Miguel Herrera Mexico reuters

Motto SkyLo penso da un paio di giorni ed oggi, con i quarti di finale alle porte, ho deciso di dirlo: i Mondiali di Brasile 2014 sono forse la più bella competizione iridata a cui abbia mai assistito. Non la più emozionante, non quella a cui sono più legato, neppure quella tecnicamente migliore, ma la più bella. Già, e che vuol dire allora la più bella? Non lo so, il concetto estetico è talmente personale che stare qua a spiegarlo è quasi inutile, sarebbe come imporre la mia visione su quella di tutti voi lettori, assolutamente liberi di averne una vostra lontana anni luce dalla mia. Questo è il bello (stavolta innegabile) del calcio. Però mi permetto di esporvi quantomeno la mia modesta opinione, in contropiede o meno sinceramente ancora non lo so.

L’hanno ribattezzato, per evidenti e banali motivi di marketing, il “Mondiale dei Mondiali”, ma il tempo devo dire che sta piano piano legittimando questa denominazione. O meglio ancora, quelli del Brasile stanno diventando i Mondiali del mondo. La Coppa del Mondo sta dimostrando a tutti che per giocare a calcio in modo decente, non serve poi chissà che cosa: un pallone, undici uomini e soprattutto idee. Molti vedono, nelle difficoltà incontrate dalle tipiche grandi Nazionali durante il loro cammino, un livellamento verso il basso della qualità media globale del gioco. Possibile, ma io ci vedo anche una crescita importante, dal punto di vista tattico, di realtà che fino a poco tempo fa idealizzavano il calcio in quello sport in cui devi correre dietro ad una sfera di gomma ed aria per buttarla nella rete avversaria. Diciamo che il concetto base è rimasto tale e quale, ma attorno è stato costruito un mondo.

Ricardo La Volpe reutersCosta Rica, Messico, Colombia, Stati Uniti, Algeria: tutte queste squadre hanno dimostrato innanzitutto un’enorme capacità tattica, uno studio del gioco che fino ad oggi era stato, per molte di loro, trascurato. Le sudamericane (e centramericane, ma mettiamole nello stesso calderone) sono le uniche ad avere una grande tradizione in questo campo. La capacità degli allenatori latini, con quello sguardo triste e malinconico, di insegnare veramente calcio ai propri ragazzi non è cosa nuova. Il Messico di Ricardo La Volpe ai per noi memorabili Mondiali del 2006, fu una sorta di rivoluzione copernicana del calcio, una folgorazione per alcune delle più brillanti menti della nuova generazione di allenatori. Non è un caso che Guardiola abbia sempre ritenuto La Volpe il suo vero modello e che dal gioco del Messico del 2006 abbia “rubato” l’idea del play della difesa in grado di impostare e dettare i tempi del suo arcinoto tiki-taka. E non è nemmeno un caso che La Volpe sia stato l’allenatore del Costa Rica che ha preceduto Pinto: i frutti che sta raccogliendo oggi il tecnico colombiano sono anche merito del lavoro dell’argentino.

Squadre strette, brave a difendersi con ordine sempre, brave a soffrire ed a ripartire, in grado di pungere l’avversario senza per forza immolarsi sull’altare della superiorità tecnica avversaria pigliando 4 o 5 gol a partita. Sono cose che in passato difficilmente si erano viste ai Mondiali. Certo, è successo, ma mai con questa costanza, con questo equilibrio. Il Messico di Herrera è stata una gioia per gli occhi, sia quando difendeva che quando attaccava; la Colombia è un collettivo dai movimenti perfettamente oliati e conditi dall’abilità tecnica sopraffina di tre o quattro elementi singoli; la Costa Rica è la forza dell’organizzazione e della coesione, dove il gioco sulle corsie laterali manco nel Chievo di Del Neri funzionava così bene. E l’Algeria? Chi l’avrebbe mai detto che una squadra apparentemente priva di volti noti fosse in realtà in grado di offrire una trequarti offensiva così ben gestita e guidata. Senza contare poi gli Stati Uniti, formazione che mi ha impressionato per esser riuscita finalmente ad abbinare alle straordinarie doti fisiche anche un’organizzazione tattica degna di questo nome, soprattutto in fase difensiva dove i giocatori erano sempre compatti dietro la linea del pallone e pronti a coprire gli spazi lasciati vuoti dal compagno salito in pressione sul portatore di palla. Un altro elemento che contribuisce a dare equilibrio è la presenza, in ogni rosa, di almeno un giocatore di livello tecnico elevato, cosa vista raramente in passato. E vogliamo poi parlare della riscoperta sul piano internazionale della difesa a 3?

Van Gaal esulta con Robben reutersCome vedete gli spunti sono tanti e chissà che in futuro non li analizzeremo tutti, uno ad uno. Ciò che voglio dire in questo momento è che forse ci saranno pochi fuoriclasse veri (cosa tutta da valutare tra l’altro), ma ci sono molti buonissimi giocatori e tanti allenatori capaci. Ciò gioca a favore della bellezza delle partite, mai banali e mai di prevedibile lettura. Così rabbrividisco quando sento dire che l’Olanda di Van Gaal è “brutta da vedere”. L’Olanda di Van Gaal è una macchina dall’efficienza perfetta, in grado di essere difensivista con Robben, Van Persie, Wijnaldum, Sneijder e Kuyt contemporaneamente in campo. E trovo meraviglioso che nonostante sia dotata di un meccanismo tattico in grado di rasentare la perfezione, l’Olanda abbia rischiato di uscire con il Messico, come trovo meraviglioso che Belgio, Argentina, Brasile, Germania e Francia abbiano trovato difficoltà ad approdare ai quarti. Qualche demerito loro, ma anche tanto, tantissimo merito degli altri, quelli che nessuno calcolava ma gli stessi che stanno rendendo questo Mondiale il Mondiale dei Mondiali, o meglio, il Mondiale del mondo.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

2 Commenti a “È veramente il Mondiale dei Mondiali

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