CALCIO: SERIE A; PARMA-INTER

Vederlo lì seduto in mezzo agli altri compagni con quella faccia delusa e triste ci ha fatto un po’ di tenerezza. Forse ci si rende conto di avere davanti uno che aveva tutto ma non è riuscito a esprimersi al massimo proprio quando era arrivato all’apice.

 

Ripensando alla tripletta a Wembley, ai gol in viola alla Juve o all’esordio in neroazzurro contro il Palermo viene un po’ da chiedersi cosa sia successo a questo ragazzo di Pescia fatto per il gol. Tecnicamente e atleticamente una delle prime punte italiane più forti del post-Vieri e Inzaghi.

Una potenza nel colpo di testa che hanno pochi attaccanti attualmente sul panorama europeo (vedere la traversa con la Juve a San Siro lo scorso campionato), micidiale se innescato da un compagno fantasioso (non è un caso che sia esploso al fianco di Cassano), rapace in zona gol eppure persosi in un anno neroazzurro che, seppur contraddistinto dalle difficoltà societarie e tecnico tattiche della squadra, ha visto Milito segnare la bellezza di 26 gol.

 

In tanti ci siamo innamorati del Pazzo, e non solo atalantini, viola, doriani o nerazzurri. Conquistati da quel carattere arcigno che non mollava mai (ricordare l’esultanza a Brema dopo il gol dell’1-3 della Doria) e soprattutto da quel modo di esultare così genuino con le due dita portate agli occhi come a voler dire: “avete visto che gol ho fatto?”.

Lanciato giovanissimo nel calcio dei grandi, dopo aver fallito il primo importante compito assegnatogli dall’amico-nemico Prandelli (la maglia da titolare della Viola), aveva deciso di rimettersi in gioco andando in Laguna dove ad accoglierlo e valorizzarlo c’erano due persone: Antonio Cassano (prima) e Luigi Del Neri (poi).

Nel capoluogo ligure aveva confermato e migliorato quei colpi che si erano già intravisti in passato, dando continuità a un repertorio che poche prime punte in quel momento dimostravano di avere. Lui e Cassano avevano portato la Doria fino a quasi in Champions (chi non ricorda il preliminare di ritorno a Marassi?).

Sembrava pronto il Pazzo per il salto di qualità in una grande del nostro calcio; ed ecco puntuale arrivare la chiamata di Moratti. Pazzini si trovava la domenica dopo in campo al Meazza con l’Inter sotto 0-2 con il Palermo. Il nuovo numero 7 entrava, segnava una doppietta e si procurava il rigore del 3-2. San Siro l’ultima volta che aveva visto una cosa del genere era stato con Recoba nel ’97.

Apoteosi, tutti pazzi per il Pazzo alla Pinetina; Giampaolo chiudeva un gran campionato con 23 gol (tra Samp e Inter) e si apprestava ad iniziare una nuova stagione da protagonista assoluto della squadra nerazzurra.

 

 

Il resto è storia recente. La stagione va a rotoli sia per l’Inter che per Pazzini che non riesce a trovare il gol con continuità, sbagliando delle occasioni clamorose a tu per tu col portiere (Napoli su tutte). Soffre esageratamente il dualismo con Milito, soprattutto in un modulo che richiede una sola prima punta “vera”.

Sembra ripetersi la sindrome di Gilardino: quella delle grandi prime punte italiane che, in provincia fanno benissimo segnando montagne di gol, ma poi giunti in una grande squadra dopo un iniziale inserimento positivo si perdono o per la mancanza di centralità nel progetto o per non essere abituati a lottare per una maglia da titolare tutte le domeniche.

Non pochi sono stati “affetti” da questa “crisi”: i vari Gilardino, Borriello e Matri, fondamentali nelle piccole squadre, hanno faticato a confermarsi su alti livelli nei club più blasonati, facendo da turnover in certi casi o tornandosene in periferia in altri.

 

Il Pazzo è ancora giovane (27 anni), occorre una squadra di livello che sappia garantirgli un ruolo da protagonista nel suo progetto, altrimenti le dita verso gli occhi non le vedremo per molto tempo. E sinceramente crediamo che in cuor suo Giampaolo, dopo la tripletta a Wembley, abbia voglia di rientrare un’altra volta nella storia del calcio.

 

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«Le cose non succedono, le cose vengono fatte succedere» (JFK). «Ci sono due modi per tornare dalla battaglia: con la testa del nemico o senza la propria» (PDC).

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