nel 1997 per un gatto. Ha fatto storie? Si è rialzato, è ritornato e ha vinto. Perderne 3 o perderne 4, che differenza fa? Il problema è che quel quarto Giro lui non lo ha perso per un incidente: nel quarto Giro lui è stato cacciato, era il re ed è stato cacciato come un ladro, umiliato di fronte a tutti. E soprattutto in quel momento lì, non gli hanno tolto il Giro o la maglia rosa: gli hanno tolto la vita. Da quel momento lì, la sua vita è deragliata completamente e tutto quello che lui ha fatto da quel momento in avanti è stato il comportamento di una persona che si sente innocente e che si sente di aver pagato un prezzo altissimo in termini di dignità, in termini di vita perché gli avevano portato via la cosa per lui più importante, cioè il ciclismo e la sua bicicletta. E si sentiva di pagare quel prezzo ingiustamente: per questo non è più uscito da quella spirale. Lui avrebbe potuto risalire in sella in quindici giorni, sarebbe andato al Tour e io sono convinto che il Pantani di quell’epoca lo vinceva perché Armstrong non lo avrebbe battuto in quel Tour. A parte che Armstrong quel Tour non doveva neanche finirlo perché era stato preso positivo per cortisone e hanno retrodatato il certificato, come racconta lui, ed è stato salvato; e non è stata l’unica volta in cui Armstrong è stato coperto. Però, mentre Pantani viene crocifisso, qualche mese dopo invece l’americano viene santificato, ed è andato avanti 7 anni. Quando Marco diceva: “Guardate, sull’americano c’è qualcosa che non va…. Altra cosa che ci fa capire come è stato innocente, è che lui torna a casa da Campiglio – è una cosa che mi ha detto di recente Tonina [la mamma di Marco, ndr] – e lui si mette a scrivere sulle pareti della sua camera “a Campiglio mi hanno fregato”. Le riempie completamente e poi Tonina le fa ridipingere. Bè, uno può mentire agli altri ma quella camera la vedeva lui e al limite sua mamma, suo papà: uno può mentire agli altri ma non a se stesso. Per cui lui, a parte le testimonianze che abbiamo visto, a parte quel 48, lui si è sentito vittima di un complotto e io mi auguro che la sua immagine venga completamente ridisegnata e che persone più importanti di me ci arrivino, con magari qualche elemento che sono riuscito a fornire anche io, ma solo per il fatto di aver visto delle cose che erano lì, davanti agli occhi di tutti e bastava, come per gli elementi di una equazione matematica, metterli semplicemente al posto giusto: se li metti al posto giusto dici ok, questi sono i fattori, questi sono gli elementi, ma il risultato è uno solo. Anche in quel caso, come in quella scena del crimine, a Campiglio c’è qualcosa che non torna. Essendo numeri, è più facile rileggerli, avendo la voglia di rileggerli nel modo giusto per scoprire la verità, e magari la volta che si scopre quella verità, quel giorno di Campiglio, con un uomo cacciato dall’albergo come un ladro, probabilmente è da rivedere. E io spero che quel giorno arrivi.

 

Io ero bambino quando lui ha iniziato a venire fuori e non l’ho mai conosciuto di persona. Ma la cosa che mi ha affascinato e che continua ad affascinarmi quando rivedo certe scene è l’emozione che lui era in grado di suscitare nella gente. Secondo te, perché Marco suscitava questa esaltazione ed emozione in chi lo guardava e lo vedeva in bicicletta?

E’ vero. Pantani ti faceva battere il cuore in un modo diverso e secondo me ci ha riportato indietro di tanti anni. Probabilmente le persone sono riuscite a capire come lui, a differenza di altri, doveva combattere contro qualcosa di soprannaturale, come un presagio, che cercava di contrapporsi tra lui e la gara che doveva fare. Cioè, se lui si fosse arreso ad una delle tante cadute, probabilmente non avremmo avuto il grande Pantani ma ce lo avremmo avuto ancora qua. Lui invece quei presagi non solo non ha voluto vederli ma la sua grande forza lo ha sempre portato a rialzarsi in piedi da ognuna di quelle cadute e ricominciare a correre ogni volta più forte di prima. Perché sai, ti centra la macchina è un conto, ti spaccano una gamba…la sua gamba era completamente devastata… Così come era successo a Coppi tanti anni prima: anche Coppi era stato un corridore straordinario e sfortunato. Quando tu hai la sfortuna, hai degli incidenti che si frappongono tra te e la tua passione, quello che vuoi fare, le grandi vittorie, è logico che la gente tende a starti vicino, a provare simpatia per te: quando il pubblico si accorge che tu sei più forte di quegli incidenti lì e non solo, arrivi a vincere costruendo delle proprie imprese dove, come ti dicevo prima, o la va o la spacca…cacchio, lui non faceva lo scattino dei 3 km, lui faceva una cosa per cui o saltava il banco oppure…il problema era che lui quando scattava era come se si tirasse sulle spalle tutta l’Italia, ma fin dalla prima vittoria, e l’Italia si è innamorata di questo ragazzino: anche nelle prime vittorie, lui prendeva, partiva in salita e poi era nata questa roba del Pirata, di questa bandana che lui aveva, di quel gesto che era anche l’annuncio: “Oh, io adesso attacco!. Per cui non era neanche un celare i suoi propositi di attacco, era come se urlasse al mondo: “Ragazzi, adesso io attacco!, se però attacchi quando mancano 50 km, delle vette leggendarie, sei tu da solo contro tutto il mondo – perché era questo – dopo che ti sei lasciato alle spalle, incidenti, cadute, sfighe e una gamba rotta…eh bè, la gente capisce che lui metteva il cuore – perché era questo a cui arrivava la gente e capiva che lui sulla strada ci metteva il cuore – e inevitabilmente quando fai così conquisti il cuore della gente. E l’Italia veramente si fermava: se tu vedi le immagini di quei Giri d’Italia, viene da ridere a vedere i Giri d’Italia di adesso! Quando c’era Pantani, non c’era macchè un metro, non c’era un centimetro libero per chilometri e chilometri e adesso mi viene da ridere quando vedo certi indici di ascolto dove si cita il picco dell’audience: noi, ai tempi di Pantani, facevamo degli indici di ascolto che facevano paura, un televisore su due era sintonizzato sul Giro d’Italia. Però erano degli share di ascolto che non erano frutto di alchimie, di giochi particolari – anche l’auditel va un po’ decriptata – erano calcolati su 3 o 4 ore di ascolto, per cui un conto è avere un 50% di share calcolato su 20-15 minuti, un conto è arrivare vicino a quel tipo di risultati prendendo una curva di 3-4 ore. Adesso non me le ricordo nel dettaglio, ma erano dei record di ascolto ti ripeto non su mezz’ora ma su 3-4 ore perché ai tempi si prendevano su quella che era la diretta e non c’era quella voglia di creare delle piccole alchimie che amplificavano i risultati. Però, al di là dei numeri, c’era un affetto nei suoi confronti che era sconfinato: per questo ti dico che era unico. Io ho avuto la fortuna di cogliere i riverberi di quella che è stata la passione, l’epopea di Coppi e Bartali dal mio babbo che ha scritto un libro su Coppi. E io, ogni volta che parlavo con mio papà di Coppi, vedevo che gli venivano gli occhi lucidi e io non capivo, dicevo: “Caspita, sono passati 20 anni, 30 anni come fai papà ancora?. Lo capisco adesso probabilmente quello che sentiva mio papà per Coppi, un altro di quei grandissimi corridori che ha finito la sua vita troppo presto e in maniera controversa, quella malaria curata in una maniera che probabilmente non era quella opportuna, un grande campione anche lui sfortunato, cadute, la guerra, fratture, il dramma del fratello che però, aveva fermato l’Italia. Io credo che Marco fosse unico anche perché riportava nel cuore della gente e nel cuore del pubblico non solo i nostalgici Coppiani ma anche i ragazzini al tempo, come te, i bambini, i giovani: riportava nei cuori degli sportivi quelle atmosfere, quel tipo di ciclismo eroico. Mentre Coppi era un corridore moderno in un ciclismo antico, Pantani probabilmente era un ciclista antico – nel senso più nobile e bello del termine – nel ciclismo moderno, e la gente lo sentiva, cioè lui era veramente un eroe. Quando c’era la salita sembrava avesse qualcosa di soprannaturale, poi uno dice: “Sì soprannaturale, chissà…. No, Marco era nato per andare in salita, era nato per andare in bicicletta ed era nato per vincere grandi corse. In quel giorno di Campiglio…perchè io dico che è “un campione ucciso due volte”? Purtroppo sono stato io stesso un testimone costretto a raccontare in quel momento la realtà dei fatti che mi veniva fornita, io stesso ho raccontato di quell’ematocrito fuori norma e ai tempi non avevo elementi per metterlo in discussione, dovevo accettare quella verità. Però da uomo e da giornalista e a distanza di 11 anni da Rimini e 16 da Campiglio, ti dico che la realtà ci ha portato troppe cose che ci fanno capire come la storia di Campiglio e di Rimini è da riscrivere e che questo campione è stato ucciso due volte, questo uomo è stato ucciso due volte. A Campiglio hanno ucciso il campione, il grande Pantani. A Rimini, se ne è andato Marco. Un unico uomo, ucciso due volte. A me farebbe piacere da giornalista, da italiano e da amico suo – ma l’amicizia è solo il punto di partenza – che un po’ di dignità a questo ragazzo, a questo mio amico che non c’è più, venisse restituita. E l’altra cosa che ti voglio dire è che il libro mi sento di descriverlo come un libro onesto: onesto nel dichiarare che Marco era amico mio e io sono orgoglioso di essergli stato amico, ma nel dire che, nel passo dopo c’è il professionista e il professionista non può farsi condizionare dall’amicizia, il professionista deve raccontare fatti, testimonianze, numeri, deve riportare documenti ed è quello che io ho fatto nel libro: ci sono dei capitoli in cui racconto del mio amico, ci sono dei capitoli – e sono i più importanti – dove porto dei fatti, delle testimonianze non dei sussurri, dei “si dice”, dei “si mormora”: coi sussurri, coi “si dice”, coi mormorii non si va da nessuna parte, qui dobbiamo parlare di fatti, di prove, di numeri, di testimonianze di gente che ci mette la faccia e si controfirma, di scienziati ed esperti che danno il loro parere. E i numeri, caso strano, su Campiglio vanno in una e una sola direzione, se li sai interpretare non mentono. Io cito un passaggio di Proust (“L’unico vero viaggio verso la scoperta, non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi): devi avere gli occhi e devi voler vedere. Quello che ho fatto io nel libro è cercare di utilizzare i miei occhi, cercare di metterli laddove altri non avevano visto e aver voglia di vedere una sola cosa: la verità. Mi piacerebbe che la vedessero anche altri, che magari contano un po’ più di me.

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