Bovolenta

«Cercherò di lavorare duro, in palestra, per continuare a giocare il più possibile».

 

Non ce l’ha fatta Vigor Bovolenta e le sue parole, oggi, ci scorrono addosso come un brivido che paralizza, disorientano come un foglio strappato. È quello che è successo quando, mentre la squadra di Vigor (Forlì) affrontava la Lube sul parquet di Macerata, qualcosa è andato storto. Una mano sul fianco sinistro, sul lato del cuore, un giramento di testa e poi… tutto nero.

 

Pochi giorni dopo la tragedia sfiorata di Muamba al White Hart Lane, eccoci ancora qui a raccontare storie che non vorremmo mai raccontare. Questa volta il miracolo non è avvenuto, hanno provato a soccorrerlo, ma non c’è stato nessun medico che potrà urlare al miracolo, non c’è stato niente da fare.

 

Trentasette anni, a maggio avrebbe dovuto compierne trentotto. Centrale schiacciasassi di professione. Ha vinto tutto. Non si può aggiungere altro. Ha conquistato due scudetti, due coppe campioni, altre coppe europee, un Mondiale per Club con le maglie di Ravenna, Modena, Piacenza, Perugia, e con la SUA nazionale ha vinto un argento alle Olimpiadi di Atlanta 1996, un Europeo e quattro World League.

 

Un cammino lunghissimo, anche se poi i sogni l’avevano riportato a Forlì, e il motivo l’aveva spiegato con una semplicità disarmante l’estate scorsa, in una lettera che aveva socchiuso un capitolo della sua vita:

«Ho deciso comunque di rimanere qui, lavorando alla ricostruzione di questa squadra, convinto in questo anche dalla volontà di rimanere vicino alla mia famiglia, che mi ha fino ad ora sempre seguito nelle varie città in cui ho giocato. Dopo che loro sono stati al mio fianco, credo sia arrivato il momento che io cammini al fianco loro».

 

Ciao Vigor, Addio campione.

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