bengtsson nazionale

Perchè ci piacciono tanto i reality? Talvolta me lo sono chiesto, soprattutto mentre, con un non so che di masochistico, sedevo davanti alla tv ad osservare con curiosità cosa potevano mai fare di interessante una decina di persone rinchiuse in una grande casa a Cinecittà. La curiosità, la possibilità di guardare dallo spioncino gigante di una telecamera quelle che erano le pulsioni più umane che ci siano: passioni, sesso, storie, litigi, risse verbali e non. Perchè ci piacciono tanto i reality? Perchè alla fine tutto è reality oggi.

 

Non fraintendetemi, non penso che tutti noi viviamo in un immenso The Truman Show o che il nostro vivere quotidiano sia sottoposto ad un controllo orwelliano stile 1984, ma la presenza costante di notizie, di gossip, di telecamere delle televisioni pronte a riprendere ogni istante della vita di qualcuno ci butta, automaticamente, dentro il pubblico di un reality apparentemente inconsapevole, ma fortemente presente ed innegabile. Qui parliamo di sport e quale esempio migliore abbiamo, al giorno d’oggi, delle vite degli sportivi a riprova di tutto ciò? La lente d’ingrandimento posta, ad esempio, sui calciatori, ci ha portato persino negli spogliatoi prima di una partita. Reality, realtà pura, curiosità morbosa, come se sapere quali sono i riti scaramantici o come sono i volti dei protagonisti prima di una partita ci possa dare un qualcosa in più, un qualcosa di più.

 

Eppure, come in un Grande Fratello che si rispetti, ciò che vediamo è solo ciò che si vuole effettivamente portare sul palcoscenico, non ciò che scrivono gli autori, le indicazioni, il dietro le quinte che, realmente, muove tutto. Ogni tanto però una voce indistinta prova ad uscire dal coro, a dire qualcosa che un patto silenzioso vuole che solitamente non si dica. Anche nel calcio succede e Carlo Petrini, con i suoi libri (Nel fango del Dio pallone in primis) ne è l’esempio. Carlo ha raccontato, è stato emarginato, ripudiato, ma alla fine è morto senza essere dimenticato, perchè non ha voluto abbassare la sua voce. Martin Bengtsson invece, ancora oggi, ben in pochi lo conoscono. Vi racconto una storia.

 

Martin, classe ’86, è uno svedese dal piede d’oro, uno di quelli che, lassù in Scandinavia, non vedono tante volte per la classe che porta dentro se e nelle sue gambe. Regista alla Pirlo diremmo oggi, talento puro dicono. A soli 15 anni è già nella Prima Divisione del suo Paese, poi a 17 arriva la grande occasione. Dopo una lotta per accaparrarsi i suoi servigi, alla fine, a spuntarla, è l’Inter. E’ il 2004 e Martin giunge a Milano con un carico adrenalinico incommensurabile. Debutta e stupisce tutti ma poi, senza cenno alcuno, sparisce. Di lui non si sa più nulla, lui che ha praticamente sfiorato il palcoscenico del più grande reality esistente, il calcio. Nel 2007 esce un libro, In the shadows of the San Siro, autore Martin Bengtsson. Martin è tornato. Era un normale giorno di studio/allenamento/cazzeggio/allenamento nel centro giovanile dell’Inter, quando il ragazzo svedese decide di mettere su un disco di David Bowie, prendere un rasoio, e tagliarsi le vene. Così, lo racconta come se fosse stata una cosa normalissima. La donna delle pulizie prima e i medici del Niguarda poi, lo salvano, lo rimettono in sesto e gli permettono di poter così affrontare il suo vero avversario, ovvero la depressione. Proprio quando era giunto il suo momento di salire sul palcoscenico, di diventare uno dei protagonisti del reality, Martin non è riuscito a divincolarsi dalla marcatura stretta della pressione, è caduto nella botola a bordo palco della depressione. Le sue parole sono dure, sono macigni: L’accademia dell’Inter era come una prigione, era come camminare dentro una grossa nuvola da dove non riuscivo più a venire fuori. Ero molto triste, sentivo delle strane voci, avevo perso completamente la cognizione della notte e del giorno. A un certo punto, decisi di tagliarmi le vene dei polsi. Pensai che era l’unico modo per venirne fuori”. Prima però c’erano stati l’alcol, lo shopping compulsivo, il sesso sfrenato. Prima c’era stato tutto quello che, probabilmente, milioni di telespettatori avrebbero voluto vedere in un reality ma che non hanno potuto, perchè è arrivato il poi, il rasoio, il sangue. La goccia che fece traboccare il vaso fu il fatto che i tecnici dell’Inter beccarono alcuni ragazzi che fumavano degli spinelli: “La società decise di punire tutti, anche quelli che non c’entravano nulla come me. Restammo due mesi chiusi, senza nemmeno poter uscire per andare a casa a Milano o comprare qualcosa. In quel momento iniziò la mia depressione, lì avvertii la sensazione di essere in una prigione”.

 

Il suo sogno del grande reality finì li. Dopo ci fu un lungo periodo in una clinica psichiatrica a Milano, il ritorno in Svezia, la promessa di non seguire mai più il calcio, neppure in televisione. Martin, probabilmente, era una ragazzo debole, non in grado di resistere a quella che lui stesso definisce La Macchina, cioè il sistema in cui se tu non funzioni non c’è problema, avanti un altro. Si sentiva costantemente sotto pressione, spiato, senza via di uscita, sentiva di non funzionare più perchè i bagordi fuori dal campo influivano eccome sul campo. Martin ha sfiorato quello che Luigi Garlando della Gazzetta definisce il più grande reality, cioè il calcio, perchè fa audience ma, allo stesso tempo, ti stritola.

 

La storia finisce qui, fortunatamente con un lieto fine, perchè Martin sta bene, rilascia interviste a mezzo mondo e nonostante abbia detto che il calcio non avrebbe mai più voluto vederlo, continua a viverlo studiando da giornalista e continua a dargli da mangiare in qualche modo. Certo, gli ha lasciato un’enorme cicatrice, nel cuore e sui polsi, ma alla fine, nell’immenso reality del calcio ci è entrato anche lui raccontando una piccola parte di quello che può essere il dietro le quinte del grande spettacolo della domenica pomeriggio. Non c’è una morale, mi dispiace per chi ha letto questa storia sperando che alla fine ci sarebbe stata. Anzi, una forse sì: prima di leggere l’ultimo articolo sulla Fico ingravidata da Balotelli, pensate a Martin. Spero che giriate immediatamente pagina.

 

twitter@Andrea_Ross89

facebook-profile-picture

Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

0 Commenti a “Dall’Inter alla depressione, la drammatica storia di Martin Bengtsson

Rispondi