gay powell

gay powellTyson Gay, Asafa Powell, Nesta Carter, Sheron Simpson. Fino a ventiquattrore fa, figure di spicco dell’Olimpo della velocità moderna. Oggi, i protagonisti dell’ennesimo attentato alla credibilità e alla fanciullesca purezza dello sport. L’arma del delitto è ahinoi sempre la stessa: il doping. È stato letteralmente un uragano quello che si é rovesciato sul mondo dell’atletica, che ha portato all’esclusione di questi velocisti dalla competizione iridata di agosto, a Mosca.

Di primo acchito, di fronte alla notizia c’é molta delusione, sportivamente parlando. Per gli appassionati di atletica, che già pregustavano un avvincente assalto al trono di Bolt, non resta che tanta amarezza. Usain infatti quest’anno non sembra ancora aver ingranato la marcia giusta, e con un Gay primatista stagionale con il 9″75 dei Trials americani, e un Powell da cui bisogna sempre aspettarsi sorprese, la sfida sui 100 metri ai Mondiali russi si prospettava davvero all’ultimo centesimo. E invece, di tutto questo non ci sarà proprio un bel niente. Digerito momentaneamente il contraccolpo subito da amante di questo sport e di questa disciplina in particolare, la domanda sorge spontanea: ma perché? Rifiutandomi di credere alla pioggia di dichiarazioni affiorate nelle ultime ore, in particolare dai giamaicani coinvolti, tutte tese a giustificarsi con un riassumibile «non ne sapevo nulla», c’é da chiedersi quali motivi possano portare uno sportivo a mettere a repentaglio la propria credibilità di professionista in una maniera così sciocca.

staffetta giamaicaLe ragioni, a mio parere, sono anzitutto umane ancor prima che sportive. Al fondo della questione, c’é una non accettazione del proprio limite. Mi spiego: c’è una concezione dietro allo sport professionistico che non vede più la propria attività come parte della propria vita, fondamentale e quasi preordinata se si vuole, che concorre alla realizzazione di se stessi; ma prevale una concezione di continua misura e dimostrazione, anzitutto a se stessi, di essere sempre di più e sempre meglio. Ed essendo lo sport, in prima facie, una faccenda di prestazione, questa distorsione é particolarmente evidente. Ritengo una concezione del genere disastrosa, in quanto l’eventuale mancanza di successo e di risultati porta a situazioni quali quella a cui ora stiamo assistendo. Nel caso di specie, la presenza di un rivale come Bolt ha posto i suoi avversari di fronte a un bivio: vivere il proprio mestiere al meglio delle proprie possibilità, sapendo che questo è ciò che davvero nobilita il proprio lavoro, ed accettare i risultati che vengono, oppure non sopportare l’idea che il proprio limite, le proprie possibilità, siano un pochino indietro rispetto a quelle del proprio avversario, e quindi fare di tutto (anche illegalmente) per colmare questo divario. Finché continuerà ad esistere questa coincidenza fra risultati e dignità professionale, saremo costretti a dover deglutire ancora parecchi bocconi amari in tema di doping. L’augurio più grande che possiamo farci in seguito a questa triste faccenda é quello di poter tornare a vedere atleti professionisti che praticano sport anzitutto accettando se stessi.

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