petrucci

Dopo la prima puntata di ieri, ecco la seconda parte dell’intervista ad Alessandro Donati, consulente italiano della WADA. L’ex allenatore del CONI parla di Pantani «dopato fin dai primi anni», Manuela Di Centa «prendeva EPO», e delle responsabilità di istituzioni e politici nel favoreggiamento del doping.


pantaniCome spesso abbiamo detto anche in questa intervista, il libro è frutto di una battaglia. In una battaglia bisogna anche mettere in conto, purtroppo, dei caduti. Lei non ha sulla coscienza la carriera di tanti atleti del passato? Ad esempio, il caso Pantani scoppiò proprio in seguito al suo ennesimo atto di ribellione a quel sistema malato (è ricorso ieri il nono anniversario della sua morte, ndr).
Di caduti ce ne sono tanti, sicuramente, ma se lei mi chiede di Pantani, beh, qui bisogna capire la situazione nella sua interezza. Pantani, sin da giovanissimo, fu preso in carico da Conconi che iniziò a trattarlo con dei dosaggi spaventosi di eritropoietina (EPO), portandolo da subito ad un livello ben superiore a quello di qualsiasi suo avversario. Se si studiano gli incartamenti processuali legati al caso Conconi, si scopre che tutti gli atleti della Carrera, diventata poi Mercatone Uno, da Chiappucci a Stephen Roche, da Bontempi allo stesso Pantani, si caratterizzavano per un uso elevato di prodotti farmacologici. Conconi, con Pantani, ha voluto strafare e ciò ha comportato una serie di conseguenze, a partire dal fatto che rivali e compagni lo tolleravano, non lo amavano. Cosa avvenne al Giro del 1999? Avvenne che Pantani, dopo essersi fortemente opposto, anche con minacce, ai controlli della Commissione antidoping esterna, che sostenemmo anche io e Bellotti, fu invece sottoposto e trovato positivo in un controllo della Federazione Ciclistica Internazionale, a cui fu costretto a sottoporsi per una sorta di ribellione degli altri ciclisti, che si erano presentati in orario, mentre lui cercava di tirare alle lunghe per provare a pulirsi il sangue, cosa comune a quei tempi.

Quindi, nel caso Pantani, ci fu una sorta di processo interno?
Esatto, scaturito da una sorta di avidità di Pantani diciamo, una volontà di volere sempre e comunque stravincere, come del resto era stato abituato. E la cosa non piaceva a nessuno, perché finiva per umiliare anche i suoi colleghi. Solo a questo punto Pantani divenne vittima, perché si trovò completamente disorientato. Per tornare a vincere come voleva e come era sua abitudine, dopo Madonna di Campiglio, avrebbe dovuto rispingersi a quegli impressionanti livelli ematici per cui era stato fermato, ma non poteva più perché era sottoposto a controlli continui.

Entrò in crisi quindi.
Si. Vide le persone dell’ambiente allontanarsi da lui, venne lasciato solo. Passò dall’esaltazione alla depressione ed iniziò a fare uso di cocaina. E qui subentrano ulteriori responsabilità dell’ambiente sportivo che pur a conoscenza della sua dipendenza, non cercò di fermarlo, ma anzi, rimase passivo. Lo sapevano tutti che faceva uso di cocaina, ma nonostante il suo corpo fosse provato dalla dipendenza e dai precedenti anni di uso smodato del doping, tutti non facevano altro che spingerlo ad un ritorno alle corse quanto mai inappropriato. Ecco, pensi anche al caso Schwazer ed allo stesso caso Armstrong: questi soggetti, ora, sono fortemente a rischio depressione, ma sono stati abbandonati da tutti coloro che li hanno portati a quel punto. Quindi, tornando alla sua precedente domanda, questi soggetti sono certamente dei caduti, delle vittime, ma la mano che c’è dietro è quella del doping. Il doping diventa vittima di se stesso e chi cerca queste strade di vertiginosa affermazione posticcia deve mettere in conto tutto questo.

melandriLa solitudine sembra un tratto tristemente comune in tutte queste vicende, sia per chi le combatte che per chi le vive. E la politica se ne guarda bene dall’intervenire, anzi, come ha detto lei, politici come Veltroni, Prodi (amico di Conconi, ndr), la Melandri, la Turco non l’hanno mai supportata fino in fondo. Inoltre alcuni grandi rivali nelle sue battaglie, come Pescante, la Di Centa e Carraro sono finiti ad essere candidati in tempi diversi con Berlusconi. Tutto ciò può portarci a parlare di “doping di Stato”?
Certamente, ed oltre alla protezione offerta al doping dalla politica io aggiungerei che, in Italia, ci sono numerosissimi gruppi sportivi militari: le Fiamme Gialle, i Carabinieri, le Fiamme Oro, le Fiamme Azzurre, e così via. Quindi a maggior ragione possiamo parlare di “doping di Stato”. Lo Stato stesso stende una cortina protettiva su ciò che realmente accade.

In ogni caso una legge penale antidoping c’è e lei stesso ha contribuito alla sua stesura nel 2000. Certo è che l’efficacia di essa è quantomeno discutibile… professor Conconi prescritto; professor Ferrari, discepolo di Conconi e grande guru di Armstrong, prescritto. La giustizia, nei casi di doping, difficilmente vince, viene battuta sul tempo dalla prescrizione.
Lei ha ragione, ma ciò si lega ad un ritardo generale della giustizia italiana, dove le prescrizioni sono all’ordine del giorno. Però vede, in ogni caso, quei processi sono stati dei contributi formidabili alla lotta al doping, perché nel momento in cui tutte le accuse vengono formalizzate e rese certe, c’è un passo avanti importantissimo. Del resto, le motivazioni del caso Conconi sono davanti a tutti…

conconiSì, se non fosse intervenuta la prescrizione, il professor Conconi sarebbe quasi sicuramente stato ritenuto colpevole, almeno ciò traspare dalle motivazioni della sentenza del Tribunale di Ferrara.
Personalmente non me ne importa nulla che la persona vada in galera o meno, a me interessa il lato culturale. A me interessa snidare i colpevoli, gettare luce laddove c’è il buio e fare in modo che si possa costruire una nuova cultura dello sport.

Quindi, paradossalmente, anche quelle prescrizioni sono delle vittorie?
Sono delle vittorie, certo. Conconi si difese dicendo che i fatti non costituivano reato; i giudici hanno detto invece che quei fatti costituivano reato, che Conconi li aveva commessi ma che soltanto la prescrizione li ha bloccati. S’è rovinato con le sue mani. È una vittoria quindi per me, perché siamo andati a bloccare delle procedure dopanti attuate sistematicamente dal dottore con il benestare di CONI e Federazioni. Pensi solo che io ho potuto scrivere tutto questo nel libro grazie a quei processi, e Conconi se ne deve stare zitto, perché non può fiatare, le carte parlano chiaro.

Ma quante querele ha ricevuto dopo questo libro dottor Donati?
Zero! Può darsi poi che non funzionino bene le poste, non so….

manuela di centaEppure poco tempo fa Manuela Di Centa, ex campionessa di sci di fondo dei primi anni ’90 (attualmente in lista per il PDL, ndr) e da lei più volte accusata di aver fatto uso di sostanze dopanti in quel periodo, ha minacciato querela ed ha dichiarato, attraverso il suo legale Paniz, che le accuse contenute nel libro sono assolutamente offensive perchè rivolte ad una persona che in quegli anni ha avuto dei problemi gravi di salute ed ha rischiato la vita. Cosa le risponde?
(Ride, ndr) Cosa vuole che le risponda… innanzitutto il signor Paniz mi ha già scritto una lettera minacciosa, o per lo meno molto severa, con la quale mi chiedeva una smentita ed in cui prospettava querele. Io da smentire non ho niente e querele non ne ho mai ricevute. Se ne dovessi ricevere una, approfondiremo il tutto ben volentieri in tribunale, così da gettare ulteriore luce anche su altri aspetti. Che posso dire? La sua malattia non c’entra proprio nulla con i suoi valori ematici pazzeschi riscontrati nei file di Conconi. Guarda caso, quando lei aveva dei valori ematici bassi arrivava ben lontano dai primi posti, quando invece questi valori erano alti, otteneva grandi risultati. C’è scritto in quelle carte che lei faceva uso di EPO e che era sotto trattamento di Conconi, punto.

Quindi lei consiglia alla Di Centa ed al suo legale di stare tranquilli?
Direi di sì, ma lei stia tranquillo che staranno calmi. Ne sia certo.

Lei, dottor Donati, non è nuovo però a queste affermazioni, anzi. Nel 1989 scrisse e pubblicò il libro “Campioni Senza Valore”, in cui racconta con dovizia di particolari il dietro le quinte dell’atletica degli anni ’80. Doping, le prime rivelazioni sul dottor Conconi, le lotte di potere interne a CONI, FIDAL e IAAF. Possiamo dire che quel libro precorreva i tempi?
“Campioni senza valore” fu un libro che guardava decisamente avanti, lì narravo uno spaccato molto chiaro di quello che poi è successo negli anni a venire. In quegli anni, il 99% delle persone non sapeva neanche cosa fosse il doping ed io ne scrissi. Provo, purtroppo, il dispiacere di aver letto molto bene il fenomeno e l’evoluzione che avrebbe avuto. Non sa quanto avrei desiderato sbagliarmi, ma io parlavo sulla base di prove dirette, di documenti.

Di certo non fu un libro che fece piacere alle alte sfere dello sport italiano visto che, dopo una prima stampa andata a ruba, incredibilmente, il libro scomparve, e non certo per sua volontà. “Campioni senza valore” è diventato un libro fantasma che solo grazie ad internet ed a vecchie copie messe online è possibile ora leggere.
Guardi, non c’è bisogno di dire altro, lo hanno spiegato gli alti dirigenti sportivi di quegli anni: fare sparire il mio libro fu una necessità, perché li svergognava e svergognava il sistema che avevano costruito. È ciò che sta accadendo oggi con “Lo Sport del Doping”, inutile girarci intorno. Il sistema è in estremo imbarazzo.

lo sport del dopingHa paura che anche “Lo Sport del Doping” possa sparire dalle librerie?
No, questo no. Prima di tutto perché l’editore è Gruppo Abele di Don Ciotti e non credo che sia così facile convincerlo a tornare sui propri passi, e poi con i mezzi di oggi è praticamente impossibile ripetere un’operazione come quella attuata con “Campioni Senza Valore”, riprodurlo elettronicamente sarebbe uno scherzo. La cosa che più mi riempie di orgoglio è che la prima opera è stata riscoperta e diffusa da un gruppo di ragazzi ed hanno fatto un lavoro fantastico, tant’è che oggi, quando giro l’Italia, trovo un numero enorme di persone che lo hanno letto.

In quel libro fece accuse pesanti (poi confermate dai successivi processi, ndr) al dottor Conconi, il quale, come detto prima, applicava su se stesso delle pratiche dopanti per valutare i possibili miglioramenti. Lei riporta le annotazioni dello stesso Conconi, ciclista amatoriale oltre che medico, circa i suoi miglioramenti sotto effetto di EPO: dal 1991 al 1993, a 56 anni, il dottore riuscì a migliorare il proprio tempo di scalata della salita della Futa, alta circa 5000 metri, di oltre quattro minuti, batté se stesso di circa 1300 metri. Dati pazzeschi e, lei sottolinea, inumani, o meglio, impossibili per un uomo di 56 anni non dopato. Prende spunto proprio da questi dati per esporre il suo punto di vista sugli atleti che, in età “matura”, continuano a mantenersi sulla cresta dell’onda: in sostanza, a suo parere, assumono farmaci ormonali per contrastare il naturale decadimento fisico. Mi faccia capire… quindi lei un controllino ad atleti come Josefa Idem o Javier Zanetti, per citarne due a caso, lo farebbe?
Io, nei nomi specifici, non ci entro. Dico soltanto che tutta la fisiologia è concorde nel dire che c’è un calo di capacità fisiche dopo una certa età. Già dopo i 33, 34 anni è molto difficile mantenere i livelli di forza, per una questione ormonale. Quindi alcuni miti dell’eterna giovinezza rientrano nella storia dell’apparenza, anche se è vero che affascinano. Ora, è vero che l’attività sportiva aiuta a mantenersi più giovani ed efficienti, ma un conto è la salute, un conto è rimanere competitivi ad altissimi livelli scontrandosi con i venticinquenni ed i ventenni.

Ascoltando lei i dubbi ti assalgono ed allora le chiedo: a Londra abbiamo ottenuto 28 medaglie, a Pechino 27, ad Atene 32, a Sidney 34; quante di queste sono frutto del doping?
Prima di tutto io non ne farei un discorso solo italiano, bensì internazionale e quindi non è una questione delle medaglie italiane, francesi o di altri. Lei, semplicemente, tenga conto che negli sport dove la forza muscolare o la resistenza sono determinanti, c’è una facile influenza degli ormoni. Invece quegli sport dove contano molto le capacità coordinative, come la scherma, lì le situazioni si bilanciano di più ed il doping ha certamente un’influenza minore.

Ok, però siamo in Italia e lei ha lavorato nel CONI, per questo ci interessa di più la situazione italiana.
Allora, se proprio vogliamo restare in ambito italiano, nelle ultime Olimpiadi sono state vinte molte medaglie nelle attività sportive più tecniche e di coordinamento e quella parte è certamente una parte dello sport meno influenzata come dicevo. Quindi ben vengano quelle medaglie!

Quindi esclude che la diminuzione di medaglie avvenuta dai Giochi Olimpici di Sidney a quelli di Londra sia frutto di una maggior pressione posta sulla problematica del doping?
La pressione in realtà è relativa perché gli atleti professionisti, se vogliono, riescono benissimo a muoversi in questo sistema ed a risultare negativi. Lo stesso caso Schwazer… se aspettavamo gli organismi italiani non sarebbe mai stato controllato. Fu controllato sulla base di dati e segnalazioni della Procura di Padova consegnati all’Agenzia Mondiale Antidoping e se ciò non fosse accaduto oggi saremmo qui a celebrare l’ennesimo campione fasullo. In Italia poi subentrano ulteriori problemi culturali e legati alla istruzione sportiva dei più piccoli. La sedentarietà che contraddistingue le nuove generazioni sta tagliando le gambe al nostro sistema di reclutamento, e quindi al miglioramento sportivo, e quindi ai nostri successi internazionali.

pagnozziA proposito di riforme necessarie, il 19 febbraio si conclude la reggenza Petrucci al CONI. Si giocano il posto sulla poltronissima dello sport italiano Malagò, detto “il Montezemolo de Roma”; Gambino della Federcricket; e Pagnozzi, sua vecchia conoscenza, delfino dello stesso Petrucci e favorito. A suo parere chi potrebbe dare una svolta alla politica del nostro sport?
Gambino, sinceramente, non lo conosco, ma credo sia una candidatura decisamente secondaria, d’immagine. Tra Malagò e Pagnozzi poi, le dirò, io non parteggerei proprio per nessuno.

Mi dica almeno chi sarebbe il meno peggio.
Lei mi ha chiesto, io le ho risposto: tra i due non sceglierei nessuno. Dal mio punto di vista, cioè quello che distingue lo sport apparente da quello reale, che distingue lo sport come modello educativo da quello che è mera commercializzazione, da questo punto di vista io li vedo esattamente uguali.

Invece una candidata come Valentina Vezzali, che ha affermato che in futuro vorrebbe ambire a quel ruolo, come la vedrebbe?
Sarebbe davvero una novità importante, un segnale di cambiamento. Il problema è che, con questo sistema sportivo, la Vezzali la faranno diventare Presidente del CONI dopo i 60 anni! In un habitat in cui gli atleti vengono usati, a cui gli viene pure dato qualche incaricuccio, ma solo di facciata, per sfruttare la loro immagine, sarebbe importante. Una atleta vera, reale, che ha vinto sempre, come lei, in maniera indiscutibile e trasparente, ben venga in quel ruolo! Poi servirebbero capacità manageriali, che mi auguro lei abbia, ma dal punto di vista di intendere lo sport sarebbe davvero perfetta. Il problema è che finora, da Carraro a Pescante, arrivando a Petrucci, abbiamo avuto soltanto degli spietati conservatori di potere che credono che senza di loro lo sport andrebbe a rotoli quando invece andrebbe a rotoli soltanto quel lato falso che hanno contribuito a erigere.

Perchè non si candida lei Donati?
No, assolutamente, mai! Ma nemmeno lontanamente vorrei che si pensasse che le mie lotte sono state e sono strumentali ad un fine. La mia lotta è una lotta che faccio perché ritengo giusto farla. Anche pensassi, remotamente, di avere le caratteristiche e le qualità adatte, non lo farei lo stesso, proprio per una questione di chiarezza. Per me, chi porta avanti battaglie morali ed etiche, deve essere sempre molto chiaro e limpido.

Eppure riuscirebbe a dare nuova linfa allo sport italiano magari. Parlando di nuova linfa allo sport, va detto che il lavoro fatto in estate da Sky, per la trasmissione dei Giochi Olimpici di Londra, ha portato un’immensa visibilità a discipline sportive solitamente in ombra nel nostro Paese. Però, nel libro, mi pare di aver scorto da parte sua una sorta di diffidenza e di critica per il modo in cui è stato trattato l’evento. Perché?
Lei ha ben osservato. Vede, il problema grosso dei media non è più nei giornalisti della carta stampata, perché lì le cose rimangono nero su bianco ed adesso cercano un pochino di controllarsi, non si abbandonano più come una volta a false celebrazioni eccessive che poi rischiano di essere facilmente smontate. Nelle televisioni invece le parole passano veloci. I tanti soldi spesi in diritti di trasmissione portano a pompare il tutto. Inoltre, spesso, i telecronisti vengono affiancati da ex atleti di, diciamo, non chiara carriera e da ciò ne risulta una miscela esplosiva. Il problema grosso, oggi, della mistificazione, della celebrazione acritica, della resistenza ad analizzare il fenomeno del doping ed a farne capire le sue implicazioni, arriva proprio dalle televisioni.

fondriestQuindi lei critica direttamente la scelta di certi soggetti per il commento tecnico?
Ma certamente, chiaro. Se vanno a scegliere certi personaggi è proprio per cinismo, per indifferenza, perché sanno che tanto le persone non approfondiscono e magari desiderano proprio quell’esagerazione nella narrazione dell’evento ed in questo aiuta l’atleta famoso, serve, al di là della sua carriera. Ecco quindi che si creano delle corazzate dell’apparenza.

Si riferisce a persone come Fondriest, ex ciclista ed a Sky questa estate, ed implicato nel processo Conconi?
Esatto.

Ed anche a Rosolino, a cui furono riscontrati, poco dopo Sidney 2000 (in cui vinse un oro, un argento ed un bronzo, ndr), valori anomali di GH (ormone della crescita) insieme ad altri 60 atleti, anche se non seguirono mai ulteriori approfondimenti?
Ci sono casi che sono proprio eclatanti ed altri di ex atleti la cui carriera si è svolta, comunque, nell’ambiguità, senza parlare dei singoli. Il problema di fondo è che il nome, per loro che fanno spettacolo, basta, non servono altre domande, anzi, meglio non farsele. Ad esempio io le posso dire che sono stato intervistato diverse volte da Sky TG 24, ma mai dalla redazione sportiva di Sky. Questo significherà qualcosa?

Sinceramente non lo so…
Non che io ci tenga a farmi intervistare a tutti i costi eh! Dico solo che gran parte dei loro introiti arrivano dagli abbonamenti legati allo sport, ma preferiscono raccontarlo suonando la grancassa, celebrandolo. Quello è uno sport celebrativo che rafforza l’apparenza e di conseguenza rafforza l’inganno, ritardando la comprensione dei fatti. Ciò è utile per chi sfrutta commercialmente la cosa, ma è meno utile dal punto di vista educativo. Non dico che chi lavora lì è davvero convinto di tutto quello che dice o che fa, semplicemente gli fa comodo. Ci sono quindi interessi contrapposti: il nostro di fare crescere una coscienza collettiva su certe tematiche ed il loro di fare audience. A questo punto meglio che sia chiara la differenza tra noi e loro, vedremo come va a finire.

Dottor Donati, per chiudere questa interessantissima discussione le chiederei, visto che siamo anche in tempi di elezioni e quindi di promesse, di fare un proclamo. Mi dica tre proposte, tre idee per cambiare le cose, per girare pagina nel libro della storia dello sport italiano.
Volentieri. Primo: gli allenatori delle fasce giovanili non possono e non devono essere competenti solo nella tecnica e nei metodi di allenamento. Debbono, attraverso un intervento delle Istituzioni, essere formati anche dal punto di vista della protezione della salute e dal punto di vista educativo. Ciò responsabilizzerebbe questi soggetti, che sarebbero slegati dall’idea del risultato ad ogni costo, che gli inculcano le Federazioni, grazie al legame con le Istituzioni. La seconda proposta sarebbe la creazione di una confederazione dello sport giovanile, ove i bambini vengano preservati nel loro diritto al gioco e nel loro diritto a conoscere gli sport, per poi scegliere. Ciò eliminerebbe un fattore del doping, che è la specializzazione precoce degli atleti. La terza infine è la richiesta di una seria presa di responsabilità da parte degli organismi politici, i quali si prendano carico di tutta la problematica del doping, che attualmente il sistema sportivo tratta nel classico modello del controllore controllante. Due proposte preventive ed una deterrente. Da questa miscela usciremmo già molto rafforzati nella nostra lotta, anche se non vincitori.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

8 Commenti a “ESCLUSIVA/ Donati: «Da Petrucci a Berlusconi, in Italia c’è doping di stato»

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