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Di Bartolomei 11 metriVi racconterò la storia di Agostino Di Bartolomei. Per pochi suppongo sia uno sconosciuto, per alcuni é una pietra angolare del calcio romano e romanista, per tanti é l’uomo che condivideva con Balotelli il record di realizzazioni di calci di rigore. Curioso vedere “Diba” accostato proprio a Mario: accomunati dalla quasi infallibilità dagli undici metri, eppure così distanti nell’approccio alla professione e alla vita. La tracotanza e l’irriverenza di Balotelli di fronte alla dignità e alla serietà di Di Bartolomei; anche nella drammatica conclusione della sua esistenza, Agostino insegna a noi, e a Mario, che la vita é cosa troppo seria per credere di poterla affrontare tutta d’istinto e strafottenza.

Calcisticamente, Diba é stato anzitutto una bandiera, una colonna di quella Roma dei primi anni ’80 che sotto la guida di Nils Liedholm riportò il tricolore a Trigoria dopo quasi quarant’anni, e soprattutto di quella squadra che arrivò a un passo dalla vittoria in Coppa dei Campioni, nel 1984. Cresce nell’Omi, squadretta capitolina, e nel ’72, diciassettenne, arriva all’amata Lupa. Un pugno di stagioni con sporadiche presenze, un’annata a Vicenza per farsi le ossa, e poi appunto la splendida carriera nelle fila giallorosse, dal 1976 al 1984. Nasce come centrocampista classico, buona interdizione e ottima visione di gioco, il tutto condito da un destro potentissimo che ne fa un gran tiratore di punizione ed un eccellente rigorista. Ma nella stagione ’82-’83 il Barone lo reinventa libero, al fianco dello straripante Vierchowod; in questa nuova veste di regista arretrato, é insieme a Falcao il sostrato di talento che lancia la Roma verso l’agognato scudetto. “Ago, Ago, Agostino gol” canta la Sud, perché nonostante il ruolo arretrato, realizza la bellezza di sette reti nell’arco del campionato.

01-00061464000005h_mediagallery-pageCapitano di quella meravigliosa compagine, Di Bartolomei ha però ben poco dell’esuberanza tipica dell’ambiente romano: «Cercate di stare tranquilli, non cadete nel vandalismo. Tirate fuori la vostra gioia, la vostra soddisfazione, il vostro entusiasmo, ma fatelo con tanta civiltà, senza disturbare quelli che a Roma vengono per altri motivi, per ammirare la città. Da oggi tutti gli occhi sono puntati su di noi, sulla nostra città, sui nostri tifosi, diamo un esempio di civiltà». Questa sono le parole che Diba rivolgeva ai suoi il giorno della vittoria tricolore, e che sono un perfetto paradigma di ciò che per lui conta davvero: onore, gloria, dignità; ecco le parole che Agostino ama di più, che si porta dietro da quando gioca ragazzino sui campi di terraccia di Tor Marancia, alla periferia della capitale. Quelle che gli ripeteva sempre anche papà Franco quando gli lanciava da bambino il pallone di cuoio sulla spiaggia di Lavinio, piccola cittadina del litorale laziale. L’anno successivo, la grande altalena: la Roma sale, sale in altissimo, quasi fino a toccare il cielo. Quasi, perché proprio quando sta per afferrare le stelle, piomba giù, irrimediabilmente giù. Nel 1984 infatti, i giallorossi arrivano in finale di Coppa dei Campioni, per di più all’Olimpico, il loro stadio. Tutti sappiamo come andò, con una terrificante sconfitta ai rigori, e il Liverpool campione d’Europa. Lì si concluse l’avventura da giocatore della Roma, e sostanzialmente anche da professionista, di Di Bartolomei. Ma anche in quella occasione, nessuna esagerazione, nessun rancore, solo gratitudine, nonostante tutto: «Credo di andarmene con dignità e con la consapevolezza di aver indicato un modello. Non tutti l’hanno apprezzato, ma la gente l’ha capito. È il mio scudetto personale, la mia grande vittoria. Lascio da vincitore, non da uomo sconfitto». Che professionista e che uomo, signori.

dibartolomei_R375_30mag09_phixrDicevamo una carriera sostanzialmente finita, visto che lasciata la capitale Agostino si accasa al Milan dove però, dopo aver riabbracciato Liedholm, trova un calcio non più per lui con l’avvento di Sacchi, portabandiera di un nuovo modo di giocare a pallone. Brevi parentesi a Cesena e Salerno, e poi il sipario cala ufficialmente. Negli anni successivi, Di Bartolomei tenta di diventare allenatore, di restare nel giro che conta, ma il mondo del calcio sembra essersi dimenticato di lui, l’ha messo da parte. Poi, l’indefinibile: il 30 maggio 1994, dieci anni esatti dopo la tragica notte dell’Olimpico, si consuma una tragedia ben più profonda; Agostino si spara diritto al cuore, suicidandosi. Il giorno dei funerali, la curva romanista gli dedicherà uno striscione: “Niente parole…solo un posto in fondo al cuore. Ciao Ago”. Non ho naturalmente intenzione né di indagare né tanto meno di giudicare il gesto in sé o cosa abbia potuto portare Diba a compierlo. Una cosa però resta, certa: un modello Di Bartolomei l’ha dato, eccome, come era nei suoi desideri. Ha mostrato cosa significhi essere calciatore con onore, gloria, dignità.

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