Alfredo Di Stefano

“Pelé era il primo violino dell’orchestra. Di Stefano era l’orchestra.”
Helenio Herrera

Pelè e MaradonaNel calcio, lo sappiamo bene tutti, esistono alcune dispute che difficilmente troveranno mai soluzione: difesa a uomo o a zona? Prima punta d’area o di movimento? Tiki-taka o gioco verticale? E via dicendo. Ma se ce n’è una che da anni e anni ci assilla, quasi fino a non poterne più, è la domanda rispetto a chi sia stato il più grande giocatore di tutti i tempi. Anche qui, solitamente, le opzioni sono sempre le solite due: Pelé o Maradona? I più ingenui tentano sempre una risposta secca, i più furbi analizzano la questione per ore senza mai arrivare al dunque, i più saggi dicono sempre la stessa cosa: “Beh, e Di Stefano dove lo metti?”

Alfredo Di Stefano, l’unico, il solo che possa competere con quei due là al trono del più grande di sempre; un personaggio scomodo oggi quello di Di Stefano, perché troppo vecchio, quasi a rasentare l’antico, per la maggior parte delle persone è un nome, un luminoso nome, ma nulla più. Eppure, il già fuoriclasse assoluto del Real Madrid aveva forse addirittura qualcosa in più sia di Pelé che di Maradona. I blancos degli anni ’50 erano una squadra formidabile, che aveva nei gol di Puskas, nelle sgroppate di Gento e nei deliziosi tocchi di Kopa delle armi impareggiabili. E insieme a tutto questo, c’erano i gol di Di Stefano, le sgroppate di Di Stefano e i deliziosi tocchi di Di Stefano. Proprio così, perché la saeta rubia sapeva fare tutto: attaccava, difendeva, dribblava, segnava, marcava, correva più veloce di tutti e più di tutti.

puskas kopa di stefanoEra un giocatore al servizio della squadra, consentiva al talento altrui di emergere come non sarebbe stato altrimenti possibile; metteva Puskas praticamente in porta, apriva le praterie a quel tremendo tornado di Gento, dialogava con Kopa a tutto campo. Poi capitava che decidesse di segnare, di dribblare, di rifinire, e lì ci si accorgeva che sapeva farlo molto meglio dei suoi compagni, che all’epoca, in quel Real Madrid, significava che lo sapevi fare meglio di chiunque altro al mondo. Nella grande orchestra del calcio, per riprendere le parole di Helenio Herrera, ci sono alcuni strumenti che lasciano a bocca spalancata, quei violini che a un certo momento vanno per la loro strada, magnifici e ipnotizzanti, e di un individualismo sfrenato, tronfi del loro talento e con una voglia matta di dimostrare a tutti che il primo strumento dell’orchestra sono loro. È straordinario, senz’altro. Ma la grande impalcatura, tutta questa affascinante scenografia ha bisogno di un’orchestra, ha bisogno di tutti quegli ottoni, quei fiati, quelle percussioni senza i quali il violino non sarebbe altro che uno stridore acuto e quasi fastidioso. Di Stefano era l’orchestra, il perfetto punto di sintesi fra talento individuale e necessità della squadra.

Alfredo Di Stefano il calcio non solo lo ha interpretato come nessun altro, ma lo anche cambiato; o meglio, ha introdotto un tipo di giocatore che ad oggi può contare un solo tentativo di avvicinamento, quello di quel Johann Cruijff che rielaborò il concetto di calciatore moderno ma forse senza arrivare a raggiungere il livello del grande Alfredo: Di Stefano era un giocatore universale, che sapeva fare tutto, di fronte alla staticità di ruoli e competenze di quell’epoca lui si presentava con un bagaglio completo di ogni specificità. Forse è proprio per questo che oggi facciamo così fatica a ricordarci di Di Stefano: era diverso lui, non la sua squadra, non il Real Madrid, non il calcio, che è rimasto così com’era, quasi come se tutti guardassero Di Stefano giocare e dicessero “ehi, c’è già quello lì che sa fare tutto, noi rimaniamo bene così”.

life-1961-alfredo-di-stefano la-saeta-rubiaÈ stato solo un’anticipazione, un gustoso preludio a quello che il calcio sarebbe diventato ma solo vent’anni dopo; un rivoluzionario silenzioso, quasi dietro le quinte, come gli strumenti meno vistosi ma più importanti di un’orchestra. Forse facciamo così fatica a ricordarci di Di Stefano anche perché, incredibile a dirsi, non ha mai avuto la possibilità di giocare la fase finale di un Mondiale. Alfredo ha indossato ben tre casacche diverse, quella argentina, quella colombiana, e quella spagnola; ma sempre nel momento sbagliato: nel 1950 la Colombia è fuori legge secondo la FIFA, nel 1954 l’Argentina non si qualifica, così come la Spagna nel 1958; mentre ai Mondiali cileni del 1962 è infortunato. Sarebbe stato magnifico che avesse avuto questa possibilità, così da poter partecipare alla lotta per il titolo di migliore di sempre non più solo come un terzo incomodo ma, forse, come vincitore annunciato.

Rispondi