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[..] non è difficile alzarsi da terra soprattutto, per chi aspira a sollevarsi da sotto a sopra la pioggia, il difficile è ritrovarsi da soli, senza un saluto, senza un sorriso da portare con sé, il difficile è volare verso le stelle […]
Lindbergh, Ivano Fossati

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E anche quest’anno è tempo di pavé. Archiviata una noiosissima Sanremo, nonostante le tante salite, nonostante l’idea degli organizzatori di accorciare il percorso di un chilometro con l’arrivo in via Roma, una mossa che teoricamente avrebbe dovuto favorire le azioni sulla salita del Poggio togliendo campo alla (probabile) rimonta del gruppo, l’attenzione ora si sposta sulle Classiche della campagna del Nord. Si inizia il 27 marzo con la E3 di Harelbeke, passando per la Gand-Wewelgem, il prestigioso Giro delle Fiandre, la Parigi-Roubaix e infine con il trittico Amstel Gold Race, Freccia Vallone e la Doyenne (la decana) Liegi-Bastogne-Liegi. L’attenzione degli appassionati si focalizza, al solito, sul Fiandre e sulla Roubaix, due corse che i belgi amano e idolatrano alla follia.

E dalle Fiandre, anzi dal Fiandre, parte il nostro racconto.

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Quella mattina a Geraardsbergen, faceva freddo.

Ero in viaggio nelle Fiandre e dirottai volontariamente l’auto per recarmi in uno dei luoghi sacri del ciclismo internazionale: la Chiesetta di Geraardsbergen (o se volete alla francese, di Grammont) che sta appollaiata sulla cima del Muur, il Muro di Grammont (Muur van Geraardsbergen in fiammingo).

Posteggiai l’automobile nella piazza del comune lastricata di ciottoli grigi di pavé.

Un ex biker sulla settantina mi accolse sulla soglia della caffetteria-panetteria De Erfzonde (“Il peccato originale”) a pochi passi dal Mannekepis, uno dei tanti beffardi omini di bronzo intenti a fare pipì sparsi per l’intero Belgio. L’anziano biker, barba lunghissima, occhiali con montatura color acciaio e gilet di pelle, si fermò a servire un signore nella parte del locale adibita a panetteria, mentre suo figlio, vestito in maniera analoga, con barba folta e medesimi occhialini, prendeva la mia ordinazione. Un croque monsieur e un caffè veloce e capisco di essere capitato in un posto incredibile.

Tavoli di legno, una cucina minuscola, un passaggio con vista sulla panetteria e statue, mezzi busti di Gesù Cristo in ogni lato del locale, una pubblicità di una birra, la Hell’s Pils (Hell=Inferno) in un gioco tra sacro-profano che il minimo che si possa fare è riderci su.

Del resto a un chilometro e duecento metri dal loro locale, il sacro e il profano si mischiano nuovamente sulla sommità della piccola Cappella Onze-Lieve-Vrouw-van-Oudebergkapel (“Nostra Signora del Monte Vecchio”). Un inferno al 9% di pendenza media (con alcuni tratti al 20%), il cosiddetto Kappelmuur (il Muro della Cappella) che è risultato spesso decisivo per la vittoria del Giro delle Fiandre.

Dal 1969 al 2011, il Muur, era la penultima difficoltà di una corsa lunga 250-260 km e la sua vicinanza all’arrivo (circa 15 km) coincideva con il momento clou della gara. Purtroppo, dal 2012, lo spostamento dell’arrivo da Meerbeke prima e Ninove poi, alla vicina Oudenaarde ha costretto gli organizzatori ad escludere il Muur dal percorso, lasciando orfani migliaia di appassionati che si appostavano lungo quel famoso chilometro di salita.

Il Fiandre è una gara dura, caratterizzata dai Muri, lastre di pavé spalmate qua e là sull’intero percorso.

Ma il Fiandre non è solo ciclismo: è qualcosa che sfida l’epica, un rosario laico di luoghi e di uomini che hanno fatto la storia di questa gara, diventando impresa dopo impresa, edizione dopo edizione, veri e propri eroi da consegnare agli annali.

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Eroi come i padroni di casa, i belgi, veri e propri dominatori della Classica con 68 vittorie in 98 edizioni (69%). La Ronde der Vlaanderen ha consegnato alla storia del ciclismo, e in generale a quella dello sport, alcune figure indimenticabili quali Rik Van Steenbergen (bi-campione durante la seconda guerra mondiale), Eddy Merckx (il Cannibale), Johann Museeuw (Il leone delle Fiandre*), Eric Leman (capace di vincere per tre volte), Peter Van Petegem e infine l’ultimo grande campione in ordine di tempo, il chiacchierato Tom Boonen. Vincere il Fiandre, per un belga è come per un inglese vincere Wimbledon, con la differenza che a Wimbledon un inglese non vince dal 1936 (Murray è scozzese, ndr) mentre i belgi il Fiandre lo vincono e continuano a vincerlo con frequenza imbarazzante. Il periodo più lungo di astinenza è stato di tre anni senza vittorie e vedremo in seguito di chi è il merito di questo piccolo record negativo.

Anche i nostri ciclisti si sono disimpegnati in maniera egregia e le 10 vittorie testimoniano la specializzazione dei corridori azzurri sul pavé fiammingo. Tuttora da quelle parti si ricordano benissimo delle imprese del Leone delle Fiandre*, il terzo uomo** del ciclismo italiano nel dualismo Coppi-Bartali, ovvero Fiorenzo Magni, l’unico ciclista in grado di vincere la classica per tre volte consecutive (’49, ’50 e ’51).

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Tra gli altri azzurri che hanno compiuto l’impresa ricordiamo Zandegù, Argentin, Bartoli, Bugno, Tafi, Bortolami e Ballan, ultimo in ordine di tempo con la vittoria del 2007. In tempi recenti nel glorioso albo d’oro è entrato anche Fabian Cancellara, “La locomotiva di Berna”, uno dei più grandi interpreti di tutti i tempi nelle gare a cronometro, ma soprattutto uno dei più grandi specialisti del pavé.

«Ho corso pensando di scrivere la storia. Non ho solo vinto, l’ho fatto in modo speciale. Sapevo che conquistare il Fiandre era un colpo. Un domani racconterò ai miei nipoti e ai giovani corridori di quella volta che ho vinto staccando Boonen, il re dei belgi»
Fabian Cancellara [dopo la vittoria al giro delle Fiandre 2010]

L’edizione 2015, con due muri in più, 265 km con partenza da Bruges prevede il temibilissimo Koppenberg, il 14esimo dei 19 muri previsti, che, posto al 220 km potrebbe essere il momento chiave per la vittoria finale con una salita di 600 metri ad una pendenza media del 11,6%, e una pendenza massima del 22%. Non ci sarà nemmeno quest’anno, per il rammarico di molti appassionati, il succitato Muro di Grammont.

I favoriti? Partiamo innanzitutto da chi non ci sarà, ovvero da Cancellara costretto a dare forfait dopo la brutta caduta ad Harelbeke. Sagan (secondo  nel 2013), l’esperto Chevanel, il due volte vincitore Devolder, il redivivo Tom Boonen (tris di vittorie per lui) e i pericolosi outsider Lars Boom e  Jürgen Roelandts sono tra i maggiori indiziati per la vittoria finale. Per gli azzurri vantano ambizioni importanti Daniel Oss e Pippo Pozzato.

I belgi sono comunque da considerarsi favoriti a prescindere, giocano in casa ed è un vantaggio non da poco. Conoscono a menadito ciottolo per ciottolo, amano alla follia questo tipo di gara, sono spinti da un tifo caloroso e da quel sentimento popolare che fa garrire al vento il leone rampante stampato sulle loro bandiere gialle. Pavé, pioggia, cielo grigio, birra a fiumi, la quintessenza del ciclismo e le Fiandre, anima di una corsa che trascende e prescinde su tutto: nemmeno la seconda guerra mondiale fu in grado di sospenderne il rituale. Anche questo è un record.

Quello che non si può spiegare con le parole, lo puoi percepire dalle vibrazioni della bicicletta, da quegli eterni sobbalzi, in un inferno di duecento e sessanta chilometri, perché a queste latitudini il ciclismo è qualcosa di forte, viscerale, popolare perché come in pochi altri posti nel mondo, si vive in bicicletta e per la bicicletta.

Il Fiandre non è altro che il frutto dell’amore per la bici da parte di un intero popolo. Frutto sacro e profano, frutto di un peccato originale dove sangue, sudore, pioggia e lacrime bagnano una lunga striscia di pavé, perché non è un paradosso dire che qui, è l’asfalto che interrompe il pavé. Non viceversa.

«Le Fiandre mi tolgono il sonno. Quando Dio nostro signore creò le Fiandre, le illuminò con un sole nero. Un sole eretico. Un sole che non riscalda, non asciuga la pioggia che ti bagna le ossa per sempre. E’ una terra estranea. Le Fiandre sono l’inferno».
Diego Alatriste, Il destino di un guerriero

– fine prima parte –

*Il leone delle Fiandre è il soprannome che è stato dato prima a Fiorenzo Magni e poi a Johan Museeuw.
**Il terzo uomo è il soprannome che venne dato a Magni, terzo incomodo nell’eterno dualismo Coppi-Bartali

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