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LAPR0955-k4cD--896x504@Gazzetta-WebL’aggettivo che meglio qualifica la vittoria dell’Italia sul Belgio è senza dubbio “imprevista”: nessuno, da Aosta a Siracusa e dall’uno all’altro mar, avrebbe mai pensato non solo che l’Italia potesse vincere contro gli 11 tutto talento di Wilmots (suvvia siamo sinceri, avremmo firmato tutti per un pareggio) ma che addirittura potesse farlo con ben due gol di scarto e dominando in lungo e in largo la partita. Perché gli azzurri è vero che hanno mostrato una grinta, una concentrazione e una solidità psicologica nell’arco di tutti i 90 minuti di cui nelle ultime apparizioni non se n’era vista nemmeno l’ombra, ma è ancor più vero che il reale fattore che ci ha permesso di rimettere a nanna i cucciolotti fiamminghi è stato il gioco: una partita disputata alla perfezione, sotto questo punto di vista, ammantata di un’identità schiettamente italiana implementata dal dinamismo e dall’intensità tipici delle squadre di Antonio Conte, che più di tutti può prendersi i meriti di questa vittoria. E su questo profilo, quello del gioco, che poggiano le migliori speranze per il proseguo dell’Europeo.

Belgium v Italy - EURO 2016 - Group EPartiamo da una considerazione sugli avversari: il Belgio non gioca male, di più. Lo straordinario tasso tecnico che caratterizza Hazard e compagni non basta neanche lontanamente a coprire lacune tattiche e improvvisazioni collettivi che destano più di un punto di domanda sulle capacità del ct Marc Wilmots. La retroguardia belga, in fase di possesso, esiste per pura rappresentanza numerica, i difensori centrali hanno il mero compito di scaricare il prima possibile su un centrocampista o sulle fasce, rinunciando, di fatto, a provare a prendere il controllo di un centrocampo che dal lato del Belgio partiva già di suo in inferiorità numerica. I due terzini parevano piuttosto spaesati: non si sovrapponevano mai alle ali eppure lasciavano vuoi macroscopici alle loro spalle. Nainggolan e Witsel erano regolarmente o in linea verticale distanziati di 10-20 metri l’uno dall’altro oppure entrambi schiacciati all’area di rigore italiana in un confuso tentativo di inserimento, lasciando dietro infiniti spazi che sono stati terra provvidenziale per impostare le nostre ripartenze. Le due ali, Hazard e De Bruyne, si comportavano esattamente allo stesso modo: se Lukaku arretrava salivano entrambi, senza offrire margini di collegamento, e se il centravanti rimaneva alto si allineavano a lui, creando un buco fra centrocampo e attacco che non permetteva di creare alcuna trama di gioco. In mezzo, uno spaesatissimo Fellaini che bighellonava nella nostra metà campo in certa di arte senza però riuscire a trovare nemmeno una parte: pareva che il suo compito fosse assistere Lukaku, appoggiare gli inserimenti di Nainggolan e Witsel e andare a sostegno delle ali. Un lavoro che pochissimi in Europa riescono a fare in maniera completa, e il buon Marouane, non ce ne voglia, non è decisamente fra questi. Il risultato è stato il nulla più completo. È questo il terribile squadrone che avrebbe dovuto rivoltare come un guanto le gerarchie del calcio europeo?

3316752_galleryDemeriti colossali degli avversari, dunque, ma che gioco dell’Italia! Conte ha costruito un 3-5-2 a stampo pressoché identico della sua Juventus che fu, con un regista basso, Bonucci, che quando si alzava ci consentiva di avere un’impressionante superiorità numerica a centrocampo, permettendo a Giaccherini, l’interno adibito all’inserimento al contrario di Parolo che aveva il compito di rimanere in copertura, di potersi spingere in avanti in serenità. Mi immagino, poi, l’incredulità di Darmian e Candreva nel vedersi aprire di fronte le infinite praterie che i pessimi terzini belgi lasciavano a disposizione: l’appoggio degli interni e di una delle due punte creava una supremazia sulle fasce che a certi livelli non si dovrebbe vedere; ma tant’è, meglio così. Nel frattempo, De Rossi si alternava fra coperture a Bonucci quando questo portava su palla e tocchi intelligenti per far ripartire la squadra, mentre Eder e Pellè sono stati un costante elastico per garantire simultaneamente l’appoggio corto, la sponda e il lancio in profondità. È proprio da un eccellente movimento dei due ad accorciare che Bonucci ha potuto pescare Giaccherini solo soletto in area per il vantaggio azzurro. Gioco semplice e pragmatico, difesa perfetta e ripartenze fulminanti: l’Italia, dopo anni di affannata ricerca di andar dietro a pacchiane mode straniere, è tornata a fare l’Italia, dinamica e intensa, e i risultati sono prontamente arrivati. La fumosità dell’attacco avversario ci ha sicuramente reso la vita più semplice, così come l’assenza totale di una benché minima idea di sostegno al centrocampo che ha caratterizzato i 90 minuti fiamminghi, vero, però gli azzurri sono andati in campo straordinariamente organizzati, tutti sapevano perfettamente cosa dovevano fare (e l’elevato tentativo di giocate di prima lo dimostra) e l’impressionante mole di chilometri percorsi dai nostri certifica una condizione fisica che a questo punto dell’anno è resa possibile solamente dalla testa e dalla mentalità. Bravo, bravissimo Conte. Se avessimo qualche piede buono in più avremmo tranquillamente potuto vincere 3 o 4 a 0. Ora, però, piano con gli entusiasmi: due anni fa aprimmo il Mondiale con una prestazione analoga contro l’Inghilterra, e sappiamo bene com’è andata a finire. Un’Italia così, senza particolari individualità, può fare strada solo se mantiene la testa sulle spalle e, soprattutto, se continua a portare in campo un’organizzazione collettiva di gioco come quella vista ieri sera. E Conte, su questo, è una garanzia.

Un commento a “Cuore, testa, ma soprattutto gioco

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