Napoli a terra in Europa League

La pessima tre giorni europea per le squadre italiane (1 vittoria, 2 pareggi, 3 sconfitte) ha subito innescato le solite polemiche sul valore delle nostre squadre italiane rispetto alle rivali continentali e, in particolare, sull’approccio verso la meno nobile delle competizioni, l’Europa League.

 

Giusto trovare le motivazioni immediate per spiegare le difficoltà di Napoli (turnover a dir poco esagerato), Udinese (panchina corta), Juventus (mentalità) e Milan (stendiamo un velo pietoso). Ma per spiegare la vera e propria crisi delle italiane in Europa, ben fotografata dal famigerato “ranking Uefa”, credo si debbano considerare anche i fattori esterni, immediatamente incontrollabili ma, a ben pensarci, esito anche di scelte strategiche (non) portate avanti dalle nostre società.

 

Innanzitutto, c’è da osservare (con piacere per i patiti di calcio in generale, con delusione per i più semplici italiofili) che il livello generale del calcio europeo sta crescendo. Cresce tanto e, soprattutto, in diverse zone del continente. Tralasciando le tedesche, che ormai sono di un’altra categoria da alcuni anni, anche le squadre portoghesi, russe e ucraine hanno più dimensione europea  delle nostre (escludo per il momento il calcio francese, ma il movimento è senza dubbio in crescita, e lo è da prima che arrivassero gli sceicchi).

 

Il vero dilemma è che non ce ne siamo ancora accorti, come testimoniano le polemiche scaturite dopo l’eliminazione degli uomini di Guidolin dai preliminari di Champions. La “squadretta” che si trovavano di fronte i friulani non avrebbe dovuto creare problemi. Un conto è se ti chiami Arsenal, hai una certa storia e un ottimo blasone, competi per il podio della Premier League ogni anno; un altro se sei lo Sporting Braga, squadra sconosciuta fino a due-tre anni fa, hai un palmares che è più ricco quello dell’Inter degli anni Novanta e sei una squadra “portoghese”. Niente da fare: noi siamo “italiani” e ontologicamente siamo più forti. Peccato che la banda di Jardim giochi bene a calcio (andare sopra 2-0 all’Old Trafford non è proprio come sbancare Anfield, di questi tempi), nonostante alcuni evidenti limiti d’esperienza (vedasi rimonta subita nella stessa partita). E che abbia ampiamente meritato nel doppio confronto con l’Udinese, Maicosuel a parte.

 

Il medesimo discorso si può fare per molte altre realtà, che in queste prime giornate europee ci hanno sorpreso. Insomma, se il baricentro del grande calcio rimane fisso sull’asse anglospagnolo, stanno cambiando gli equilibri di chi insegue le grandi d’Europa, alla ricerca di un exploit in stile Porto di Mourinho. Fatichiamo molto ad ammetterlo, perché il calcio italiano è sempre stato d’alto lignaggio fin da quando è nato questo sport, ma ci stanno superando in tanti. Certo, è un sorpasso lento, che mostrerà la sua vera portata negli anni, così come il ranking Uefa ci sta pesantemente punendo in maniera lenta (e apparentemente inesorabile); ma molti frutti già si vedono e – ripeto – non sono tanto i risultati, quanto la quasi dichiarata impossibilità delle nostre “grandi” a competere su due fronti. È giusto cercare soluzioni per il problema in tempi rapidi, ma è altrettanto necessario, prima di tutto, ammetterlo senza remore. L’immagine usata qualche mese fa da Adriano Galliani (l’Italia che passa da ristorante di lusso a pizzeria) riguardava l’ambito finanziario. Oggi dovrebbe essere evidente che può ben applicarsi anche da un punto di vista tecnico. Eppure è ancora troppo doloroso per noi confessarlo – e così accade che lo stesso Galliani non voglia ammettere che con il tasso tecnico a disposizione di Allegri il Milan ha le stesse probabilità del Chievo di competere per lo scudetto.

 

Avere il coraggio di ripresentarsi nelle coppe con l’umiltà di chi ha tanto da apprendere dagli altri (vero Mazzarri?) può aiutare molto, se non altro ad abbassare le pretese su squadre che non fanno più 2000 km di viaggio per “insegnare” calcio, ma per re-impararlo, magari a furia di scoppole.

 

twitter@MattiaSavoia

 

P.S. Trincerarsi dietro la solita affermazione sui petrodollari degli “altri” sposta il problema e, anzi, dà luogo a grossi fraintendimenti. L’Atletico Madrid bicampione europeo (Europa League e Supercoppa) negli anni ha sempre dovuto vendere i suoi fuoriclasse e non ha mai potuto godersi il lusso di poter anche solo pensare di comprare Van Persie, Berbatov, Destro, Higuain o Llorente.

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