Julio Velasco, ex tecnico della nazionale italiana di pallavolo, compie oggi sessant’anni. Con gli azzurri vinse due Campionati Mondiali e tre Campionati Europei. Attualmente guida la nazionale iraniana con cui ha recentemente conquistato la Coppa d’Asia.

Oggi, 9 febbraio, in quello che per i più è un giorno come un altro, spegne sessanta candeline un uomo che ha fatto la storia dello sport italiano, un uomo nato nella terra del Pibe de Oro e cresciuto con una palla come fedele compagna, un uomo che scelse di non calciare quella palla ma di schiacciarla oltre una rete: Julio Velasco.

Nel 1989, questo giovane e carismatico argentino prese le redini della nazionale azzurra di volley, una squadra che aveva poco da offrire e poco da reclamare, con tanti sogni che sembravano dover rimanere nel cassetto. Intrapresa la sfida, dimostrò subito un carattere ambizioso e una mentalità vincente che gli permisero di trasformare dei semplici uomini in dei. Sfruttando le incredibili potenzialità di quella che sarà poi chiamata la “Generazione di Fenomeni”, plasmò la nazionale a sua immagine e somiglianza e la portò sul tetto del mondo. La corazzata azzurra iniziò un dominio mondiale. In sette anni la guida dell’argentino portò nel palmares italiano ben undici ori in diverse competizioni, i più importanti dei quali ottenuti in due Mondiali, battendo alcune delle squadre più forti dell’epoca. Al culmine della gloria, quando la nazionale fu riconosciuta come la squadra più forte del secolo, Velasco capì che i tempi erano maturi per puntare all’unico trofeo che mancava, il più ambito: l’Olimpiade. Ma, come tutte le belle storie, anche questa era destinata a finire. Ad Atlanta ’96 la favola italiana terminò quando il gruppo olandese riportò gli dei sulla terra, condannandoli a una medaglia d’argento. Il Maestro aveva fallito e il suo tempo era finito.

Da quel momento, la nazionale si è ritrovata come un corpo che ha perso la sua testa e cerca di sostituirla con un’altra, ritornando a un ruolo di comprimaria. Le vittorie e le delusioni degli anni successivi non hanno fatto altro che aumentare l’ossessione per quel piccolo cerchietto d’oro che a tutt’oggi ci manca. La “maledizione olimpica” era iniziata e l’Italia, forse, aveva perso l’attimo fuggente; l’uomo della provvidenza se n’era andato e il vuoto creatosi diede inizio a quella che, con gergo calcistico, potremmo definire una sindrome post-mourinhana. Vedendo quel quarto posto all’ultima World Cup, che ci rimanda all’esame di maturità per la partecipazione olimpica, molti hanno rimpianto l’età dell’oro che sembra ormai perduta.

Così, molti coltivano il sogno di rivedere Velasco un giorno sulla panchina degli azzurri, insieme alla sua grinta contagiosa, alla sue celebri espressioni, alla sua fredda lucidità per riprendere quel cammino che molti pensano si sia interrotto troppo presto. Ma è una speranza vana, perché l’argentino non ritorna mai sui suoi passi e cerca sempre nuove sfide, con la sua eterna voglia di mettersi in gioco. La sua personalità straordinaria, capace di tenere testa alla popolarità dei suoi “fenomeni” e di farlo diventare una leggenda, manca tanto alla nostra pallavolo, perché Julio Velasco è un uomo nato con la vittoria nel sangue, un uomo più unico che raro, in un’unica parola: il migliore.

Matteo Arosio

Un altro modo di raccontare lo sport.

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