alessandro donati

Intervista ad Alessandro Donati, consulente italiano della WADA ed ex allenatore del CONI, sulla piaga del doping: «Di Armstrong e Cipollini l’ambiente ne era al corrente ma faceva finta di non sapere». L’autore del libro “Lo Sport del Doping – Chi lo subisce, chi lo combatte”, si racconta a Contropiede.net, e accusa anche il CONI e le federazioni che «hanno responsabilità che vanno oltre l’omertà».
Ecco la prima parte dell’intervista. Domani, sempre qui su Contropiede.net, la seconda.

alessandro donatiConoscete la favola del Re nudo? Quella dove il re, in mutande, sfilava per la città, ma nessuno della folla osava dire la verità, tranne un piccolo bambino, privo di pregiudizi, che urlò con tutto il suo stupore: “Ma il re è nudo!”. Ci sono persone che tutt’oggi, nonostante il conformismo che li circonda ed il sistema in cui vivono, hanno il coraggio di urlare a gran voce “il Re è nudo!”, vestendo i panni di quel bambino, anche se consapevoli delle conseguenze. Alessandro Donati è uno di quei bambini, nello specifico il bambino dello sport italiano. Maestro dello sport del CONI, ex allenatore di atletica per le Nazionali italiane, ex dirigente responsabile della ricerca e sperimentazione del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, ex componente della Commissione di vigilanza sul doping, è, oggi, unico consulente italiano dell’Agenzia Mondiale Antidoping (WADA) ma è, soprattutto, l’autore di un libro che sta scuotendo gli alti uffici dello sport azzurro, “Lo Sport del Doping – Chi lo subisce, chi lo combatte”. Una testimonianza forte, quasi urticante, certamente incredibile, del dietro le quinte di oltre trent’anni di sport. Doping, lotte politiche, brame di potere, scomode realtà e segreti che Donati ha deciso di narrare senza filtri, portando avanti una battaglia che l’ha consegnato all’emarginazione dalle alte sfere del CONI. Il dottor Donati s’è gentilmente concesso a noi di Contropiede per una lunga ed illuminante chiacchierata, per raccontarci perchè il Re è, oggi più che mai, nudo.

Dottor Donati, trovare informazioni su di lei è davvero difficile. Neanche Wikipedia nella versione italiana lo fa. C’è invece una sua pagina nella versione inglese.
La pagina inglese l’ha creata e scritta un ex atleta, Laurent Ottoz (ostacolista ritiratosi nel 2009, ndr), di sua iniziativa. Io non sono il tipo che cerca di autoincensarsi.

Però ammetterà che è strano, si può dire che lei è stato un protagonista degli ultimi trent’anni e più dello sport italiano. Visti i motivi di questa notorietà, avrebbe preferito farne a meno?
Trattare l’argomento del doping, per me, è stata una via obbligata. Quando mi resi conto che il mio lavoro di allenatore ad alto livello, oramai, si scontrava con questa realtà ho deciso di reagire. Stavo all’interno del palazzo, sapevo cose che altri non potevano sapere, non potevo accettare, come facevano tutti, quella situazione. Sono voluto andare contro quella massa informe che è il doping, una massa informe che va contro gli interessi della collettività e che riduce lo sport a mero strumento per fare carriera. Mi sono sentito in dovere di intraprendere questa lotta.

Come si è evoluta la sua battaglia?
All’inizio vedevo la mia attività come uno scontro circoscritto alla Federazione nazionale di atletica, una lotta interna. Solo col tempo mi sono reso conto che quello che succedeva nell’atletica era parte integrante di un sistema ben più ampio. Era un tassello di ciò che faceva il CONI e di ciò che facevano anche le altre nazioni con le rispettive organizzazioni sportive.

armstrong 2005L’effettiva dimensione di questa piaga è oggi più che mai sotto gli occhi di tutti. Il caso Armstrong ha scosso il mondo sportivo intero e proprio nel weekend è venuto a galla, attraverso il lavoro della Gazzetta dello Sport, lo scandalo Cipollini. Senza mezza termini, lei sapeva? L’ambiente era a conoscenza di tutto questo?
Sì, in entrambi i casi io sapevo. Di Armstrong sapevo da diverso tempo grazie a diverse fonti, tutte estremamente affidabili. Già nel 1999 un giornalista dell’emittente France3 mi contattò sconvolto poiché, dopo una tappa del Tour, era entrato con una telecamera nella stanza di Armstrong e lì aveva trovato nel cestino varie fiale e la confezione di un prodotto per l’anemia dei cani ed utilizzato, nel caso specifico, per migliorare la resistenza. Altra fonte fu il mio amico David Walsh, fonte nota a tutti in questo caso poichè scrisse il libro “L.A. Confidential – Secrets of Lance Armstrong” (pubblicato nel 2004, mai edito in Italia, ndr) proprio sull’argomento.

Mi scusi, e ci sono voluti otto anni per arrivare ad avere delle risposte?
Esatto, l’omertà regna sovrana. Walsh mi ha raccontato di quando, in uno dei seguenti Tour de France, lui entrò in una sala in cui Armstrong stava tenendo una conferenza stampa. Quest’ultimo si fermò e disse che Walsh non era ben accetto e lo invitò ad uscire. La cosa che lascia più perplessi, e che deluse maggiormente Walsh, fu la passività dei colleghi giornalisti. Perché non dissero nulla? Perché non gli furono solidali? Erano dei cani in attesa dell’osso. Purtroppo la realtà è che negli anni si è sviluppata la figura del giornalista pseudo amico del campione, che si sente in qualche maniera illuminato di luce riflessa. Infine, la terza prova del fatto che Armstrong fosse dopato, fu la positività all’EPO di un campione di urina prelevato tempo prima e custodito nel laboratorio di Chatelet Malabry in Francia. Ricordiamoci che nel 1999 l’EPO nelle urine ancora non si era in grado di rilevarlo e quindi fu un test retroattivo.

Si sapeva quindi, e come sapeva lei suppongo sapesse anche il resto dell’ambiente.
L’ambiente faceva finta di non sapere.

E su Cipollini invece?
Anche su Cipollini si sapeva già qualcosa. Non prove schiaccianti come nel caso Armstrong, ma c’erano già stati dei dati riguardanti i valori di suoi campioni ematici, finiti anche in un’indagine giudiziaria, che si potevano ritenere fortemente anomali e sospetti. Bisogna tenere presente che i dati ematici anomali non sono la prova del doping, che è data soltanto dal ritrovamento, nel campione di urina, della sostanza incriminata. Però, con lo sviluppo delle conoscenze mediche e chimiche, si è iniziato ad usare anche il test ematico come strumento di monitoraggio. Quando i valori riscontrati si discostano in modo importante dai valori base del soggetto, diciamo un X%, allora c’è la prova sicura dell’uso di sostanze dopanti. Nel caso di Cipollini, quel dato che si aveva era un dato unico e che quindi avrebbe avuto bisogno di ulteriori approfondimenti, ma era un dato fortissimamente anomalo e che doveva mettere la pulce nell’orecchio a tutti quanti. Se non ricordo male un valore di ematocrito superiore al 55%. Quindi, anche per Cipollini, dove sta la sorpresa?

gazzetta cipolliniNon pensa però che un’esclusiva del genere, da parte della Gazzetta, avrebbe meritato ben più di due sole pagine e del titolone?
Guardi, accontentiamoci del titolone e di quelle due pagine! Io ho visto il giornalismo sportivo fare di molto peggio, come dedicare soltanto mezza pagina o un trafiletto. Quindi, dal mio punto di vista, che conosce questo mondo da più di trent’anni, che conosce i silenzi e le frasi non dette e non scritte di questa o quella testata, le dico che oggi, comunque sia, almeno uno spazio lo dedicano a queste tematiche.

In quei silenzi ed in quelle frasi non scritte e non dette fa rientrare anche la chiusura che c’è stata, negli anni, nei suoi confronti?
Assolutamente. Ma le posso anche dire che io non ho mai avuto tanto spazio come attualmente e quindi, analizzando il fenomeno negli anni, ci possiamo accorgere di una evoluzione informativa molto positiva al riguardo. Il fenomeno è divenuto talmente eclatante che non si può e non si riesce più a tenerlo nascosto.

Tornando ad Armstrong, l’ex ciclista Riccò, che rischiò la morte a causa di un’autotrasfusione, ha dichiarato poco tempo fa su Twitter: “Sfido chiunque a doparsi ed a vincere 7 Tour consecutivi!! Armstrong, rimani un fenomeno!”. Si può commentare un’esternazione del genere?
Ma vede, questi sono dei poveracci che tentano di difendere un proprio pseudo talento. Sempre, coloro che praticano il doping, scoperti o solo sospettati, si caratterizzano per frasi del tipo “per vincere bisogna essere comunque dei grandi campioni e ci vuole sempre grande talento”. Non è così. L’EPO e tutti i prodotti ormonali hanno un effetto che è dirompente sulle prestazioni.

lo sport del dopingNel libro “Lo Sport del Doping” lei dedica proprio alcune righe circa gli impressionanti miglioramenti che comporta l’EPO anche su un ciclista amatoriale come il dottor Conconi, soggetto oltre i 50 anni d’età tra l’altro, e che nella sua follia medica testava l’effetto dopante del prodotto su sè stesso.
Esatto. Quelle righe non le ho scritte per caso, per dare una nota di colore narrativo al racconto, ma piuttosto per dimostrare come nel giro di pochi mesi l’uso di quelle sostanze porti ad incrementi delle prestazioni spaventose. E tutto risulta dalle scrupolose note di Conconi stesso. La verità quindi è questa: il doping spregiudicato compensa anche un talento piuttosto scarso. Poi è chiaro che chi è anche forte, logicamente, sfrutta ulteriormente dei vantaggi indebiti. Comunque personaggi come Riccò non devono e non possono più parlare. Sono inaffidabili per se stessi prima che per gli altri. Questi personaggi hanno puntato e perso tutto ed ora, disperatamente, cercano di salvare il salvabile. Ricordiamoci che senza lotta al doping questi soggetti oggi sarebbero tutti eroi celebrati. Per loro, io e quelli come me, sono dei moralisti rompi scatole, che gli sono andati a rompere le uova nel paniere. Hanno un’ossessionante volontà di difendere una pseudo immagine di campioni che dentro loro stessi si sono costruiti e che qualcuno, a loro parere ingiustamente, gli ha distrutto.

Questo modo di vedere le cose però, tralasciando il soggetto Riccò, non è così poco comune vero?
No no, anzi, è molto comune come pensiero! Infatti prima non ho parlato solo di coloro che vengono smascherati, ma anche di coloro che sono soltanto sospettati.

Cosa pensa di chi supporta l’idea della liberalizzazione del doping? Ci sono anche giornalisti come Rino Tommasi che, abbattuti dall’impressionante dilagare del doping nonostante gli sforzi economici impegnati nella lotta ad esso, hanno dichiarato che ad alti livelli bisognerebbe seriamente pensare ad una liberalizzazione dell’attività dopante.
Lei mi porta come esempio proprio uno di quei giornalisti che il fenomeno non lo hanno voluto vedere per tanto, troppo tempo. Io lo conosco Rino Tommasi, ci siamo incontrati diverse volte e pur sapendo la mia battaglia, ha sempre cercato di sgusciare via dall’argomento. Lui, come altri giornalisti, fa parte della categoria degli onesti che però ha a lungo pensato che si sarebbe andato a mettere nei guai se avesse supportato certe tesi. Era difficile fornire prove, si rischiavano denunce… ma soprattutto si sarebbe dovuto mettere in discussione un modo celebrativo di fare giornalismo. Quindi lei mi dice Tommasi, ma ne conosco a decine di giornalisti che si sono comportati tutti nella stessa maniera. Il parto finale, poi, dell’idea della liberalizzazione debbo dire che è quello che si suol dire il parto del topolino. Queste persone scelgono la strada in discesa col vento a favore e i problemi dell’umanità però non si risolvono con queste sciocchezze.

Nel libro, quando parla della liberalizzazione del doping, scrive che, paradossalmente, sarebbe meno letale liberalizzare certe droghe, perchè ciò contrasterebbe i traffici della criminalità organizzata, mentre le sostanze dopanti sono già libere nel commercio, è l’uso che ne viene fatto che va combattuto. È convinto di questa sua idea?
Quando si parla di droghe bisognerebbe fare un discorso a sé. Io conosco la problematica degli stupefacenti in una maniera che non si può neanche immaginare… Certo, astrattamente parlando sì, la mia idea è questa, cioè che la liberalizzazione della droga potrebbe portare maggiori vantaggi della liberalizzazione del doping, ma ripeto, è un discorso astratto. In realtà, nel traffico di droga, la criminalità organizzata è soltanto il braccio esecutivo e quindi non si risolverebbe niente. Non possiamo nasconderci dietro un dito: quando parliamo di traffico di stupefacenti addirittura alcuni Governi, nel mondo, sono totalmente compromessi. Pensi al traffico della cocaina, che io ho studiato: sono talmente tante le organizzazioni implicate che c’è già una sorta di liberalizzazione in quel campo illegale, un fenomeno che io chiamo liberalizzazione imperfetta, o meglio, perversa.

coniRimanendo però nel parallelismo tra droga e doping, se lei parla di implicazioni nel traffico di stupefacenti da parte di organi di governo di diversi Stati, ritiene che anche per quanto riguarda il doping ci siano delle responsabilità dirette, e non solo semplice omertà, da parte di CONI e Federazioni sportive?
Allora, quando parliamo del doping dobbiamo partire da presupposti diversi. Innanzitutto il doping si basa su farmaci, che sono poi usati in maniera impropria e qui la responsabilità è delle case farmaceutiche che producono alcuni di essi ben al di là dei bisogni reali dei malati, e non c’è nessun organismo governativo sovranazionale che controlli  i dati relativi alla produzione farmaceutica commisurata alle statistiche relative all’effettiva necessità di un farmaco. Quella sovrapproduzione è chiaramente indirizzata ad individui sani quindi. Altro presupposto è che il fenomeno del doping, allargatosi a macchia d’olio anche nei livelli amatoriali, prende il via dal cattivo esempio degli atleti di vertice, e qui subentra un’altra grave mancanza dei governi, che è stata quella di ritenere che la lotta al doping potesse essere svolta direttamente dalle organizzazioni sportive. Ma la lotta al doping tocca sostanzialmente due fattori: il rischio per la salute pubblica e la diseducazione dei giovani, che vengono in contatto con un ambiente annegato nei farmaci. Entrambi sono fattori che dovrebbero attenere alle competenze governative. Invece, non avendo mai avocato a sé queste funzioni, l’organizzazione sportiva s’è trovata nell’assurdo doppio ruolo del controllore controllato.

Quindi per lei il CONI e le Federazioni hanno decisamente delle responsabilità che vanno al di là della semplice omertà?
Mi pare evidente. Ma non solo in Italia eh! Basta leggere la notizia di pochi giorni fa giunta dall’Australia, dove il Governo ha scoperto l’implicazione di diversi soggetti delle istituzioni sportive nella pratica del doping su moltissimi atleti di altissimo livello in diverse discipline. Lo sconcerto è giunto fino al WADA, dove il Presidente è proprio australiano. Io non mi sono mai nascosto, dagli anni ’90 ad oggi ho sempre parlato pubblicamente, in maniera dettagliata e precisa, di questa diffusione.

Lei ha sempre parlato effettivamente, però ancora oggi tanti fanno orecchie da mercante, e non solo nei piani alti dei palazzi. In un forum virtuale di atletica lei ha voluto intervenire direttamente per specificare alcuni punti poiché molti utenti sminuivano alcune affermazioni che lei ha fatto nel libro.
Sono voluto intervenire per precisare la mia posizione, sempre limpida comunque, ma non ho il tempo di stare dietro alle illazioni di tutti. Stefano Mei (ex campione mezzofondista allenato proprio da Donati negli anni ’80 ed intervenuto anch’esso nella discussione nel forum virtuale per supportare le tesi del proprio ex allenatore, ndr) ha giustamente definito questi degli incappucciati, perché poi c’è la pessima abitudine di nascondersi dietro ad un nickname in questi casi. Io ho sempre esposto me stesso, con chiarezza e trasparenza, mentre altra gente, senza nome, semina considerazioni generiche, approssimative, apparentemente verosimili ma in realtà errate.

Ma perché secondo lei, nonostante abbia sempre supportato le proprie affermazioni con prove, anche rinvenibili in diverse carte processuali, c’è ancora gente che la ritiene soltanto un disfattista, se non addirittura un allenatore inferiore ad altri che per colmare le proprie lacune trova più semplice accusare gli altri piuttosto che prendersi le proprie colpe? Eppure, internazionalmente, è riconosciuto come uno dei massimi esperti ed i risultati raggiunti dai suoi atleti negli anni (ultima la squadra di scherma maschile nel 2004, ndr) dovrebbero parlare per lei.
Queste persone si pongono allo stesso livello del dopato, che ha tutto l’interesse a non distinguere tra l’apparenza e la realtà. I dopati, se non vengono scoperti, scovati, non ammetteranno mai nulla, anzi, sottolineeranno come loro siano sportivi puliti. Ciò genera una totale confusione anche in chi osserva. Se chi osserva è un tifoso, esso è portato anche psicologicamente a credere all’atleta, ma se chi osserva è un allenatore, si crea un effetto ancora peggiore, che è quello di fargli credere che il proprio metodo di allenamento, pulito ed efficace, sia in realtà da buttare. L’allenatore pulito e vero finisce addirittura per essere umiliato dai successi ottenuti dagli atleti di quegli allenatori che spingono invece l’uso del doping. Tutto ciò va a configurare un vero e proprio attacco alla cultura, che porta ad un regresso delle metodologie scientifiche di allenamento perché molte persone non sono in grado di separare il falso dal vero e vengono così attratti dai metodi propagandati da coloro che vincono sporco. Il problema è che oggi l’involuzione culturale dovuta a ciò sta toccando picchi davvero bassissimi.

stefano meiQuindi oggi, quando lei ha scritto “Lo Sport del Doping”, l’uso di sostanze dopanti influisce in percentuale molto di più rispetto a quando lei iniziò la sua battaglia negli anni ’80?
Enormemente di più, non c’è paragone. Le spiego: l’emodoping, che usava ad esempio Cova, rivale di Mei, e che ha avuto il suo periodo clou negli anni ’80, permetteva, come specificato anche da Conconi, un miglioramento delle prestazioni quantificato in 40 secondi sui 10.000 metri. L’EPO è tutta un’altra cosa. Di EPO puoi metterne quanta ne vuoi, stando attento a non uccidere la persona se combini bene la somministrazione di essa ad un uso attento di fluidificanti come può essere la semplice aspirina. Ecco spiegato il perché del salto in avanti dei record mondiali avvenuto in concomitanza dell’avvento sul mercato dell’EPO. Ai tempi di Mei dovevamo confrontarci con emotrasfusi, neppure tanto forti sinceramente, e ci siamo riusciti, con lui che faceva i 10000 in 27’40” e che sarebbe potuto arrivare anche a qualcosina di meno, ma adesso fanno un minuto di meno! Ha capito che intendo?

Certo, diciamo che quel minuto non lo si è guadagnato grazie a metodi di allenamento innovativi.
Per me sarebbe facile dire che nella mia carriera, nonostante tutto, mi sono sempre stati affidati incarichi di alta responsabilità e che quindi proprio deficiente non credo di essere… ma i miei discorsi li faccio su livelli pratici, che per essere compresi necessitano di persone bendisposte nei miei confronti e che ne capiscono qualcosa. Chi attacca i metodi di allenamento che ho creato è perché non li capisce probabilmente, non capisce che io ho sagomato ogni esercizio attorno al singolo atleta della singola disciplina che io ho curato. Ripeto, oggi i metodi di allenamento sono divenuti più grossolani a causa di quell’involuzione di cui parlavo poco fa e quindi chi non capisce dice che i miei metodi erano poco efficaci probabilmente. Ma, come ha detto lei, le prestazioni dei miei atleti parlano da sole.

Non crede però talvolta di sparare nella massa? Lei attualmente è da diversi anni che non è più direttamente inserito nel CONI, come può ancora essere sicuro di una effettiva presenza del doping in determinate discipline?
Bisogna tenere presente che io sono dentro a diverse indagini giudiziarie, quindi conosco l’altra faccia della luna. A ciò aggiunga la conoscenza che ho da sempre del mondo sportivo e con essa dell’infinito numero di contatti che ho con allenatori, atleti, ex atleti, medici, dirigenti e così via. A me le informazioni arrivano non solo dall’Italia, ma anche dall’estero. Infine, se me lo consente, ho degli strumenti di analisi propri della mia istruzione e della mia formazione.

Cosa intende per strumenti di analisi propri della sua istruzione e formazione?
Le spiego con un esempio. Ha idea di cosa sia una curva asintotica?

Mi rispolveri la memoria…
È una curva che sale in maniera molto ripida all’inizio, poi, col passare del tempo, tende a diminuire questa tendenza ascensionale, fino al punto che la curva diviene quasi piatta, ovvero non cresce più. Per la legge dei grandi numeri, questo è ciò che dovrebbe accadere con i record. All’inizio di una disciplina, i record verranno costantemente migliorati, ma col tempo e la diffusione,  la linea di crescita dei record dovrebbe diventare meno ripida e veloce nella sua ascesa. Se all’improvviso, in questa curva appiattita, ricompaiono dei picchi di crescita, i casi sono due: o è intervenuta un’innovativa scoperta in termini di metodi di allenamento, oppure è intervenuto un fattore esterno, un fattore farmacologico, il fattore doping.

Ok, però può sempre nascere un fuoriclasse no?
Questo ragionamento può valere sul singolo, ma qui stiamo parlando di grandi numeri. Se questo fenomeno di improvvisa ascesa delle prestazioni è legata, per dire, ai primi trenta al mondo, dello stesso periodo, nella stessa disciplina, della stessa epoca farmacologica, allora il ragionamento cade. Il discorso si chiude.

donati e di terlizziDonati, in questa ottica di miglioramento “pulito” e miglioramento “aiutato”, quanto è stato importante, anche nella sua battaglia, il supporto degli atleti che lei allenava? Abbiamo visto che anche oggi, a distanza di oltre vent’anni, Stefano Mei è pronto a difenderla professionalmente ed umanamente.
Credo che alla base di tutto ci sia la condivisione di un’esperienza, un’esperienza chiara, leale, un’esperienza che può essere anche patrimonio di tutti perché non abbiamo mai tenuto celati i nostri metodi di allenamento. Poi credo che Stefano Mei, che oggi è un uomo di 50 anni, si sia sentito anche direttamente offeso dal qualunquismo del forum a cui faceva riferimento in precedenza, da un atteggiamento purtroppo generalizzato quando si prendono in considerazione gli anni in cui lui gareggiò. Verso questi atteggiamenti però, fortunatamente, il mio libro sta avendo effetto. “Lo Sport del Doping” è come acido muriatico che va ad attaccare quel tipo di mentalità

Certo, ma sul lato umano, anche nel famoso caso Di Terlizzi, in cui per attaccare lei manomisero un campione di urina della sua ostacolista, quanto fu importante il rapporto con l’atleta?
Guardi, proprio i rapporti con questi ragazzi e queste ragazze, nel tempo, mi hanno consentito di riflettere su un punto: gli atleti, in partenza, sono tutti corretti. Siamo noi adulti corrotti a portarli poi su strade deviate.

E a ciò che si riferiva quando, parlando del caso Schwazer, disse che il vero problema non era l’atleta, ma il suo entourage e che non credeva ad una parola dell’atleta che si assumeva tutte le responsabilità?
Esattamente, è il sistema che è stato costruito a portare il singolo a fare la cavolata. Però poi il ragazzo viene abbandonato, diventa scomodo. A me, il supporto e la vicinanza dei miei atleti, ha sempre dato molta forza perché mi ha fatto capire che mi dovevo battere per loro e per le generazioni future. Io avrei potuto starmene tranquillo, come in tanti mi hanno consigliato negli anni, perché davanti a me avevo una carriera spianata verso i vertici. Se oggi sono l’unico consulente italiano della WADA significa che i mezzi li avevo per fare carriera anche in Italia.

schwazerEd invece in Italia è stato emarginato. Sinceramente, non inizia ad essere anche un pò stanco di questo ostracismo, di questa battaglia in cui una vittoria sembra impossibile?
Lei è giovane e quindi vede la situazione nello spaccato del momento. Però io, che ho una prospettiva che viene da lontano, ho anche un punto di vista diverso e d’insieme. In realtà, come le dicevo quando parlavamo degli organi di stampa, siamo in una fase di evoluzione.

Quindi sono stati fatti dei passi avanti?
Certo ed essenzialmente grazie alla magistratura ed al suo operato. Inoltre la WADA oggi sa benissimo che il sistema di controlli antidoping fa ridere ed è aggirabilissimo e dunque si appoggia ad organi come l’Interpol ed alle forze di polizia dei diversi Paesi. In Italia c’è una stagione nuova per la lotta al doping, tant’è che in altre nazioni, come in Germania, le organizzazioni sportive, dopo aver visto il successo delle indagini giudiziarie italiane contro il doping, sta facendo di tutto per bloccare la promulgazione di una legge penale antidoping. Quindi perché mollare ora?

Forse ha ragione, però, anche dal libro, traspare una profonda solitudine dell’uomo Donati, implicato in questa lunga e logorante sfida. L’unico nome che compare sempre al suo fianco è quello del dottor Bellotti, poi il vuoto.
Ma infatti c’è solitudine, ma non perché non avessi nessuno solidale a me in questa battaglia, bensì per la difficoltà di questa battaglia, per il fatto che si combatteva in stanze istituzionali non aperte a tutti ma a pochi, e tra quei pochi c’eravamo quindi solo io e Bellotti. Se c’è uno scontro durissimo in una riunione interna al CONI, come è accaduto, lì non può esserci nessuno al mio fianco, lì sono solo. Poi è vero che la solitudine era dovuta anche ad altri fattori, come la distanza siderale del sistema politico a queste problematiche e la lontananza siderale dei media. Nonostante tutto io, piccola formichina, passo dopo passo, sono riuscito a rompere un velo, anche con questo libro dall’effetto dirompente.

Libro che è, su Amazon, tra i primi 100 best sellers attualmente ed il cui ricavato andrà tutto a favore della associazione di Don Ciotti.
Esatto. Per il mio modo di ragionare questo è normale, anche se ho ricevuto anche accuse di averlo scritto per notorietà. Ma se anche i proventi fossero finiti nelle mie tasche, non vedo come questo fatto potrebbe intaccare il contenuto del libro, che è assolutamente vero e limpido. È un discorso che non starebbe in piedi. In ogni caso ho preferito fare così, anche perché Don Ciotti, per le sue mille attività, è pieno di debiti e sono felice che il libro stia andando molto bene.

(1-continua)

DOMANI SU CONTROPIEDE LA SECONDA PARTE DELL’INTERVISTA, CON LE DICHIARAZIONI DI DONATI SU PANTANI, MANUELA DI CENTA, IL “DOPING DI STATO” IN ITALIA E LE LOTTE DI POTERE INTERNE AL CONI.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

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