Pirlo lapresse

barcaÈ terminata ieri sera la Champions League 2014/2015. Un meraviglioso Barcellona, di gran lunga la squadra più forte del mondo e, ormai possiamo dirlo, probabilmente la più forte di tutti i tempi, ha avuto la meglio su un eroico Torino, che al termine di una stagione straordinaria e fuori da qualsiasi pronostico si è visto malamente svegliare nel bel mezzo dell’impensabile sogno: diventare campione d’Europa. Poco importa: i granata hanno comunque dato vita ad un’annata, soprattutto europea, irripetibile, e la sconfitta con i blaugrana non lede nemmeno di un millimetro la leggendaria cavalcata.

No, un momento. Mi dicono che contro il Barcellona non c’era il Torino, ma l’altra squadra cittadina, la Juventus. Ma dai, non prendetemi in giro. Volete forse dirmi che quella che ha accettato tutto sommato di buon grado una sconfitta in finale di Champions League sia proprio la dirigenza juventina? Volete farmi credere che quelli che ieri notte hanno accolto, festanti come dopo la vittoria di una Coppa Universo, i giocatori di ritorno da Berlino fossero davvero i supporter bianconeri? E volete infine dirmi che questa serpeggiante atmosfera di “più di così non si poteva fare”, “è già stato un trionfo esserci”, “quantomeno non siamo stati distrutti” eccetera eccetera è realmente riferita alla Juventus, al club più titolato d’Italia, quello dei quattro scudetti consecutivi, delle otto finali di Coppa dei Campioni/Champions League, del “vincere non è tutto, è l’unica cosa che conta”? Se sul serio è così (e, ok, usciamo dalla finzione: è così) la situazione è infinitamente più critica di quanto pensassi.

marottaConfesso, qualora non si fosse capito, che le reazioni successive al triplice fischio mi hanno lasciato a dir poco sbigottito. Da Marotta ad Agnelli fino ai direttori delle testate giornalistiche più autorevoli, il pensiero è unico e condiviso: è comunque andata benissimo. Ma siamo matti? La Juventus, la squadra simbolo dell’Italia calcistica e dell’Italia sportiva che più di ogni altra cosa vuole vincere ha perso una finale di Champions League: la reazione che mi aspettavo, che tutti coloro che conoscono la Juventus per quello che è e che da sempre vuole essere si aspettavano, era una terribile incazzatura, una rabbia e un rammarico addosso da far ribollire il sangue. E invece, un mesto ma sorridente Marotta che, cito letteralmente dalla Gazzetta dello Sport, “gonfia il petto anche dopo la sconfitta”, che afferma “Essere finalisti significa essere tornati fra i migliori”, come sia sufficiente questo, come se essere IL migliore sia un’irraggiungibile chimera a cui nemmeno si aspira; oppure Tuttosport, da sempre giornale dal cuore mezzo granata e mezzo bianconero, la cui homepage oggi titola “Juve, applausi e nessun rimpianto”. Oh gioia, nessun rimpianto? Fa davvero venire i brividi vedere la Juventus perdere una finale di Champions e sentir commentare “nessun rimpianto”. E dire che motivi per annegarci nei rimpianti ce ne sarebbero a bizzeffe: quando mai ricapiterà una Coppa dal girone con Atletico Madrid, Malmoe e Olympiakos, dagli ottavi con un Borussia Dortmund ultimo o giù di lì in Bundesliga, dai quarti di finale con il Monaco e dalla semifinale con un Real Madrid ombra di se stesso (non sminuisco ovviamente, però Barcellona e Bayern era nettamente più in salute)? C’è da mangiarsi le mani, i gomiti e anche un pezzetto di spalla, altroché. Eppure, è andata benissimo così. Mah.

triade juveTutto quello che questa finale di Champions sembrava poter significare, in termini di ripartenza del calcio italiano, di ritorno alle posizioni di vertice europee, di ritrovata mentalità vincente del pallone del Belpaese, tutto questo è stato vanificato dalla reazioni post partita. La testa della Juventus e, per un sommario ma vero procedimento di identificazione, del calcio italiano non si è smossa di un millimetro, ma è rimasta quella dei complessi di inferiorità, del convincersi che più di così non si possa fare tipica degli ultimi anni. Forse, gli unici che a queste avvilenti prese di posizioni davvero non ci stanno sono proprio i giocatori della Juve: andatelo a dire a Pirlo che perdere in finale ci può stare, o a Tevez, o a Buffon. Ovvero agli unici che questa sconfitta brucia come l’inferno, e non è un semplice buffetto dopo mesi di carezze. La Juventus, a quanto pare, nonostante le vittorie di questi anni e la raggiunta finale di Champions, dimostra di avere ancora la testa di quella squadra timida e disorientata che otto anni fa tornava in Serie A, perlomeno in campo europeo. Vi prego, certo non il modo di lavorare, ma ridateci almeno la mentalità della Triade e degli Agnelli che furono. Perché così, davvero, fa stringere il cuore.

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