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La redazione di Contropiede.net ha incontrato l’allenatore del Siena Beppe Sannino, alla sua prima esperienza in Serie A dopo aver allenato per tre stagioni il Varese, guidandolo dalla Seconda Divisione ai vertici della serie cadetta. Disponibile e gentilissimo, il mister napoletano ha parlato di calcio a 360 gradi, rispondendo alle domande con la semplicità che da sempre lo contraddistingue senza mai scadere nella banalità.

Mister, dopo la bella vittoria con la Lazio la scorsa settimana, siete incappati in una sconfitta a Parma. Forse ha giocato a vostro sfavore il cambio d’allenatore avvenuto sul fronte gialloblu proprio alla vigilia della gara.
Sì, con questi cambi è chiaro che ci sono delle aspettative diverse, anche i giocatori cercano di mettersi in mostra. Però io ho fatto i complimenti alla mia squadra per la partita, secondo me abbiamo fatto una prova migliore che contro la Lazio, anche se poi il risultato condiziona il giudizio. Tuttavia da allenatore devo guardare sempre a quello che è il viaggio che dobbiamo fare. Per me la prestazione è troppo importante, a volte si può rubare una partita, e vorrei farlo ogni tanto, ma quello che ti dà la possibilità di dire «siamo sulla strada giusta» è sempre la prestazione. E a Parma domenica è stata una partita dove per me un pareggio sarebbe stato più giusto, anche se poi si guarda il risultato, 3-1, ed è pesante.

L’anno scorso a Varese allenava una compagine di vertice di Serie B, quest’anno guida una squadra che lotta per la salvezza in Serie A: ci sono grandi differenze per un allenatore?
C’è differenza sì, se chiamano la A “massima serie” un motivo ci sarà. Grandi campioni, una qualità diversa… E a volte i calciatori che sono ancora in serie B hanno qualche motivazione in più per cercare di arrivare nella massima serie, di conseguenza puoi lavorare con dei ragazzi che hanno grandissima fame. Per me quest’anno è stato importante trovare un gruppo di ragazzi che arrivavano dalla B e che si sono messi a giocare in serie A sapendo che devono soffrire tanto, perché si incontrano squadre con un tasso tecnico e fisico altissimo.

Lo scorso anno lei ha salutato Varese, la squadra, i tifosi e i cittadini, con una bellissima lettera, ringraziando per avere avuto a che fare con degli uomini veri. Questa parola, “uomini”, non si sente spesso nel mondo del calcio, dove la componente umana sovente non è valorizzata molto.
Io cerco sempre di anteporre l’uomo al calciatore. Secondo me un calciatore che ha meno qualità di un altro, ma che si dimostra più uomo, a volte in situazioni difficili riesce a darti quel qualcosa in più che forse il calciatore normale, quello fatto solamente di qualità tecniche, non ti da. Anche perché il calciatore uomo è una persona che pensa più con il “noi” che con l’“io”. Queste sono tutte cose che fanno parte del mio modo di vedere il calcio, io non amo solo la giocata, io amo i presupposti per arrivare a fare tante giocate insieme.

Spesso si parla male del mondo del calcio, come se fosse solamente frequentato da viziati (pensiamo ad esempio in occasione dello sciopero dei calciatori lo scorso agosto). Visto da dentro com’è questo mondo?
Ci sono le problematiche che ci sono nella vita di tutti i giorni. Il calcio è uno spaccato della vita quotidiana con un qualcosa in più, nel senso che sotto l’aspetto economico cambia qualcosa. Però su questa esternazione ci metto una postilla: non tutto il calcio vive nell’oro. La Serie A è un mondo a parte sotto questo aspetto, ma se vai in categorie come Prima e Seconda Divisione ti accorgi che non è tutto oro quello che luccica. Ti trovi con persone che al mattino devono svegliarsi e sbarcare il lunario, quante volte si sente di giocatori che non percepiscono lo stipendio per tantissimi mesi, e se hai una moglie, dei figli, e degli obiettivi nella vita come ad esempio comprare una casa, come fai?

Il momento difficile che sta vivendo l’Italia con la crisi economica, come viene percepito nel mondo del calcio? C’è partecipazione o indifferenza?
Quando parlo di calciatori uomini vuole dire che anche loro vivono quello che gli succede intorno. Credo che sotto questo aspetto la stragrande maggioranza dei calciatori sappia cosa succede intorno, anche se ovviamente vivono in un mondo un po’ particolare. Ad ogni modo penso che ormai siano cresciuti il bagaglio intellettuale e la consapevolezza della situazione fortunata in cui si vive. Certo, i calciatori vivono in un agio, ed è normale che la gente li guardi con un occhio particolare. Devo però dire la verità: il calcio è la prima industria in Italia, quindi a volte mi viene da sorridere quando sento «eh, ma i calciatori… eh, ma gli allenatori…», perché poi tutti vanno allo stadio. Penso che il calcio sia un po’ una valvola di sfogo per tutte quelle persone che durante la settimana vanno a lavorare e hanno dei problemi.

Cosa ne pensa del lavoro di Prandelli, che ha introdotto un codice etico in nazionale e che recentemente ha convocato Simone Farina (il quale ha detto no a un tentativo di corruzione di una gara di Serie B) per uno stage a Coverciano?
Io sono d’accordo se con questo si apre una strada. Non che resti un caso isolato. Io penso che l’etica morale sia la base dello sport. Prandelli ha fatto un gesto straordinario invitando questo ragazzo a Coverciano, ma ha pure messo un’etica comportamentale in nazionale e penso che questo sia importante anche per i calciatori che sono in categorie inferiori, per far vedere loro che anche per arrivare in nazionale bisogna tenere un certo comportamento.

Ha detto di tenere particolarmente in considerazione il fattore umano. Questo come si declina nello scommettere su giovani come Bolzoni o come Destro, che sta facendo giocare ma che hanno vent’anni e come uomini devono ancora farsi?
Intanto sono una persona abbastanza cruda, nel senso che non mi piace arzigogolare ma mi piace andare subito al sodo. Io mi sento un papà, non un fratello maggiore, nel senso che posso dare uno scappellotto ma allo stesso tempo una carezza, perché l’importante è far capire subito il senso di quello che si sta vivendo. A volte vedo tanti giovani che diventano subito protagonisti, e invece la strada è lunga. Prendiamo l’esempio di voi che fate l’università: se fosse tutto semplice uno direbbe «sono arrivato, mi prendo la mia laurea e lavoro». Non è così, ci sono dei passaggi un po’ diversi. Prendi la laurea e poi devi dimostrare che questa laurea te la sei meritata. Ma poi devi dimostrare altre cose, non soltanto quello che hai studiato, ma anche la pratica, ovunque tu vada. Quindi, quando io sento parlare a proposito dei miei giovani che tutto è facile perché sono dei grandi campioni, li prendo qui e gli dico «guarda che non è così, perché se ne sono visti tanti che si pensava potessero diventare qualcuno e poi…». È giusto coltivare dei sogni, però per evitare che si infrangano bisogna capire la realtà di ciò che si sta vivendo. E se vuoi diventare un grande calciatore devo dimostrarlo non con una partita e neppure con dieci, ma con dei campionati, attraversando situazioni felici e infelici, dove diventi uomo e dove capisci in cosa devi migliorare e cosa potrai fare in questo mondo. Non è così facile, di meteore ne ho viste tante nel mondo del calcio.
Per questo io ai miei ragazzi a Varese dicevo «se non vogliamo essere dei falliti cerchiamo di capire veramente cosa siamo e dove vogliamo arrivare». Questo attraverso sacrifici e la voglia di mettersi sempre in discussione.
Inoltre in Serie A, spesso, se uno non va bene viene mandato in panchina, in tribuna e poi mandato via, io invece cerco di far capire subito le problematiche e le difficoltà, per metterti nelle condizioni di capire dove sei e per migliorarti, ma soprattutto per farti capire che questo è un mondo che centrifuga e trita tutto, velocemente. Perciò se tu non ti poni in un certo modo, é facile finire fuori. Per i calciatori ma anche per gli allenatori. Pure io mi metto sempre in discussione, e quando mi si fanno i complimenti rispondo sempre «i complimenti a fine anno». Aspettiamo anche a dire che sono un allenatore di Serie A, devo finire almeno una stagione, altrimenti se fra due mesi mi mandano via, ho fatto sì una ventina di partite, ma sono stato una meteora.

Questo percorso che lei ha descritto riguardo ai giovani, é possibile nelle grandi squadre?
Non è facile. Prendiamo Bolzoni, quante partite ha fatto nell’Inter ? Pochissime. Poi è andato al Genoa, che l’ha girato al Frosinone in Serie B, dove ha collezionato 25 presenze. In seguito è andato al Siena in B, altre 25 presenze, ed infine è stato catapultato in Serie A. Non è così semplice avere la possibilità di effettuare un percorso di questo tipo. A volte ci sono dei ragazzi che si perdono o finiscono nel meccanismo della Lega Pro entrando nel dimenticatoio. Inoltre c’è anche un altro meccanismo, che è quello del sentire parlare da fuori. Secondo me un ragazzo deve sapersi scrollare di dosso tutto quello che sente su di lui e capire veramente quello che lui è, e dove può migliorare.

La pressione mediatica è davvero alta, anche nei confronti di voi allenatori.
Sì: stesso mondo, stessa strada. Io ho sempre le mie paure, i miei dubbi… ho dovuto fare tutte le categorie per arrivare qua, e adesso mi trovo nell’occhio mediatico, sotto i riflettori più di prima. Poi il calcio è fatto anche di risultati, e i risultati a volte inficiano quello che tu veramente sei e hai dato. E lo sguardo critico della televisione, dei giornali e dei mass media, a volte non corrisponde a quello che pensi tu. Qui a Siena mi hanno dato la possibilità di allenare in Serie A, però mi hanno anche dato un obiettivo importante, che è un onere, un fardello che voglio portarmi dietro con tanta volontà per poter poi, alla fine, dire: «è stato un impegno duro, durissimo, ma siamo riusciti a salvarci».

Alberto Coghi, Lorenzo Damiani, Giacomo Moccetti, Andrea Oggioni

Un altro modo di raccontare lo sport.

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