ultras roma

«Gli ultras sono la rovina del calcio». È oramai la frase più sentita e inflazionata sulla bocca di scrive e parla di pallone, a condannare i tanti eccessi che ogni week end provengono dalle curve o dagli ambienti più o meno limitrofi: razzismo, violenza, intemperanze, prepotenze. Se ne parlava giusto pochi giorni fa su questa testata, incappando in una serie di errori che testimoniano un giudizio fintanto affrettato sul caso: perché se si parla del derby di Genova e del suo spostamento dalle 12.30 alle 20.45 non si può scordarsi di dire che i cosiddetti “lunch match” non sono stati inventati per motivi di ordine pubblico, bensì per asservire i desideri delle sempre più imperanti pay-tv, e che la concomitanza con la fiera di Sant’Agata difficilmente avrebbe giovato al derby, ma anzi si sarebbero rubati partecipanti (e quindi incassi) e che in qualsiasi città, a maggior ragione nell’intricata Genova, due eventi tanto frequentati e così vicini avrebbero per lo meno creato intasamenti e traffico.
guarin vucinicE se si parla del mancato scambio Guarin-Vucinic si potrà anche contestare la scarsa “lungimiranza” della curva che ha bloccato il trasferimento (che poi, se il trasferimento fosse un bene o un male è tutto da vedere), ma non si può vietare ad una fetta di tifosi di dire civilmente la propria (social network e proteste fuori dalla sede rimangono ancora forme consentite), mettendo in secondo piano che se qualcuno ascolta la piazza quando questa si esprime in modo prepotente non è certo colpa della piazza, bensì di chi è debole e non sa farsi rispettare (la nuova dirigenza nerazzurra) da essa, speculando per di più sul lavoro dei suoi professionisti.

E così eccoci a parlare di un calcio senza tifosi, e ad invocare stadi più sicuri, più regimentati, in mano a “tifosi veri”. Sia chiaro, nessuno intende minimizzare episodi di violenza e intemperanza di cui troppo spesso ci troviamo a scrivere. Ciò che però, a mio avviso, risulta triste è che si vuole appiattire tutto il fenomeno di tifo organizzato, dimenticando che questo non nasce come forma di criminalità organizzata, bensì come attaccamento più profondo alla squadra del cuore. Esso non è nient’altro che un modo di vivere ancora più “carnalmente” il proprio rapporto con i colori della propria squadra, con la città, sentire profonda una rivalità. celtic rangersTutti questi sono elementi genuini del mondo del calcio, sono il sale che rende saporito lo spettacolo del calcio. Sarebbe bello pensare ad un derby di Roma escludendo la contrapposizione tra due tifoserie che vivono per questa partita? Potremmo pensare all’attrazione di un Old Firm di Glasgow senza le rivalità tra cattolici del Celtic e protestanti dei Rangers? E quanto ci piacciono i gatti che i tifosi dell’Independiente sotterrarono nello stadio del Racing, maledicendo così il campo dei rivali, da allora incapaci di vincere un trofeo… E nessuno venga a dirmi che queste contrapposizioni sono coloriture pacifiche: vada a farsi un giro in qualche derby sudamericano e poi ne riparliamo.

Il fatto è che la storia dello sport si costruisce attorno a queste espressioni sociali, perché il calcio non è una chicca televisiva che allieta i week end, bensì un fenomeno sportivo che s’interseca e attrae la vita della gente, di una comunità, di una nazione. E di un popolo, con tutto il bene e il male che ciò porta con sé. A mio avviso è ben più genuino questo attaccamento troppo fervente rispetto alla triste demagogia sportiva che sempre più imperversa sui nostri giornali e nei programmi televisivi, dove domina il moralismo e la ricerca del bell’esempio (triste quel padre che, incapace di educare lui i suoi figli, impreca contro la scarsa moralità dei calciatori).
vincent tanIl dramma è che questo modo di guardare il calcio è ciò che ora comanda. E che sta svendendo il pallone a tv e sceicchi arabi. La storia del Cardiff è esemplare: Vincent Tan, tycoon asiatico, ha ritagliato alla sua squadra a suon di milioni uno spiazzo sullo scenario della Premier, ma per rendere più appetibile ai mercati di casa sua quel marchio ha cambiato il simbolo dalla rondine al più “asiatico” dragone, e i colori delle maglie, dal blu al rosso. I tifosi si sono opposti, anche in maniera chiassosa e imponente, ma nessuno li ha ascoltati: difficile dare torto a quest’ultimi. I tanti milioni spesi per acquistare il campioncino di turno non giustificano una storia e una tradizione sciacquate via in questa maniera.

Che poi la violenza e l’odio siano un fenomeno tangibile è innegabile. Ma questo si risolve con l’educazione del popolo, non sbattendogli le porte in faccia. Non si risolve con leggi, decreti e comportamenti che di fatto non fanno altro che gettare benzina sul fuoco: la tessera del tifoso, la chiusura delle curve, le leggi contro il razzismo. In Germania lo hanno capito, e al posto di mettere ai margini le tifoserie le hanno spostate al centro, dandogli un valore. Tutte le squadre dei massimi campionati, infatti, sono di proprietà almeno per il 51% dei tifosi, che possono prendere decisioni sui programmi del club, eleggere presidenti e dirigenza. Per il resto subentrano gli sponsor che mettono i capitali. Con gli stadi di proprietà, le dirigenze controllano la sicurezza interna agli impianti (quando ci arriveremo anche noi che se hai un impianto tutto tuo sai alla perfezione chi entra e chi esce?), pensano a politiche di prezzi che accontentino tifosi di ogni sorta, dai posti per dei settori popolari alle famiglie dei distinti. Personalmente credo sia molto più interessante seguire questa via piuttosto che la tanto conclamata via inglese. La Premier ormai è diventata un paradiso per spendaccioni, dove allo stadio resistono pochi aficionados attorniati, per il resto, da vacche asiatiche da mungere all’inverosimile, venendogli una volta la maglietta e un’altra il cappellino, una volta il tour guidato allo stadio e un’altra la foto col campione di turno. Giusto monetizzare la passione, ma mica svenderla al miglior offerente.

Lisbon Lion

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Un altro modo di raccontare lo sport.

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