Beppe Viola

«Per lei chi è stato il migliore in campo, San Gennaro?» chiese Beppe Viola al tecnico del Napoli Giacomini al termine dell’incredibile 2-2 acciuffato dagli azzurri a San Siro contro l’Inter. 17 ottobre 1982: ultimato il suo lavoro sul campo, Beppe Viola si reca negli studi RAI per montare il servizio da mandare in onda alla Domenica Sportiva. Un servizio che non andrà mai in onda, perché Viola sarà colto da aneurisma celebrale e la sua vita finirà lì, in un’anonima stanza del Fatebenefratelli di Milano.

Viola intervista BearzotUn fulmine a ciel sereno, che dal nulla privò il mondo del giornalismo e non solo di un autentico Genio: autore di canzoni (a lui si devono canzoni del calibro di Quelli che… e la struggente Vincenzina e la fabbrica, colonna sonora del film Romanzo popolare di Mario Monicelli), sceneggiatore (il già citato Romanzo Popolare e Cattivi Pensieri con Ugo Tognazzi), cabarettista. Ma soprattutto, come amava dire lui, «giornalista sportivo perché tengo famiglia». Una famiglia meravigliosa, unico uomo in una tribù di cinque donne: la moglie e le quattro figlie Marina, Renata, Anna e Serena. La prima l’ha fatto rivivere nella sua sfera più intima e privata in uno struggente ritratto bibliografico, in cui emerge il Beppe Viola nella sua veste di padre di famiglia del tutto anticonvenzionale. Come quella volta che portò la figlia più piccola allo stadio, salvo poi rispedirla a casa in taxi dopo che lei chiese per squadra giocasse il signore vestito di nero. «Non c’era spesso, eppure era estremamente presente» disse una volta in un’intervista a La Repubblica Serena Viola. «Se ci portava a cena, non sceglieva un ristorante solo ma tre o quattro: il risotto nel posto più buono della città, l’arrosto in un altro perché lo cucinavano meglio».

Perché il buon cibo e il buon vino erano i capisaldi della “dieta” di Beppe Viola: Gattullo, storica pasticceria in Porta Lodovica, era un ritrovo fisso per lui e per la sua compagnia e anche dove portare la famiglia. Altri tempi, altra Milano: una città non diventata ancora da bere, la Milano delle fabbriche e dell’immigrazione dal Sud Italia, delle tante Vincenzine che cercavano di fuggire dalla miseria e crearsi una nuova vita a un migliaio di chilometri da casa loro. La Milano dei clanda – gli allibratori clandestini che ronzavano attorno all’ippodromo, altro luogo sacro per Viola – ma soprattutto la Milano del Derby. Non inteso come Milan–Inter, a cui si collega un servizio passato alla storia per l’utilizzo di immagini di repertorio invece di quelle di stretta attualità, decisione motivate da Viola con la bruttezza della partita, uno 0-0 così scialbo che lo stesso giornalista non esitò a definire derbycidio. Il Derby dicevamo. Ora, in via Monterosa 84, si trova il Centro Sociale il Cantiere ma un tempo era invece il fulcro della scena cabarettistica milanese: Jannacci, Boldi, Abatantuono, Cochi e Renato e tutto un lungo, sterminato, elenco di personaggi famosi che in quel Club – che si diceva fosse frequentato anche da personaggi di spicco della Mala Milanese del tempo, come Lutring e Turatello che amavano assistere alle performance dei comici prima di darsi ad avventurose fughe al sentore dell’arrivo della Madama – hanno dapprima mosso i primi passi e hanno poi spiccato il volo.

Beppe Viola intervista RiveraFacile immaginare che un ambiente siffatto fosse humus per lasciare andare senza freni la genialità di Viola, il cui umorismo disincantato e pungente si poteva così spiegare come vele al vento. Uno stile unico che si rifletteva poi nel suo lavoro di giornalista, dove fu autore di servizi passati alla storia: chi non ricorda ad esempio la celebre intervista a Gianni Rivera realizzata direttamente a bordo di un tram? Anche qui, altri tempi, altro giornalismo. Nel calcio di adesso, urlato e sbraitato, nel calcio degli sceicchi dei magnati, dei Tohir e di tutti i suoi fratellini, difficilmente ci sarebbe stato spazio per uno come Viola, difficilmente la sua ironia sarebbe stata compresa e apprezzata. Ieri ricorrevano i 31 anni dalla sua precoce scomparsa, 31 anni da quella maledetta domenica di metà ottobre che si portò via per sempre Beppe e il suo mondo: eppure ancora oggi la sua figura è presente tanto nella mente di chi in quegli anni c’era, tanto in quella di chi – come lo scrivente – in quegli anni nemmeno era nato, ma che non ha potuto fare a meno di rimanere ammaliato e conquistato dall’abbacinante genialità del Peppinoeu.

Fotografo, modellista, sciabolatore a scoppio ritardato, rugbista mancato, tennista si fa per dire. Scherma, tennis e rugby come sport preferiti, amo raccontare lo sport in tutte le sue sfaccettature, storie ed emozioni. Storico per laurea, giornalista per amore.

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