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1a puntata

Apre ufficialmente una nuova rubrica nella rubrica. Con “Che fine ha fatto?” vogliamo andare alla ricerca di giocatori, nei vari sport, di cui si sono perse le tracce, cogliendo l’occasione per ripercorrere la loro storia, solleticando la nostra memoria sportiva e, si spera, la vostra curiosità.

Non posso che iniziare da un giocatore che ha segnato la mia adolescenza cestistica, pensando al quale mi è sorta l’idea di questa rubrica: il piccolo grande Allen Iverson. Chi tra gli amanti del basket dei giorni nostri non ha almeno un ricordo esterrefatto di un “nano” di cm 176, tutto tatuato e con le treccine, che si getta a cento all’ora nell’area nemica, sfidando, oltre alle leggi della fisica, i colossi avversari e chiudendo al ferro penetrazioni che anche con lo slow motion non si possono comprendere? Oppure (questo highlight più per specialisti) come dimenticare, anno 1996, un giovanissimo folletto in maglia 76ers che sfida MJ, il basket in persona, lo mette a sedere e gli segna in faccia dopo averlo ubriacato? Ecco alcuni flash di Allen The Answer Iverson: prima scelta assoluta al draft 1996, matricola dell’anno 1997, mvp stagionale 2001, leader dei 76ers finalisti del 2001, all star per 11 (dico 11!) anni consecutivi, mvp dell’All Star Game per due volte, 4 volte miglior realizzatore stagionale e oggi . . . che fine ha fatto Allen Iverson? Ma andiamo con calma e ripercorriamo brevemente vita e carriera di uno dei più grandi talenti in miniatura mai visti sui parquet di tutto il mondo.

Nato in una cittadina della Virginia nel 1975, il giovane Allen, abbandonato dal padre, viene cresciuto da mamma Ann, con la quale conserva tutt’oggi un legame fortissimo. Ancora minorenne il ragazzo si mette in mostra, prima che per meriti sportivi, per risse e scontri a fuoco, vizietto che non si toglierà nemmeno in età adulta, prerogativa di un’infanzia vissuta nei ghetti e mai fino in fondo dimenticata. Dopo una gioventù, che definirei con un eufemismo abbastanza turbolenta, approda a Georgetown, dove per due anni mette in mostra un talento cestistico clamoroso, che lo farà ricordare come il miglior prodotto della squadra universitaria dopo tal Pat Ewing (chi ha orecchi intenda).

Al draft 1996 viene scelto per primo dai 76ers di Philadelphia, con i quali inizia una cavalcata, a suon di stagioni da 20 o 30 punti di media a gara, che lo porta all’apice nel 2001, con la finale persa in 5 gare contro gli imbattibili Lakers dei nemici-amici Kobe e Shaq. The Answer, come ama farsi chiamare (altro che soprannome d’infanzia come vorrebbe farci credere!), non arriverà più alla finale, ma continuerà ad inanellare stagioni da capocannoniere o poco meno, prendendosi un po’ la fama del “veneziano” (anche se la voce assist nelle sue statistiche non è mai stata scarna), ma regalando agli occhi cose cui gli umani non erano esattamente usi in passato, colpi di classe che, anno dopo anno, lo rendono beniamino dei tifosi e fisso cliente all’All Star Game. Indimenticabile la gara delle stelle 2001 dove il tatuato made in Georgetown guida la rimonta dell’est dal meno 21 alla vittoria finale, meritandosi il primo di due all star mvp (di Est-Ovest così se ne ricordano davvero pochini).

Nel 2006 Iverson lascia Philadelphia dopo numerosi screzi, che diventeranno l’ordine del giorno nella sua peregrinazione, che in 3 anni lo vedrà vestire 3 maglie diverse (Denver, Memphis, Detroit) prima di ri-approdare ai Sixers nel 2009-2010. Qui The Answer si scontra con la dura verità di non essere più il leader della squadra che, con le sue giocate, aveva portato a sfiorare il titolo. Gli scandali fuori dal campo aumentano a grappolo proporzionalmente ai contrasti con coach e squadra per le sue numerose partenze dalla panchina. La parabola del campione sembra ormai in picchiata e Iverson decide di provare l’avventura europea, anche perché le franchige NBA sembrano essere più spaventate dalla sua irrequietezza che attratte dalle sue doti tecniche. Stagione 2010-2011, il 35enne all star approda al Besiktas: partite giocate 7, poi un infortunio che lo tiene fermo fino a maggio, in teoria, ma con la maglia del club turco in campo non lo si vede più. Per vederlo riapparire bisogna aspettare una notizia degli ultimi giorni, che lo vuole al centro di un’accusa per aggressione e rissa all’interno di un locale, risalente al 2009. Allen pare aver regalato uno show difensivo (fondamentale sul quale in campo non eccelle), dichiarandosi innocente in modo non esattamente ortodosso ( «I’m as clean as the Board of Health man […] I ain’t no damn mob boss»).

Rispuntato fuori per ragioni non esattamente cestistiche, sembra che ora il buon Iverson stia cercando di offrirsi a squadre NBA in corsa per il titolo (è stato fatto il nome dei Celtics, che non si capisce bene dove se lo dovrebbero mettere) come panchinaro (ci crediamo?) di qualità… peccato che nel frattempo la stagione non sembra esattamente pronta a partire e non si sa se partirà, altro tempo per The Answer per cercare di rendersi appetibile, anche se il tempo, ormai, è tiranno.

Poche, pochissime righe per cercare di raccontare la parabola, piena di contrasti, di un fenomeno che un titolo, penso, lo avrebbe meritato; la storia di un campione che la sua lucida follia è riuscita solo in parte a limitare… «cose che voi umani potete solo immaginare» disse qualcuno, qualcuno che, forse, aveva visto Allen Iverson.

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