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Contropiede.net ha incontrato Alberto Cerruti, giornalista autorevole nonché prima firma calcistica della Gazzetta dello Sport, già inviato a otto Campionati del Mondo e sette Campionati Europei, per una chiacchierata che tocca diversi temi, dal giornalismo sportivo italiano alla crisi del nostro calcio, dal Barcellona di Guardiola agli azzurri di Prandelli.

 

Cerruti, partiamo dal giornalismo sportivo italiano: ad andare per la maggiore, sui quotidiani e in televisione, è il calciomercato, che spesso è sinonimo di fantacalcio. In altri paesi, invece, c’è molta più attenzione giornalistica verso altri aspetti, come la tattica, che in Italia sono trascurati.

Il motivo, innanzitutto, è che ci sono pochi giornalisti preparati che capiscono veramente di calci. In secondo luogo gioca un ruolo importante la richiesta della maggior parte dei tifosi. Chi scrive di calcio vero è una minoranza, ma pure chi legge di calcio vero è una minoranza. La maggioranza vuole il gossip, vuole il calciomercato, e quindi da parte dei direttori manca la forza per dare più spazio agli argomenti tecnico-tattici. Purtroppo le nuove generazioni di giornalisti crescono con un’altra mentalità, perché non hanno più dei modelli come li ho avuti io, hanno altri modelli. Il calciomercato è un calcio fasullo, usa e getta, però crea sogni, crea discussioni. Tuttavia, io faccio una rubrica su Gazzetta.it, Gazza Offside con Diego Antonelli, dove parliamo solo di calcio, niente calciomercato e niente gossip, ed è stata per me una piacevole sorpresa constatare che questa trasmissione abbia grande successo. Significa che anche i lettori giovani sono interessati a sentire parlare di calcio, quindi forse ci vorrebbe più coraggio e dare maggior spazio al calcio vero. Ma qual è il problema? Che fare delle analisi tattiche comporta delle critiche, e critiche significa parlare male di qualcuno, di qualche squadra. E siccome i giornali vendono sempre di meno, si pensa che parlare male possa togliere dei lettori, è questa la chiave di tutto. Ho visto recentemente una Gazzetta di trent’anni fa, del 1981, quando il Milan voleva prendere un belga, Ceulemans, ma poi non ci riuscì: c’era una pagina intera di attacco al Milan. «Milan perché fai queste brutte figure?». Una pagina così, oggi, sulla Gazzetta come sugli altri giornali, non uscirà mai, perché si ha paura di perdere dei lettori, e quindi c’è la tendenza da parte di tutti i giornali, di voler regalare cose belle, di voler regalare sogni, ecco perché il calciomercato. Questo però cosa comporta? Che non c’è più critica ma soltanto esaltazione. Faccio un altro esempio: quest’anno le squadre italiane hanno passato tutte e tre la prima fase di Champions League, cosa che le squadre inglesi non hanno fatto. C’è stata subito l’esaltazione del calcio italiano: «il calcio italiano è guarito», «siamo grandi». Secondo me è stato un errore, perché il valore delle squadre si giudica nelle semifinali, non nella prima fase. E puntualmente nessuna squadra italiana si è qualificata tra le prime quattro. Questo fa capire come ci sia il desiderio di esaltare il prodotto, e questo toglie il valore della critica disabituando i giovani a criticare. Io ritengo che la stampa italiana sia complice del livello basso nel calcio italiano, perché la stampa inglese è molto più critica, la stampa spagnola anche. In Spagna è stato mandato via Capello che ha vinto un campionato perché la squadra non giocava bene. Da noi conta solo il risultato. La stampa spagnola, così aspra, così cruda, ha aiutato la crescita del movimento. Sulla Gazzetta scrive Santiago Segurola, grandissimo giornalista iberico: quando ha scritto un pezzo contro Mourinho è stato attaccato dai tifosi dell’Inter che non volevano metterlo in discussione. Ma questa cultura per cui tutto va in base al risultato è sbagliatissima. La mentalità dei tifosi, la mentalità della stampa: è un groviglio dove tutti si adagiano, ma io ritengo che dei giornali dovrebbero avere delle volte anche voci scomode, delle voci contrarie che possano far crescere molto.

 

 

Noto anche che ci sono aspetti fondamentali della storia di questo sport che molti non conoscono: il fatto che Heynckes possa vincere la seconda Champions League della sua carriera è sconosciuto ai più; chi sia Ernst Happel, che ha vinto due Coppe dei Campioni, è un mistero per molti; addirittura è già bello se uno abbia idea di chi sia Vittorio Pozzo.

Purtroppo non c’è preparazione. Ricordo quando è morto Bearzot, molti mi dicevano «ma chissenefrega, i giovani non sanno chi è». È un discorso che non esiste, perché credo che dei giovani debbano sapere chi è stato Cavour, e non devi rinnegare Cavour perché oggi non suona giovane. La stampa ha delle responsabilità in questo, perché oggi c’è la tendenza eccessiva a dimenticare la storia. Sono convinto che se chiedi a molti giornalisti «Heynckes con chi ha vinto la coppa?», non lo sanno. Perché l’importante è il mercato. È un po’ il difetto del mondo di oggi: c’è molta superficialità e poca preparazione, poco studio.

 

Lei era molto amico di Bearzot: quanto manca uno come lui al calcio di oggi? E Prandelli in qualche modo lo può ricordare, soprattutto per quel che riguarda una certa attenzione al lato umano?

Prandelli ricorda Bearzot, anche se è meno ruvido di lui. Bearzot era uno che andava contro tutti, Prandelli è più morbido. Però Prandelli purtroppo sarà ricordato se vincerà qualcosa, la sua credibilità crescerà se vincerà qualcosa. Se Bearzot non avesse vinto il Mondiale, sarebbe stato lo stesso Bearzot, però quello che lo ha esaltato è stata la vittoria ai Mondiali, perché, ripeto, in Italia guardiamo tutto in base ai risultati. Prandelli ha grandissime qualità morali, e quello che manca oggi secondo me sono proprio le qualità morali, gli insegnamenti nei confronti dei giovani.

Bearzot era un grandissimo competente, anche se era considerato un vecchio e da qualcuno addirittura un catenacciaro. Ecco, un altro grosso limite del giornalismo e dei tifosi sono i luoghi comuni. Bearzot catenacciaro: Bearzot giocava con Rossi, Graziani, Conti e Antognoni dietro. E lui aveva avuto il coraggio di lanciare i giovani, di lanciare Cabrini e Rossi al Mondiale del ’78. Lui credeva molto nei giovani, era uno che difendeva il gruppo e l’unione del gruppo che andava al di là dei risultati, e questa era la sua grandezza. Lui chiamava un giocatore anche se quel giocatore non andava bene, perché lui credeva nel giocatore. Uomini così oggi ce ne sono pochi. Al funerale di Bearzot c’erano tutti i suoi giocatori e hanno portato la bara in spalla, significa che aveva lasciato una traccia importante. Ma non aveva soltanto dei valori umani, aveva anche dei valor tecnici: ad esempio, prima del Mondiale del 2006 aveva parlato di Materazzi per la sua pericolosità in area, e infatti segnò due gol.

 

Ha citato Materazzi. Si parla tanto di ringiovanimento in Italia, ma mi sembra di vedere che, se gli attaccanti di prospettive ci sono, i difensori mancano. È venuta meno la scuola di difensori.

Perché non ci sono più istruttori. E poi perché oggi la professione del calciatore è vista un po’ come un modo di guadagnare e quindi tutti cercano di imitare gli attaccanti, che sono quelli più famosi e che guadagnano di più. E quindi anche nei settori giovanili i genitori spingono i giovani a fare gli attaccanti. Quindi non ci sono più difensori in Italia, e non ci sono più istruttori che insegnino a marcare a uomo. Uno può anche giocare a zona, però prima deve saper marcare a uomo, la marcatura a uomo non è una bestemmia, fa parte della crescita. Manca l’amore degli istruttori nei settori giovanili: secondo me bisognava dare più soldi agli istruttori giovanili, e soprattutto cercare gente che si dedicasse ai giovani non per fare carriera come Stramaccioni. Il papà di De Rossi alla Roma è sempre rimasto alla guida della Primavera, e quando l’anno scorso ha vinto il campionato ha detto «per me la grande soddisfazione è mandare i ragazzi in prima squadra». Questo è il ragionamento di uno che aiuta i giovani a crescere: se invece uno che allena la Primavera vuole vincere per fare il salto significa che allena per sé e non per i giovani. Così oggi, appunto, non ci sono più difensori, ed è un grosso problema anche per l’Europeo. Il migliore della Serie A è Thiago Silva, un brasiliano.

 

Guardiola ha appena lasciato il Barcellona, secondo lei quali novità ha apportato? E soprattutto, è d’accordo con chi dice che Guardiola debba dimostrare il suo valore in un’altra squadra? Uno come Sacchi è considerato un grande allenatore nonostante abbia vinto solo alla guida del Milan.

Sacchi per me non è stato un grande allenatore, è stato una specie di elettroshock in un determinato momento, quasi a livello psicologico. Però Sacchi ha avuto la fortuna di avere Berlusconi, che gli ha dato giocatori che non ha più dato a nessuno, e la fortuna di avere una linea difensiva preparata da Liedholm, Tassoti-Baresi-Filippo Galli e poi Costacurta e Maldini. Il tutto con l’aggiunta degli olandesi. Secondo me un grande allenatore è quello che vince in più squadre diverse: Liedholm, lo stesso Bagnoli che ha vinto lo scudetto col Verona e portato il Genoa in semifinale di Coppa Uefa, Capello, Trapattoni. Quegli allenatori che vanno e vincono. Sacchi ha fatto solo quegli anni lì, quattro anni dove oltretutto ha vinto un solo scudetto, e con quella squadra lì è pazzesco! Il Barcellona di Guardiola, confrontandolo con il Milan di allora, ha vinto due Champions e tre scudetti di fila. Guardiola sarà da valutare nel tempo, secondo me, però ha dimostrato di essere un grandissimo perché ha dato uno stile di gioco alla squadra che rimane nella storia, e perché ha anche saputo cambiare i giocatori: ha mandato via Deco, Eto’o, Ibrahimovic, Ronaldinho, inserendone di nuovi. La sua filosofia ha funzionato, Sacchi invece ha sempre avuto gli stessi giocatori, inserendo solo Rijkaard. E poi la grandezza di Guardiola sta anche nello lo stile con cui ha vinto e con cui ha perso: ha dedicato una Champions a Maldini, ha dato la fascia ad Abidal in finale, quest’anno è uscito con il Chelsea con grande dignità, dando un grande esempio.

 

Quale opinione ha sul livello della nostra Serie A, rispetto ad esempio alla Liga, che secondo alcuni è un campionato che vale poco, con due squadre che giocano una competizione a parte segnando una valanga di gol?

Per me il livello della Serie A è basso. Il livello lo vedi dalle squadre in campo internazionale: in Spagna hanno portato tre squadre in semifinale di Europa League. Lì hanno la mentalità di correre su più fronti, tanto che l’Athletic Bilbao ha guadagnato l’accesso a due finali. Il livello in Spagna è alto: ci sono le due davanti, ma quelle dietro sono migliori delle pari grado italiane e tedesche. Ripeto, ci sono troppi luoghi comuni nel calcio, perché c’è gente che non ne capisce. Prendiamo il possesso palla: il Barcellona con il Chelsea ha avuto l’81% di possesso palla, ma la partita è finita 2-2. Una volta l’Inter di Mourinho ha vinto 5-0 con il Genoa e il possesso palla era a favore della squadra di Gasperini. Il possesso palla è un dato inventato oggi, contano di più i calci d’angolo piuttosto, perché significano che sei andato vicino alla porta, mentre il possesso palla lo puoi fare nella tua metà campo, e quindi non è indice di pericolosità. Sono dati inventati dal giornalismo televisivo di oggi perché c’è gente che ci guadagna facendo tutte quelle statistiche. Ma il calcio per fortuna non è un fatto scientifico, non è come il basket, non è un fatto di numeri: puoi fare un tiro in porta e vincere, e il calcio è bello per questo. Cercare di razionalizzare con dei numeri è un modo per nascondere la propria poca conoscenza.

 

I fatti di Genova hanno destato grande scalpore, ma l’impressione è che le prime a cui fa comodo lo status quo siano le società: sono conniventi con i gruppi ultrà, li lasciano andare in ritiro piuttosto che negli spogliatoi dopo le partite.

Certo, Genova è stato clamoroso, ma fatti simili ci sono in tutta Italia e in tutte le categorie, in Serie B, serie C, dappertutto. Ci sono degli ultras che viaggiano gratis sugli aerei delle società… Spesso minacciano, magari anche solo per avere dei biglietti. Quest’anno abbiamo avuto in Italia un esempio controcorrente molto bello: i tifosi del Novara quando Tesser è stato esonerato sono andati sotto casa sua a ringraziarlo, perché avevano riconoscenza verso un uomo che li aveva portati dalla Serie C alla Serie A. Purtroppo in Italia questa è l’eccezione.

 

Cosa consiglierebbe a un ragazzo che desidera diventare giornalista sportivo?

Di non farlo.

 

Perché?

Perché non è più il mestiere di prima. Uno deve anche vivere con il proprio lavoro, ma i guadagni si abbassano sempre di più, quindi uno sogna una realtà che non è più quella di prima, perché i giornali vendono sempre di meno, non assumono, fanno contratti brevissimi. Se prima ne arrivavano due su dieci, adesso ne arrivano due su cinquanta. E poi prima si guadagnava bene e ci si divertiva, adesso bisogna tirare la cinghia. È un mestiere di grandi sacrifici, perché bene o male il sabato e la domenica sei impegnato, quindi la tua vita privata ne risente. È giusto fare dei sacrifici, però i sacrifici devono essere ricompensati. Mi rendo conto che tutti sognano ancora questo mestiere, ma chi lo vuol fare deve sapere che è una sfida estrema. Io sono stato fortunato, alla tua età ero già assunto, guadagnavo bene, andavo in giro, mi divertivo. Quelli che arrivano sono pochi, perché c’è una competizione enorme e soprattutto c’è il crollo delle vendite dei giornali, ma anche le televisioni sono in crisi e pagano poco. È una contraddizione, perché è una delle professioni più sognate ma con meno possibilità di accesso.

 

 

Da ultimo, un pronostico sull’Italia agli imminenti Europei?

L’Europeo è una competizione molto difficile, più difficile dei Mondiali perché è una manifestazione più corta dove ci sono le migliori squadre europee, e il livello è dunque più alto. È una manifestazione dove c’è anche lo spazio per le rivelazioni, come lo sono state Danimarca e Grecia. L’Italia non credo sia tra le favorite, Germania, Spagna e Olanda sono superiori, ma comunque credo si possa fare un buon torneo. Ad ogni modo è una nazionale che arriva con moltissime incognite.

 

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