santambrogio doping

Il ciclismo ultimamente ci ha abituati a casi-doping eclatanti, che colpiscono veri e propri monumenti di questo sport (Armstrong, Contador, Ullrich solo per fare i nomi più famosi), tanto che la positività all’Epo di un discreto corridore come Mauro Santambrogio sta passando in sordina, ma per gli amanti di questo magnifico sport è un colpo davvero duro, forse il più difficile da accettare.

Lance Armstrong, Oprah WinfreyPerché magari il caso non avrà avuto l’impatto mediatico del maxi-processo a Lance Armstrong (con tanto di ammissione in diretta nel famoso talk show di Oprah Winfrey), in cui si è tolta la maschera a uno dei più grandi di sempre, o l’impatto emotivo della sospensione per  ematocrito troppo alto del ciclista più amato di sempre (il Pirata, ovviamente), ma ha colpito laddove il ciclismo è più fragile e vulnerabile: nella sua credibilità.

Perché in fondo i casi Armstrong e Pantani si possono relegare nel passato, recente quanto volete ma pur sempre passato; in una fantomatica era in cui non essendoci i controlli e le tecniche di adesso ognuno poteva doparsi impunemente, un’epoca in cui in gruppo tutti erano dopati, e quindi se Pantani e Armstrong vincevano era perché erano oggettivamente più forti.

E anche nel caso Contador, che certamente non può ancora essere recluso nella storia, è possibile trovare qualche appiglio a cui aggrapparsi. Attorno alla condanna del ciclista castigliano infatti ci sono ancora ampie zone d’ombra, che se non altro ci concedono il beneficio del dubbio e che gli sono valse la solidarietà di molti corridori, tra cui anche molti avversari. Contador infatti si è sempre difeso dalle condanne affermando che le tracce di clenbuterolo nella sua urina fossero dovute a della carne avariata, e come è stato portata avanti l’indagine può far pensare ad un complotto per togliere dalla circolazione il più forte di tutti.

santambrogio dopingMa questa volta è diverso, e anche se  Mauro Santambrogio non è che uno dei tanti, adesso persino uno come me,  che ha sempre strenuamente difeso questo magnifico sport dal qualunquismo del “tanto sono tutti dopati”, vacilla.
Perché Santambrogio era l’esempio del ciclismo pulito, fatto di tante fatiche e poche soddisfazioni, il ciclismo di chi passa la sua vita su una sella poco più comoda di una lastra di ferro ma vede sempre gioire gli altri, di chi arriva stremato al traguardo nella speranza di veder vincere il proprio capitano.
Santambrogio, a parte una vittoria alla Tre Valli Varesine nel 2009, non aveva vinto molto in carriera e in questo Giro per la prima volta poteva assaggiare l’onore e l’onere di vestire i panni del capitano (riuscendo anche a fare una figura assolutamente dignitosa), in una squadra piccola ma ambiziosa e sapientemente organizzata da Luca Scinto.

E proprio questo fa male: vedere un ragazzo che risulta positivo al doping proprio quando finalmente riusciva ad emergere dalla folla dei gregari per entrare nell’élite dei vincenti. E allora il colpo arriva dritto al bersaglio, perché risulta sempre più difficile negare ciò che i detrattori di questo splendido sport affermano da anni, cioè che a far davvero la differenza nel ciclismo non è il talento, né la tenacia né tantomeno l’allenamento, ma la medicina giusta.
Spero davvero di sbagliarmi, spero che quello di Santambrogio sia un caso isolato, una delle ultime vestigia di un ciclismo marcio e corrotto che non esiste più, e spero che ora si sia davvero in un’epoca dove per chi bara è impossibile farla franca; ma tale speranza è sempre più flebile anche in chi, come me, riesce ancora a commuoversi per questo sport.

Il ciclismo riuscirà a riprendersi ancora, ma dopo ogni colpo è sempre più difficile rialzarsi.

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