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Riproponiamo, in occasione della sua morte, un articolo su Muhammad Ali realizzato quando il magnifico campione della boxe compì 70 anni, e che pone la domanda che, al di là della grandezza del personaggio, non può non essere centrale.

Quando un grande come Muhammad Ali compie settant’anni non si può che celebrarlo e onorarlo con i dovuti elogi. Ali è stato un grandissimo pugile ma anche un uomo di spessore, e merita i festeggiamenti che i media di tutto il mondo gli hanno dedicato in questi giorni
Tuttavia il ritorno sotto la luce dei riflettori di colui che è considerato nell’immaginario comune il più grande pugile di tutti i tempi, ci interroga sulla fondatezza di tale titolo onifirico assegnatoli in questi anni per acclamazione popolare. Muhammad Ali è stato veramente il più grande pugile della storia?

 

Premettendo che dalla competizione sono esclusi i boxeur contemporanei a causa della confusione che regna nel mondo pugilistico (che impedisce di avere un unico campione del mondo per ogni categoria di peso, dal momento che oggi si contano una dozzina di federazioni internazionali di pugilato), e chiarendo che, quando si fanno questo tipo di considerazioni, ci si riferisce normalmente, salvo eccezioni, ai soli pesi massimi, è il caso di fare chiarezza.
Ali è stato un grandissimo campione, che ha cambiato il pugilato con il suo stile di combattimento, ma non c’è scritto da nessuna parte che sia stato il più forte della storia. Gente come Rocky Marciano prima di lui e come Mike Tyson dopo non hanno probabilmente nulla da invidiare a Cassius Clay. Addirittura, una commissione di esperti americani alcuni anni fa ha proclamato Joe Luis, “the Brown Bomber”, come il più grande peso massimo della storia.
Ma allora perché Ali è divenuto il pugile per antonomasia nella cultura popolare? Qui entra in gioco il personaggio Muhammad Ali.

 

Innanzitutto Ali è un nero, vissuto in anni di attivismo afroamericano, quelli di Martin Luther King e Malcolm X, di cui ha in parte raccolto l’eredità di leader in seguito ai loro omicidi. Una delle sue frasi più celebri fu «non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato “negro”», a proposito del suo rifiuto ad arruolarsi per la guerra in Vietnam. Proprio il no al Vietnam lo fece simbolo ed eroe della cosiddetta controcultura dell’epoca, che protestava vivacemente contro la guerra. A questi elementi si aggiunge la sua conversione all’Islam, in un periodo dove la cultura e la religione cristiana tendevano ad essere identificate con l’establishment conservatore e reazionario.
La sua razza, la sua religione e le sue prese di posizioni su fatti d’attualità hanno quindi contribuito in maniera decisiva a trasformare un grandissimo pugile in una vera e propria leggenda. L’esatto opposto di quello che è accaduto con Mike Tyson, il quale dal punto di vista pugilistico può essere considerato al livello di Ali. Ma i suoi comportamenti, le orecchie strappate a morsi e le mogli maltrattate, hanno fatto di lui un vero e proprio cattivone. E un cattivone non può essere eretto a modello, tanto meno accostato al mitico Muhammad Ali.

Quest’ultimo, come già detto, è stato ed è tuttora una persona con grandi valori e molto da insegnare (come dimenticare la cerimonia d’apertura dell’Olimpiade di Atlanta dove, tremante per il Parkinson, accese la fiaccola olimpica con grandissima dignità?), ma se dobbiamo parlare di pugilato, è forse il caso di rivedere il giudizio, influenzato da dinamiche extrasportive, che ne ha fatto il più grande di sempre.

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Leggo Tex Willer e fumo Camel Light.

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