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Di fatto la realtà non esiste. L’evoluzione tecnologica, soprattutto nel campo del digitale, ha influito così tanto nella rappresentazione del reale che lo ha modificato per sempre. Ciò che vediamo in televisione, al cinema o sui manifesti in giro per la città ha sempre qualcosa di “non-vero” al suo interno, che sia una piccola modifica di Photoshop o un intero mondo ricostruito al computer (vedi “Gravity” che ha appena fatto sfracelli agli Academy Awards). Calcio: Serie A; Juventus-TorinoMa, ciononostante, noi guardiamo. E ci convinciamo che quello che guardiamo  sia vero, per quella “fame di realtà” che ci muove (cit. David Shields), quell’appetito mentale di voler trovare la verità anche dove non c’è. Un esempio semplicissimo lo possiamo vedere nel calcio. Dopo Calciopoli, i continui scandali, le polemiche, le ipotesi di corruzione della classe arbitrale, dopo tutto questo ci saremmo dovuti stancare di questo spettacolo. Eppure il calcio è ancora il motore del mondo sportivo italiano. Perché?
Questo monologo, tratto dal film Valzer di Salvatore Maira (2007) è estremamente esplicativo. La verità non conta se accetti la forma. Tutti sanno che ci sono i cosiddetti “poteri forti” che comandano, che indirizzano in modo occulto gli eventi, ma si accettano, ci si convince che quello che vediamo in campo è vero.

Il Wrestling porta alle estremo questa situazione. La WWE (World Wrestling Entertainment) ha fatto della narrazione il suo punto di forza, mettendo i combattimenti quasi in secondo piano. Non sono i match in sé ad entusiasmare il pubblico, ma ciò che ha portato al match stesso e ciò che esso racconta. Spiego meglio questo passaggio: i grandi incontri hanno, alle loro spalle, mesi di preparazione in cui i due avversari si fronteggiano soprattutto a parole,  costruendo quella rivalità che poi esploderà nella lotta vera e propria.  Lo scontro è lo “Spannung” dell’intera storyline, il momento di massima tensione narrativa dove si ha la risoluzione della rivalità a favore di uno dei due contendenti; qui i due wrestler esprimono, in una via di mezzo tra body art, danza (“sembra un balletto” dice Jim Carrey nel film “Man on the Moon”) e arti marziali, il loro odio per l’altro indirizzando il match in un certo modo, che sia esso più violento, i cosiddetti “brawl match” liberamente traducibile con “rissa da strada”, o più tecnico, con un più ampio uso di prese derivanti, soprattutto,  dalla lotta greco-romana e dalle arti marziali asiatiche, anche a seconda delle caratteristiche dei combattenti. Il vincitore si prenderà gli applausi del pubblico e farà un passo avanti nella scala gerarchica della federazione, il perdente tornerà negli spogliatoi tra i fischi.

Tutto questo è finto.

Le rivalità sono decise a tavolino dal cosiddetto “Creative team”, che accoppia wrestler, divisi in buoni e cattivi a seconda del riscontro che hanno con il pubblico e dalla loro vocazione (alcuni non sono adatti a fare i buoni ma sono fantastici cattivi e viceversa), costruendo le rivalità come sceneggiature cinematografiche; decide, nel corso della rappresentazione, chi andrà a vincere a seconda di diversi fattori, che vanno dalle condizioni fisiche dell’atleta al potere politico che uno ha all’interno della WWE. Ai lottatori sta il compito di rendere credibile,appassionante e fruibile al pubblico pagante la storia scritta, mettendosi in gioco sia al microfono (monologhi e duelli verbali sono all’ordine del giorno) sia nel ring, mostrando le proprie abilità tramite pugni, calci, prese, mosse aeree, tutto il proprio repertorio tecnico e attoriale, dovendo essi mostrare tutta una gamma di sensazioni ed emozioni che caratterizzano il personaggio interpretato e l’andamento del match. Tutto questo è noto al pubblico. Sanno che è tutto pre-ordinato, che quello che succede sul ring è stato pianificato. john cenaEppure Wrestlemania 29, l’evento Pay-Per-View principale dell’anno,  ha venduto circa 1.039.000 copie (Dati: wrestlezone.com), in ribasso rispetto alle previsioni. Al pubblico non importa, vogliono vedere i match, vogliono vedere l’atto finale delle rivalità che hanno seguito per mesi e mesi. Ma la Rete e la sua pervasività ha modificato i rapporti con la Federazione. Se quello che accadeva durante gli show settimanali portati in giro dalla WWE, esattamente come fa un grande circo itinerante, poteva bastare negli anni ’80-’90, l’esplosione dei mezzi di comunicazione di massa, in particolar modo Internet, ha cambiato le regole del gioco: le notizie si sovrappongono rapidamente, non c’è modo di bloccare tutte le informazioni che trapelano all’esterno. Allora la WWE si è evoluta: mettono loro stessi in circolo informazioni, sia inerenti alla “realtà della finzione”, cioè notizie create ad hoc per la storyline creata (ad esempio che X ha attaccato Y nel  parcheggio dell’arena), sia inerenti alla “realtà reale”, cioè non collegabili a nessuna storia ma eventi effettivamente accaduti; ma, ed è qui il colpo di genio, non si specifica mai a quale categoria fa parte la notizia. Tutto diventa un gioco d’ipotesi da parte del pubblico, che deve saper interpretare quali siano le vere notizie e quali sono costruite dal team creativo per mettere altra carne al fuoco. Ad esempio l’infortunio di un wrestler è visto sempre con sospetto: è davvero inabile a lottare o apparirà a sorpresa durante la puntata? Lo si scoprirà solamente alla messa in onda.

Quello che ho cercato di spiegare qui sopra è che il mondo del wrestling è uno specchio del mondo sportivo televisivo: tutto è reale e irreale allo stesso tempo perché siamo noi spettatori a decidere in cosa credere, coscientemente o meno. Crediamo nella buona fede o no? Crediamo che le partite si giochino davvero sul campo o che sia tutto deciso nei Palazzi del Potere?
Personalmente sono certo di due cose: che lo sport è un grande spettacolo per le masse votanti (leggete le ultime due pagine di questa bellissima intervista a Federico Buffa per capire l’intreccio forte politica-calcio) e che la Juventus ruba.

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