mourinho

pullmanLa dichiarazione di Brendan Rodgers a fine Liverpool-Chelsea 0-2  esprime il pensiero di molti spettatori: “I think it was two buses parked today rather than one but they get the win and unfortunately for us we just couldn’t make the breakthrough.” La partita è stata il trionfo di Josè Mourinho e della sua idea di calcio: difesa ad oltranza, cinismo in attacco, risultato prima di tutto, scatenando l’ennesima discussione tra i suoi fan e i suoi denigratori. Nessuno come l’ex allenatore di Porto, Inter e Real Madrid riesce a dividere gli appassionati di calcio in modo tanto netto: per alcuni è un genio del calcio, il miglior allenatore del mondo per distacco; per gli altri un catenacciaro baciato dalla buona stella. Quello che impressiona è come viene utilizzata la definizione di “grande allenatore” e come questa venga messa in dubbio. Mourinho è un grande allenatore? Più in generale, chi è un “grande allenatore”?

A conti fatti ci sono pochissimi che mettono tutti d’accordo: Carlo Ancelotti, Jurgen Klopp, Pep Guardiola (ma qui ci sono già dei mugugnii di sottofondo) sono nomi, tra gli allenatori attualmente in attività, che, più o meno, trovano sempre riscontri positivi. Su altri nomi si trova sempre qualcuno che pone dei dubbi; soprassedendo il caso Mourinho troviamo, limitando la ricerca ad allenatori italiani, ad esempio, Antonio “in Europa ha sempre fallito” Conte, Roberto “con quella squadra lì vincevo anche io” Mancini, Luciano “non ha mai vinto niente” Spalletti. Allargando l’indagine in campo europeo i nomi fioccano: da Pellegrini a Koeman, passando per Wenger e Simeone.

La domanda, a questo punto, viene automatica: cosa rende un allenatore “grande”? Qual è la caratteristica che può far fare questo salto di qualità? Le ipotesi sono queste:

Innovazione: il grande allenatore è colui che porta delle novità all’interno del mondo tattico calcistico, colui che inventa un nuovo modo di mettere la squadra in campo. Questa è la caratteristica più difficile da riscontrare tra gli allenatori; i grandi innovatori riconosciuti nel calcio sono sostanzialmente Rinus Michels, Arrigo Sacchi e il già citato Guardiola (altri mugugnii di sottofondo). Gli allenatori di oggi sono figli di questi tre, le loro innovazioni tattiche e i loro schemi sono stati assorbiti e ammodernati dai loro contemporanei e dalle generazioni successive. Limitare la nomea di “grande allenatore” ai soli Michels, Sacchi e Pep è fin troppo riduttivo.

CALCIO: 25 ANNI FA AL MILAN COMINCIAVA L'ERA BERLUSCONI / SPECIALEQualità di gioco: il “grande allenatore” è colui che fa giocare un calcio esteticamente bellissimo alla propria squadra, un calcio che fa innamorare spettatori di tutte le fedi calcistiche. Partendo dal presupposto che il “bel gioco” è una definizione che sottende un giudizio che non può non essere soggettivo per certi versi (c’è chi odia il tiki-taka del Barcellona e chi non apprezza per nulla il calcio fisico-atletico di Juventus e Atletico Madrid ad esempio), possiamo prendere come esempio di calcio esteticamente bello quello espresso dal Milan di Ancelotti, con Seedorf, Pirlo, Kakà, Rui Costa e Shevchenko in campo contemporaneamente; “padroni del giuoco” citando il presidente del Milan. Usando questo parametro, escluderemmo gli allenatori che hanno fatto della difesa e contropiede un’arte, come Rocco, Trapattoni, Capello, Lippi e altri della scuola italiana, per non parlare di Mourinho o del Colonnello Valeri Lobanovski, padre putativo e massimo rappresentante del calcio sovietico, che fece della “rigida disciplina tattica” il suo punto di forza.

Palmares: “il grande allenatore” vince. Questo è il punto forte dei fan di Mourinho: non giocherà il calcio migliore, ma ovunque va porta a casa trofei (anche se a Madrid non sono entusiasti del bottino raccolto). Alla fine è il risultato che conta, se a fine stagione si alza la Coppa tutte le polemiche o le discussioni riguardo il bel gioco cadono nel vuoto. Usare il numero di vittorie come pietra di paragone, però, può essere ingiusto nei confronti di chi ha avuto sfortuna nella propria carriera. Poniamo il caso Hector Cuper: l’allenatore argentino ha portato il Valencia a due finali di Champions League e l’Inter ad una semifinale, oltre che a giocarsi lo Scudetto all’ultima giornata. Come è andata? Una finale persa ai rigori, lo scudetto sfumato e la semifinale persa con due pareggi, tra l’altro giocati contro il Milan, quindi con il vantaggio campo teoricamente inesistente. Avesse vinto tutto staremmo parlando di uno dei più “grandi allenatori” di sempre, invece è mestamente finito nel dimenticatoio, nel grande calderone di chi ha accarezzato l’Olimpo senza arrivarci.

pepQuindi chi è il “grande allenatore”? E’ colui che innova, gioca bene e vince ovunque si trovi? No, perchè non avremmo, di fatto, grandi allenatori al giorno d’oggi, visto che non ci sono personaggi che assumono in sé tutte queste caratteristiche. Forse il Grande Allenatore, oggi, è una discussione paragonabile al Grande Giocatore: ci sono tanti Grandi Allenatori, che possono far bene in certi contesti e in altri no. Tutto sta a dove ti trovi e in che momento della carriera ci arrivi. Un incastro di situazioni che possono far assurgere un buon allenatore al grado di Grande. Un Gotha dove troviamo pochissimi nomi e, per entrarci, serve essere, oltre che bravi, al posto giusto al momento giusto. Come nella vita, in fondo.

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