Custodi - Il caso Lugano

CustodiPotrei iniziare spiegando di che libro sto per scrivere o il mondo che esiste dietro a quest’opera perché dietro ad ogni libro, storia o racconto esiste un mondo (si, anche dietro a quelli di Moccia). Ma mentirei, e credo sia necessario essere sinceri, soprattutto quando si scrive. Custodi è l’opera prima di Giacomo Moccetti, giornalista per la RSI e padre fondatore del sito su cui siete proprio ora. Ma è soprattutto un amico. Penso sia giusto dirlo, perché la mia analisi e la mia opinione non potranno essere scevre di un minimo di faziosità sentimentale per quanto mi sforzerò di essere obbiettivo. In più, per la massima trasparenza, va detto che il buon Moccetti ci ha bellamente comprati dedicando a noi proprio questo libro, naturalmente dopo averlo dedicato ai suoi cari genitori (la situazione inversa sarebbe stata preoccupante). Allo stesso tempo però il fatto che l’abbia scritto una persona che posso dire di conoscere bene rende anche la mia recensione, per certi versi, più accurata: so perfettamente quanto e che tipo di lavoro sta dietro a queste 163 pagine; so perfettamente la passione che, giorno dopo giorno, ha coinvolto il Moccetti uomo dopo un iniziale approccio da Moccetti professionista; so perfettamente che ogni pagina, ogni frase, racchiudono un qualcosa di lui.

Ma veniamo al libro. Custodi è, parole dell’autore, un saggio socio-etnografico. Lo so, l’avete pensato immediatamente: noia. Aggiungeteci pure che il sottotitolo è “Una città europea vista dagli stranieri – Il caso Lugano” e, subito dopo aver pensato che sia una gran noia, sono certo che penserete anche che di leggere questo libro non ve ne può fregare di meno. Ma sbagliate. Custodi rappresenta invece una visione microcosmica applicabile senza difficoltà al macrocosmo: si parla di Lugano, ma Lugano scompare sullo sfondo dei racconti e rimane solamente nelle piazze, nei quartieri e nelle vie. Togliete Lugano e metteteci Milano, Verona, Firenze, Roma o Catanzaro; togliete via Beltramina e metteteci viale dei Missaglia, via dello Zappatore, via Magenta, via del Circo Massimo o via Pistaioli. Togliete tutto se volete, ma rimarrà comunque tutto ed è qui che sta la forza del libro.

Giacomo Moccetti direttore scrittoreCustodi nasce da una pregevole intuizione, ovvero che ognuno di noi è custode di qualcosa. Può essere un segreto o può essere un oggetto di valore, ma di una cosa siamo custodi tutti quanti contemporaneamente: la memoria. La memoria della nostra famiglia, della nostra casa, della nostra vita. Se vogliamo fare un sunto possiamo dire che tutti noi siamo custodi dei nostri luoghi e, quindi, delle nostre città. La globalizzazione ha però portato ad una conseguenza affascinante, cioè il distaccamento delle radici generazionali dalla memoria perché non per forza i nostri ricordi e le nostre tradizioni saranno legati al luogo in cui siamo nati o ai luoghi in cui oggi viviamo. La memoria scorre su di un binario opposto, che è quello introspettivo e non materiale della crescita umana, del cambiamento inesorabile senza cui non esisterebbe la memoria perché tutto sarebbe uguale e costante. Le figure che incarnano questi profondi elementi emozionali e sociali sono pochi, ma Moccetti ha avuto l’abilità di trovare l’iconografia perfetta: il portinaio, altrimenti detto custode appunto. Il portinaio (o la portinaia, naturalmente) protegge e regola la vita di un microcosmo sociale che è il condominio, un agglomerato di culture, etnie e personalità diverse se non, spesse volte, addirittura opposte. Il condominio è la casa di ognuno di noi, in essi risiede una parte importante della nostra memoria ma, per uno strano gioco dell’evoluzione, a Lugano (ove non si sono ancora estinti come invece capitato in molte città italiane) i custodi degli stabili sono praticamente tutti stranieri.

Si innesta così un affascinante e curioso gioco di specchi in cui la città dell’autore, città in cui è nato e cresciuto, viene riscoperta e raccontata attraverso gli occhi di gente che in quella città non ci è nata, non ci è cresciuta, ma ci ha vissuto e ci sta vivendo e la cui memoria è indissolubilmente legata ad essa. Memoria si scinde dall’etnia e si unisce all’amore, all’amicizia, all’odio, alla nostalgia, insomma ai sentimenti. E quando ci sono i sentimenti è impossibile parlare di uno studio socio-etnografico, di un saggio, ma si deve parlare di storie di vita, di esperienze quotidiane. Moccetti lascia spesso da parte l’occhio critico del giornalista per fare entrare nella narrazione la voce dei protagonisti intervistati, i ricordi di chi ha qualcosa di vero e puro da raccontare, condivisibile o meno che sia, e le loro esperienze quotidiane a contatto con una realtà che c’è ma che troppo spesso viene dimenticata perché va a toccare argomenti spinosi, difficili da trattare. E lo fa con abilità, unendo l’entusiasmo quasi bambinesco di chi sta realizzando un proprio sogno alla disillusa consapevolezza di chi questo sogno vuole che duri a lungo, consapevole che scrivere un libro non significa essere diventati scrittori.

Custodi è l’opera prima di Moccetti ed è giusto sottolineare la parola prima perché ce ne saranno altre, ne sono certo. E da amici noi di Contropiede lo supporteremo sempre, ma se il risultato sarà pari a quello di Custodi non dovremo neppure sforzarci tanto, ve lo assicuro.

Giacomo Moccetti, “Custodi. Una Città europea vista dagli stranieri. Il caso Lugano”; prefazione di Carlo Ossola, postafazione di Luca Doninelli. Giampiero Casagrande Editore, 2013.

facebook-profile-picture

Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

Un commento a ““Custodi” di Giacomo Moccetti – L’affascinante equilibrio tra memoria e cambiamento

Rispondi