durantula

La cosa che più mi affascina del conoscere le storie di questi ragazzi, è che li vedi segnare canestri in maniere impensabili, far andare in orgasmo interi palazzetti, firmare contratti milionari, salvo poi scoprire che le battaglie decisive le hanno combattute fuori dai parquet, per le strade di quartieri disagiati, nella solitudine di un’infanzia complessa. Tanto complessa che, per chiunque non l’abbia vissuta, è davvero difficilmente comprensibile.

 

Eppure li vedi fluttuare a canestro, idolatrati, intervistati da giornalisti che a fatica stanno nell’inquadratura. Dei colossi marmorei di 200 centimetri. E in realtà sono uomini fragili? Difficile da pensare.

 

In NBA ce ne sono migliaia di storie come queste, e a “bocce ferme” magari ne racconterò altre meno famose. Oggi ho scelto l’altro grande protagonista delle Finals 2012: Kevin Durant.

 

Kevin nasce il 29 settembre del 1988 a Washington D.C., cresce con i fratelli Tony e Rayvonne, la sorella Brianna, la mamma Wanda, e la nonna Barbara. Non dovrei nemmeno dirvelo, è il copione di quasi tutte le vite di questi ragazzi: il padre li abbandona quando lui ha appena 7 mesi.

 

kdSotto la guida del fratello Tony, Kevin si dedica agli sport, e in particolare il basket. È altissimo sin da bambino, tanto che la cosa comincia a pesargli. In classe viene spedito sempre in ultima fila, e il ragazzo non la prende benissimo. È la nonna Barbara a rincuorarlo, «vedrai che l’altezza è una benedizione, è solo questione di tempo, ma capirai».

 

Ha 7 anni, e la mamma lo manda al Recreation Center della zona. A curare questa palestra c’è un uomo di nome Charles Craig, un uomo di appena 27 anni, dal gran cuore. Fa giocare i bambini, gli insegna le basi del basket, e paga di tasca propria le iscrizioni e le magliette di chi non ce la fa. Insegna a Kevin a giocare, ad avere fiducia in se stesso, «sei il più forte sul campo», «un giorno sarai una superstar». E Kevin prende il largo. Big Chucky, così lo chiamava Kevin, diventa una sorta di padre per lui, un uomo buono di cui fidarsi.

 

Poco più tardi, invece, il fratello Tony si trasferisce in Kansas a fare le scuole, e Kevin resta senza il suo compagno di giochi. Ed è qui che c’è uno degli incroci di destini più assurdi in cui mi sia mai imbattuto.

 

Kevin è cresciuto, e ora si allena con i Jaguars, squadra dell’Amateur Athletic Union, ha 11 anni. Un suo compagno un giorno si presenta in palestra con un altro ragazzo, che mostra di avere parecchio talento. Muscoli, altezza, atletismo, due occhi verdi, e una testa completamente pazza. Tant’è che si fa cacciare prima della fine dell’allenamento. Mentre si allontana della palestra in anticipo, si imbatte in un cartone di pizza, che è la cena dell’intera squadra. Ovviamente non ci pensa due volte e se lo porta via. Qualche giorno più tardi Kevin incontra di nuovo quel ragazzo e «Ma perché?», «Avevo fame, e non sapevo quando avrei rivisto un intero cartone di pizza». Tra i due scoppia la scintilla, e così si presentano. «Piacere, mi chiamo Michael, Michael Beasley».

 

Da qui in poi diventano amici fraterni, letteralmente. Siamo al punto che Michael si fa accompagnare tutte le mattine a casa di Kevin, fanno colazione insieme, prendono il bus insieme, l’intervallo insieme, e, ovviamente, giocano a basket insieme. I risultati ve li lascio immaginare. Vincono in 2 anni tutto quello che si può vincere a quel livello.

 

downloadMa alla AAU Kevin pone le basi per diventare il giocatore che è. Qui coach Taras Brown capisce il potenziale del ragazzo, ma sa bene che lo si può tirar fuori solo col duro lavoro. Così costringe Kevin a sedute individuali di allenamento praticamente tutti i pomeriggi, che sia giorno scolastico, festivo, o estivo non importa, alle 3 in palestra. E mentre tutti i coetanei si divertono al campetto in fantastici 5 vs 5, Kevin lavora sul posta alto, post basso, tiro da 3, off the screen, off the dribble, difesa. E se non si impegna, se non mette tutto se stesso, coach Brown lo spedisce alla “collina”. Una salita con pendenza di 40° lunga 20 metri, che Kevin deve fare di corsa ripetutamente. Una volta il coach lo costringe a farla 75 volte, di notte, sorvegliandolo seduto in macchina mentre si leggeva un libro. «Il giorno dopo non potevo camminare», sì, Kevin ovviamente ancora se la ricorda quella notte.

 

Poi Durant e Beasley si separano, Kevin va alla Oak Hill Accademy, dove giocherà con Tywon “Ty” Lawson, ma la loro amicizia non finisce ovviamente, e continua tutt’oggi.

 

È proprio qui, alla Oak Hill, che Kevin deve superare uno dei momenti più tristi della sua vita. Già, perché un giorno arriva una chiamata che gli annuncia la morte di Big Chucky. Aveva cercato di pacificare una rissa, e qualcuno non l’aveva presa bene. Una maglietta gialla che indossava, fu la sua condanna. Lo rese facilmente riconoscibile: lo avevano freddato alle spalle, una serie di colpi nella schiena. Aveva appena 35 anni. Da qui in poi, Kevin indosserà il numero 35 in ricordo di Charles Craig, con un preciso intento: «voglio solo far conoscere a più persone possibili il motivo per cui porto questo numero. Il mio obiettivo è ricordarlo, e tenere il suo nome in vita». Se dopo un canestro lo vedete puntare l’indice al cielo, sappiate che è per Chucky.

 

Il resto della carriera liceale di Durant finisce agli annali come la nascita di una grande promessa del basket. Anche i media cominciano a parlarne, e il Washington Post gli dedica una manciata di prime pagine. Poi i numeri crescono, da 18 punti e 8 rimbalzi di media si passa a 24 punti e 13 rimbalzi. Si trasferisce alla National Christian Accademy, e qui diventa McDonald’s All-American.

 

L’anno dopo riceve una sfilza di proposte per giocare al college. Sceglie Texas. Ovviamente gioca in NCAA un anno solo, ma gli basta per rompere numerosi record da freshman. Tiene cifre assurde per uno al primo anno in una division come la Big 12: 29 punti e 12 rimbalzi ogni palla a due. Si dichiara eleggibile per il draft 2007, uno dei più controversi degli ultimi anni.

 

durantTra lui e Oden, alla fine la spunta il centrone da Ohio State (che con delle ginocchia decenti, vi assicuro sarebbe stato destinato a dominare per davvero, quasi quanto Superman). Di Kevin preoccupava che sulla panca non alzasse oltre i 70 kg, insomma ci sono cose peggiori per un cestista, ma tant’è che Kevin Durant va via alla 2, destinazione Seattle Supersonics.

 

Rookie of the Year, copertine, una crescita spaventosa. AllStar Game a ripetizione, tre titoli di best scorer consecutivi, un trasferimento a Oklahoma, e due compagni perfetti, Russell Westbrook e James Harden, con cui forma uno dei trii cestisticamente più sexy della NBA.

 

Il primo anno in lotteria, il secondo pure, il terzo fuori al primo turno con i Lakers, il quarto alle Finali di Conference con Dallas, quest’anno, a 23 anni, Durant ha vinto l’MVP dell’All-Star Game e si sta giocando le Finals. Molti dicono che lo scettro di Kobe stia passando a lui, e io francamente non so come dargli torto, anche perché il ragazzo mostra un innata freddezza nel mettere i canestri decisivi. E la cosa più sconvolgente è che lo fa con la stessa naturalezza con cui voi vi lavate i denti la mattina.

 

Resta solo da vedere se l’indice punterà al cielo anche nel canestro decisivo di questi PlayOffs. Noi stiamo alla finestra, Chucky lo guarda da lassù, facendo il tifo per il numero 35, Key-D-Thirtyfive.

 

Chuck

twitter@giacomodezotti

 

P.S. Il racconto poteva essere tranquillamente finito, ma questa è una parentesi talmente bella, che non può non essere riferita. A New York, la mecca del basket, esistono forse i 28 metri più romantici del mondo. No, non sto parlando del Garden, ma del Rucker Park. Trattasi di un campetto nel quartiere di Harlem, a Manhattan, tra la 155esima e Douglass Boulevard. Qui sono cresciuti i giocatori newyorkesi più forti in assoluto. Hanno mostrato il loro talento grezzo prima che diventasse famoso, tra gli altri: Earl “The Goat” Manigault, Karee Abdul-Jabbar, Nate “Tiny” Archibald, Wilt Chamberlaim, Julius “Dr. J” Erving, Earl “The Pearl” Monroe. È una cattedrale sacra del basket di strada. Nell’agosto del 2011 Durant ci ha fatto visita. Partitella. Quattro triple in arresto e tiro di fila. Delirio, e l’intero quartiere di Harlem, conquistato, in mezzo al campo a celebrarlo. Vedere per credere.

 

0 Commenti a ““Durantula”, la vera storia di Kevin Durant

Rispondi