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SanSiro_r400C’erano una volta Milano, l’Inter ed il Milan. C’erano una volta le luci a San Siro di Vecchioni, e non solo i fischi a San Siro, giusti o sbagliati che siano in questo periodo. C’erano una volta i personaggi e le storie cantante e narrate da Jannacci e Gaber. C’è stata la Milano del boom economico, quella del terrorismo e della rinascita, quella da bere e da spremere nelle serate che finivano quand’era già mattina. C’era un minimo comun denominatore in tutte queste Milano, un fil rouge che teneva unite anche le due sponde calcistiche della città: la speranza. La speranza di chi a Milano ci arrivava, calciatore o disoccupato che fosse, uomo maturo o pischello con due lire in tasca che fosse, con un bagaglio di sogni ed un futuro splendente come il tramonto che disegna la sagoma della città vista dalla Tangenziale Est. Tutto questo anche se Milano poteva apparire grigia ed altera, ma era solo un momento, un istante. Poi Milano si apriva, si faceva conoscere, si sapeva far amare.

Milano, forse, è ancora così e forse anche il Milan e l’Inter, in fondo, sono ancora due grandi squadre, ma qualcosa è cambiato e quel legame che saldava insieme la città e le sue squadre c’è ancora, ma ha cambiato radicalmente i propri connotati. Non c’è più la speranza, ma la paura. La paura che il grigiore abbia preso tutto, che un’occasione Milano non la possa più offrire a chiunque e che i successi calcistici siano oramai solo un sogno irraggiungibile. Milano la puoi ancora amare, come del resto ancora tanti tifano ed amano incondizionatamente Inter e Milan, ma non è più la stessa cosa, è come se negli ingranaggi che facevano girare il mondo qualcosa si sia inceppato, come se si fossero logorate le maglie che facevano muovere tutto. L’ape delle sette lo si può ancora fare, ovunque ci sarà uno spritz pronto ad essere sorseggiato con placida serenità e San Siro è sempre lì, imponente, maestoso, pronto ad accogliere migliaia di bocche affamate di calcio e di anime alla ricerca di rivalsa sociale, eppure i sapori non son più gli stessi e chi lo sa quando e se saranno più quelli di una volta.

Icardi Wanda Nara (Reuters)Milano non è facile da capire, quando ci arrivi, o quando ti ci ritrovi buttato dentro, ti senti spaesato, un po’ come un calciatore che arriva per la prima volta all’Inter o al Milan. Serve esperienza per muoversi, perché gli ostacoli sono ad ogni fermata della metropolitana ed alla fine potresti perderti irrimediabilmente con tutto il tuo carico di inespresso talento, come un El Shaarawy qualsiasi. L’altra strada è quella di viverla con spavalderia Milano, ma neppure questo ti salva, perché può finire che tu, da bravo studente fuori sede, ti trasformi in un tamarrissimo Mauro Icardi, svogliato e senza certezze, che passa le serate sui Navigli alla ricerca dell’ultima Wanda Nara in Erasmus da rimorchiare. L’unico vantaggio è che così, quantomeno, un po’ te la godi prima che sia la città stessa a risputarti fuori dalle proprie viscere. E poi chi lo sa come andrà. Ci sono anche quelli che a Milano ci arrivano con le tasche piene di coscienziosità e consapevolezza di sé, che sanno quali sono le cose giuste da fare e quelle sbagliate. Ma i De Sciglio ed i Cristante, purtroppo, si trovano innanzi il possibile muro dell’indifferenza e della mancanza di ambizione di un ambiente oramai stremato e sterile e così Milano, per loro, può diventare solamente un punto di passaggio e non di arrivo, come già fu per Santon. Già, la stessa Milano che è stata La Mecca dell’economia nostrana, la Gerusalemme del capitalismo italiano, oggi rischia di diventare la Sodoma dei sogni adolescenziali ed oltre: indifferente prima, inospitale poi ed infine morta.

In tutto questo caos, più sotterraneo che superficiale, rimangono degli appigli, che permettono ancora di vedere un filo speranza, almeno in chi ci crede ancora. L’EXPO, Thohir, Barbara Berlusconi: un trittico, le occasioni per rialzarsi e per crederci ancora. E così ci si aggrappa allo scampanellio ancora udibile dei tram in Porta Romana, al passo veloce ed alla testa bassa dei ragionieri delle otto di mattina in San Babila, alle parole piene di grandi progetti di due occhi a mandorla, ai programmi di rinnovamento di una giovane e fascinosa rampolla. Ci si aggrappa ancora a quel tramonto di fuoco visibile dalla Est, ossimoro di una città per tutti grigia ed incolore, quando invece al suo interno racchiude più colori di un cubo di Rubik, perfetto emblema della complessità che si nasconde sotto la Madonnina.

Navigli ansaMilano esiste ancora e con essa anche l’Inter ed il Milan, ma perché tornino ai fasti del passato c’è solo una cosa a cui ci si possa aggrappare: i giovani. Bisogna fare in modo che Milano non infranga più le speranze di troppi ragazzi che son passati e continuano a passare per Piazza Duomo, e che Inter e Milan costruiscano le proprie fondamenta del domani sulle occasioni e le programmazioni dell’oggi. Solo su questi presupposti, forse, si potrà andare avanti per, paradossalmente, tornare indietro. Ed un giorno, sorseggiando uno spritz in una fresca fine giornata primaverile, ci accorgeremo tutti, improvvisamente, che il tramonto su Milano visibile dalla Est si può vedere anche seduti tranquillamente sulle sponde del Naviglio Grande, proprio come una volta, proprio come cantavano e narravano Jannaci e Gaber.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

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