contro il tiqui taca

«Noi detestiamo il Barcellona perché amiamo il contropiede, la sensazione meravigliosa della rottura del’assedio, i centrocampisti che tirano da duecento metri, i gol di rapina e le vittorie ingiuste che poi son sempre giuste, le squadre anarchiche e gli stopper ruvidi che non sanno trasformare l’azione da difensiva in offensiva ma sanno benissimo come colpire in faccia gli spettatori delle prime venti file con una palla spazzata in tribuna».
(Michele Dalai)

contro il tiqui taca copertinaNon lo nascondo, è il libro che avrei voluto scrivere io. Perché nelle 115 pagine di Contro il Tiqui Taca. Come ho imparato a detestare il Barcellona, scritto da Michele Dalai ed edito da Mondadori, sono racchiuse tutte le mie idee, che in questi anni ho cercato di comunicarvi nei diversi articoli in cui attaccavo il calcio giocato dal Barcellona nonché il modello di vita proposto dall’ideologia blaugrana.

In un primo momento ho dunque pensato con sana invidia che quel libro, se lo avessi scritto io, mi avrebbe reso (un po’ più) ricco e famoso. Poi però l’ho aperto, ho letto la dedica, «A ogni contropiedista», e mi sono commosso. Il libro di Dalai è dedicato anche a me, e allora, immensamente grato, l’ho divorato. E alla fine avevo male al collo, perché ho passato 115 pagine ad annuire con la testa ad ogni sua affermazione in chiave anti-blaugrana.

Il pamplhet di Dalai è un attacco al barcellonismo, al pensiero unico calcistico, che vuole il Barcellona come la squadra più bella e brava del mondo. Capitolo dopo capitolo, smonta ogni luogo comune sul conto dei blaugrana.

Il tiqui taca? Una noia mortale. Anzi, di più: come ebbi modo di affermare anch’io, si tratta di onanismo. Peraltro arrogante, perché giustizia le squadre senza pietà, segnando grappoli di gol. Ma non divertendo per nulla.

Tuttavia, nel demolire il mito blaugrana, giustamente Dalai non si ferma al gioco proposto. Perché c’è una cosa se possibile peggiore del tiqui taca, che si declina in molteplici aspetti: voler essere, a tutti i costi, la squadra più buona, brava e bella del mondo. E questo comporta una dilagante retorica buonista (e, come fa notare Dalai, noiosissima). Si va così dal «Miracolo di Pollicino venuto da lontano e innaffiato fino a diventare il più forte di tutti i tempi», all’ideologia dell’uguaglianza per cui al Barça sono tutti uguali e per una primadonna come Ibrahimovic non c’è spazio. Peccato, però, che la realtà sia ben diversa, e che uno più uguale di tutti gli altri ci sia, solo che non vogliono ammetterlo. È Messi, «il campione più educato di sempre». Che tuttavia non disdegna di rendersi protagonista di simulazioni appena ne ha l’occasione. Insomma, al Barcellona «simulano e sono disposti a tutto come tutti gli altri per vincere, ma non sono disposti ad ammetterlo». E perché non vogliono ammettere che la loro fame di vittoria è grande e al limite della slealtà sportiva esattamente come quella di Mourinho o Ibrahimovic? Perché «vogliono continuare ad essere d’esempio».

UNICEF Goodwill Ambassador Argentinian soccer player Lionel Leo Messi in HaitiAl Barcellona, fin dalla cantera, i ragazzi sono cresciuti «disciplinati, incapaci di qualsiasi forma di protagonismo o eccesso, allineati allo spirito disneyano richiesto dal club», racconta Dalai. Li vogliono tutti uguali, perché, incalza l’autore, «Il Barcellona è un prodotto, puro marketing sportivo su scala globale», e la missione è di far sapere al mondo che «Il Barcellona lava più bianco». Al Barcellona da una parte si vuole vincere a tutti i costi (ma facendo finta che non sia così), dall’altra si cerca di passare per «La squadra dei buoni, la squadra legata all’Unicef, quella in cui i giocatori sono soprattutto amici e prima del calcio vengono mille altre cose, ci sono altri valori».

Dalai ha la capacità di dare, con ironia e decisione, delle definizioni azzeccate e memorabili di cosa sia il Barcellona, come quando parla di «una terra felice, l’Eden calcistico in cui far crescere i sogni dei nostri figli», e di una compagine «adorata dai banchieri svizzeri dell’Uefa. Una squadra di calciatori funambolici ma non estrosi, vincenti ma mai scorretti, timidi e sobri dentro e fuori dal campo». Come sappiamo, però, le scorrettezze dalle parti del Camp Nou si compiono come in ogni altra società del mondo, e «la bandiera di quella malafede senza passione né sentimento che i blaugrana hanno elevato a sistema» è nientemeno che Sergio Busquets, il giocatore al quale qualsiasi appassionato di calcio vorrebbe poter entrare in tackle.

busquetsIn sintesi Dalai, nel suo imperdibile libro, spiega che il Barcellona è un mito «perché incarna lo spirito Ikea nel calcio: lo capiscono tutti quelli che di calcio non capiscono nulla, lo amano tutti quelli che non amano il calcio». Finalmente, però, qualcuno si è stufato di questa retorica perversa e melensa che sta cospargendo il mondo del pallone, e quindi dobbiamo essere grati all’autore che in questo libro dà voce a molti di noi. Perché la sensazione è che non ci sia solo Dalai, non ci sia solo il sottoscritto, ma che il mondo sia pieno di gente che preferisce le scorrettezze esplicite di Mourinho e i gol in fuorigioco di Inzaghi al barcellonismo e alla sua concezione calcistica. E allora è arrivato il momento di venire allo scoperto, come ha fatto l’autore. Per urlare al mondo che «Il Barcellona senza Messi è come un film muto senza immagini», altro che squadra che gioca bene e occupa lo spazio sul campo come mai nessuno prima d’ora. Ma soprattutto per gridare che a noi del calcio pieno di «gente che si vuole bene e che con l’atto dell’amarsi ispira amore ai suoi sostenitori» non ce ne frega niente.

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