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Sono più che convinto che l’amore per un giocatore vada al di là della maglia che indossa. Solitamente ci si invaghisce di un giocatore quando gioca per il club che si tifa ma poi, se è vero amore, non lo si lascia più. Tra me e Momo è stato così, amore fin da subito. Sì, avete letto bene, perché la seconda cosa di cui sono convinto è che un vero appassionato di calcio non può non affezzionarsi ai cosiddetti gregari. Per gregari intendo quei giocatori che magari non segnano regalano assist, ma danno tutto e il contrario di tutto per la squadra e sono attaccati alla maglia finchè  i DS dei club non li separano. Recuperi di palla, tackle, intensità ad ogni azione sono elementi che possono stare benissimo alla voce “magie” del dizionario del calcio. Giocatori come Cambiasso, come Gattuso, come Vidal; gente che le dà e le prende che è sempre nel vivo dei gioco. Gladiatori sanguigni. Mohamed Lamine Sissoko, la Piovra Nera, per me era, ed è così.

Capita dunque che una domenica sera mio fratello accenda la televisione su Sportitalia 2. Diretta della Ligue 1, Bordeaux-Psg. Calcio d’angolo per i parigini. La palla parte dal destro di Houdini Menez (altro idolo del sottoscritto), vedo un giocatore che, dopo che il pallone rimbalza in area, stacca potentemente di testa e insacca. Sulla maglia questo alto sciamano boscimane di colore ha il numero 23, riconosco subito il balletto con il quale esulta. È Momo. Le parole in sottofondo di Benoit Cauet e di Federico Casotti risuonano per me come l’Inno alla gioia di Beethoven. Lacrime di commozione.

Ma lasciamo un secondo il mio, spero anche vostro, eroe per indagare il contesto in cui vive. Momo è uno dei due scudieri, insieme a Blaise Matuidi, del futuro imperatore di Francia, al secolo Javier Pastore, il quale assieme ai suoi baroni, Menez e Nenè, sta cercando di togliere lo scettro dalle mani di una banda di giovani scalmanati di Lille guidata da un usurpatore belga, Eden Hazard. Alla ricerca dello scettro regale però non ci sono solo Sirigu e compagni. Due grandi reami storici del mondo della Ligue 1 vogliono riprendersi il posto perduto. Il Marsiglia del sergente Didier e i bad-boys (Lisandro e Bastos) del Lione non intendono alzare bandiera bianca. Ma per ora l’unico regno che sembra reggere l’onda d’urto parigina è il piccolo feudo di Montpellier, che stagione dopo stagione si è costruita una bella roccaforte e ora vuole il potere.

L’obiettivo degli uomini di Kombouaré è quello di fare di Parigi la capitale del calcio francese e poi di quello europeo. Principale strumento saranno i soldi forniti dal solito multimiliardario venuto in Europa a giocare a subbuteo con una vera squadra di calcio. La campagna acquisti fatta da Leonardo è stata oculata, seppur dispendiosa. Sotto la Tour Eiffel sono arrivati giocatori già rodati nel campionato francese come Matuidi, Bisevac e Gameiro (ottimo finalizzatore) e buoni giocatori che in Italia si sono espressi a sprazzi, i già citati Sissoko, Menez e Sirigu, ai quali si aggiunge l’ottimo colpo Lugano in difesa. Se ad essi sommiamo la perla Pastore si completa una squadra pronta a subentrare al grande Lione di Juninho Pernambucano che ha dominato in Francia per quasi un decennio (7 titoli consecutivi conquistati). La difficoltà di base potrebbe essere il mettere insieme questi giocatori e dare un’identità a un club che comunque ha cambiato 7/11 dei titolari dello scorso anno, ma siamo abbastanza convinti che, dato il basso livello del campionato, intorno al mese di gennaio il Psg inizierà la fuga decisiva verso i Campi Elisi.

Ma come detto in precedenza l’obiettivo di Leonardo e Blanc è la Champions. Già l’Europa League di quest’anno potrebbe essere un bel test per misurare le ambizioni dei parigini: se ricordate il Porto di Mourinho vinse prima la UEFA e l’anno dopo la Champions. Occorrerà poi rimettere mano al portafoglio per portare in Francia altri campioni del livello di Pastore per provare veramente a riportare sulle rive della Loira la coppa con le grandi orecchie, che nel paese del Re Sole ha fatto tappa solo nel 1993. La mediocrità del calcio transalpino a livello europeo è testimoniata proprio dal fatto che nella massima competizione per club abbiano un solo trionfo e poco altro (Monaco di Deschamps e Lione nel 2010). A nostro modo di vedere il motivo è che i team francesi puntano moltissimo sullo spirito di squadra e sul lavoro di gruppo ma che spesso in assenza di una guida carismatica in campo si spengano come neve al sole. Il non avere un campione in grado di fargli fare il salto definitivo fa rimanere la farfalla bruco (non lo era Juninho, né tanto meno Giuly). E questo si riflette anche sulla nazionale. La nazionale francese ha legato fino ad ora i suoi trionfi a due giocatori immensi: Michel Platini e Zinedine Zidane. Con loro in campo il gruppo, seppur formidabile, di giocatori funzionava alla perfezione perché c’era sul terreno di gioco il macchinista che faceva girare la giostra. Guardare la Nazionale nelle grandi competizioni senza i loro leader al 100% per credere. Il Psg il campione assoluto lo ha acquistato, ora però bisogna affinare la squadra che gli ruoterà attorno. Dopotutto Zidane e Platini sono stati decisivi anche per la conquista dell’Europa dei loro club. Impara da loro Javier, argentino destinato al trono di Francia.

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4 Commenti a “El Flaco, Imperatore di Francia

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